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Giuseppe Penone al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 1991|||

Dal 22 al 24 maggio Torino ospita la settima edizione della fiera dedicata alla fotografia e all’immagine contemporanea. Tra 42 gallerie, talk internazionali e nuove ricerche visive, le Officine Grandi Riparazioni si confermano laboratorio di cultura e innovazione.

Dalle officine dei treni alla fabbrica delle immagini

Un tempo luogo di manutenzione dei treni, oggi spazio di arte, innovazione e tecnologia. Le OGR di Torino raccontano, già nella loro architettura, una delle grandi trasformazioni urbane avvenute all’ombra della Mole dall’inizio degli anni Duemila: il passaggio da città industriale a laboratorio culturale capace di reinventare i propri luoghi simbolici.

È proprio dentro questo scenario che, da venerdì 22 a domenica 24 maggio, trova casa la settima edizione di The Phair | Photo Art Fair 2026, presentata questa mattina nella Sala Fucine delle Officine Grandi Riparazioni. Una fiera che, anno dopo anno, si è ritagliata uno spazio riconoscibile: non solo mercato, ma luogo in cui gallerie, istituzioni, artisti e nuove ricerche visive provano a parlarsi davvero.

L’edizione 2026 riunisce 42 gallerie italiane e internazionali, confermando una crescente apertura europea con realtà provenienti, tra gli altri Paesi, da Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Montenegro e Svezia. Il percorso espositivo non si limita a mettere in fila stand e opere, ma prova a costruire un racconto unitario, in cui la fotografia diventa documento, memoria, interpretazione e costruzione del reale.

 

Un dialogo tra istituzioni, mercato e nuove visioni

A guidare simbolicamente questa edizione è il visual ufficiale della fiera: uno scatto di Nanda Lanfranco che ritrae Giuseppe Penone negli spazi del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Una scelta che rafforza il legame tra The Phair e le istituzioni culturali torinesi, ma anche il rapporto tra corpo, spazio e trasformazione, temi che attraversano molte delle ricerche presenti in fiera.

Il peso delle istituzioni, l’arrivo di gallerie straniere e la cornice delle OGR danno alla manifestazione una dimensione che supera il semplice appuntamento di settore. The Phair si muove infatti su un confine sempre più interessante: quello tra fiera, piattaforma culturale e osservatorio sulle trasformazioni dell’immagine contemporanea.

Accanto agli spazi espositivi, il Talk Program porta alle OGR oltre trenta ospiti e sedici incontri dedicati al futuro della fotografia. Musei, archivi, collezionismo, pratiche artistiche femminili, nuove piattaforme creative e intelligenza artificiale diventano i temi centrali di un confronto che guarda alla fotografia non soltanto come oggetto da esporre o collezionare, ma come strumento per leggere la complessità del presente.

Tra gli appuntamenti più attesi, il dialogo tra Duncan Forbes, responsabile della fotografia del Victoria and Albert Museum, e François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino, sul ruolo dei grandi musei e dei centri specializzati nella fotografia contemporanea. Spazio anche alle riflessioni sugli archivi, sulla legacy artistica e sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella costruzione dell’immaginario visivo.

Jacopo Di Cera - Pentagram, Sassolungo, 2021. Deodato Arte (Milano)

 

Tra gli stand, la notte romana di Kri Babusci

Camminando tra gli spazi espositivi, la fiera cambia passo. Le grandi traiettorie culturali diventano incontri, dettagli, lavori che chiedono tempo. Tra le gallerie presenti c’è anche RAW Messina, realtà romana con sede a Trastevere. Qui, una chiacchierata con l’artista Kri Babusci apre una prospettiva più intima sul rapporto tra fotografia, confessione e segreto.

Le sue immagini nascono nella notte romana, dentro uno spazio mobile e quasi privato: l’abitacolo della sua auto. Babusci incontra persone, le intervista, le ascolta. In cambio riceve un segreto, che viene riportato sul retro della fotografia. Ma per leggerlo bisogna compiere un gesto irreversibile: rompere l’opera.

È qui che il lavoro acquista forza. In quel momento la fotografia smette di essere solo qualcosa da guardare: diventa una scelta, quasi una piccola prova per chi la ha davanti. Conservare l’immagine intatta o violarla per accedere a ciò che nasconde. Proteggere il mistero o cercare la rivelazione.

Il dispositivo è semplice, ma efficace. Mette in crisi il rapporto tra autore, soggetto e spettatore, portando dentro l’opera una domanda precisa: quanto siamo disposti a rompere, simbolicamente e materialmente, pur di conoscere ciò che resta nascosto?

In una fiera che ragiona sulle nuove forme dell’immagine contemporanea, la ricerca di Babusci intercetta uno dei nodi più vivi del presente: il confine tra esposizione e intimità, tra visibile e invisibile, tra ciò che raccontiamo e ciò che continuiamo a custodire.

Kristina Babusci - "Pertra". RAW Messina (Roma)

 

Torino e il tempo lento delle immagini

The Phair 2026 conferma Torino come una delle città italiane più attente alla fotografia contemporanea. La presenza di gallerie internazionali, il dialogo con le istituzioni culturali e la scelta delle OGR come sede costruiscono un contesto in cui l’immagine non viene solo mostrata, ma messa alla prova.

In un tempo in cui le fotografie scorrono ovunque e spesso si consumano in pochi secondi, una fiera come The Phair prova a restituire loro peso, durata e complessità. Uscendo dagli stand, resta addosso proprio questa sensazione: che certe immagini non chiedano soltanto attenzione, ma tempo. E oggi, forse, è già molto.

 
 
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Nel quinto e ultimo giorno, il Lingotto rallenta il passo. Tra stand che si svuotano, bilanci istituzionali e una malinconia lieve, la XXXVIII edizione del Salone del Libro consegna a Torino l’immagine di una comunità ancora affamata di pagine, incontri e presenza.

 

Di un giorno di pioggia, al gusto di pioggia”, cantavano i Subsonica in Preso blu. E la pioggia che cade imperterrita su Torino, nel quinto e ultimo giorno del Salone del Libro, sembra avere qualcosa di simbolico: un velo di malinconia steso sul Lingotto, quasi a chiudere con delicatezza una festa durata cinque giorni.

Dalla sala stampa, dove il rumore dei giorni precedenti sembra essersi improvvisamente abbassato, la chiusura del Salone si percepisce in modo ancora più netto. I computer restano aperti, qualche giornalista sistema gli ultimi appunti, qualcuno rilegge, qualcuno saluta. Ma l’atmosfera è diversa: non più la corsa degli incontri da seguire, delle sale da raggiungere, delle dichiarazioni da appuntare, bensì il momento in cui tutto comincia lentamente a depositarsi.

Il fiume di persone che nei giorni precedenti aveva attraversato padiglioni, corridoi, code e sale sembra ormai essersi ritirato. In sala stampa c’è un silenzio quasi religioso. Fuori, il rumore del Salone si abbassa, mentre gli stand iniziano lentamente a svuotarsi. È il momento in cui l’energia accumulata lascia spazio al bilancio, alla memoria, a ciò che resta quando le luci cominciano a spegnersi.

E allora, cosa rimane di questa edizione? Rimane l’immagine di un evento capace di parlare ancora ai lettori, di radunarli, di farli aspettare, ascoltare, scegliere. In un’epoca dominata dallo scrolling compulsivo e da una familiarità sempre più naturale con lo schermo, il Salone ha continuato a mostrare una fame concreta di libri, di pagine, di corpi presenti nello stesso luogo.

La conferenza finale: il Salone si ferma e guarda ciò che ha costruito

Alle 16.45, in Sala Oro, la conferenza stampa conclusiva raccoglie il clima di fine corsa. La sala è piena, il brusio è fatto di saluti, abbracci, ringraziamenti agli stand, alla Grecia, Paese ospite d’onore di questa edizione. Sul palco si tirano le somme di una manifestazione che ha confermato numeri importanti e una forte centralità culturale per Torino e per il panorama editoriale nazionale.

Seguire la conferenza dalla platea, dopo giorni trascorsi tra sale affollate, appunti presi al volo, code, incontri e passaggi continui tra gli spazi del Lingotto, significa assistere non solo a un bilancio istituzionale, ma alla restituzione pubblica di ciò che il Salone è stato: una macchina complessa, attraversata da migliaia di persone, che nel momento della chiusura prova a darsi una forma, un senso, una memoria.

Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte, parla di un bilancio con il “segno più davanti”, sottolineando la capacità del Salone di aprirsi ai nuovi linguaggi e di meritare davvero la definizione di evento internazionale. Accanto alla dimensione editoriale, emerge anche la volontà di rafforzare il dialogo tra libri, cinema, istituzioni e filiera culturale.

Domenico Carretta, assessore della Città di Torino, sceglie invece una lettura più emotiva. Il Salone, dice in sostanza, coinvolge e sconvolge: corre velocissimo, produce incontri, immagini, parole, e poi all’improvviso si ferma. Il riferimento è ai film di Guy Ritchie, a quelle sequenze in cui tutto accelera, le immagini si inseguono rapide e poi, di colpo, restano sospese. La chiusura diventa così il momento in cui si guarda al lavoro di una squadra che ogni anno rende possibile quello che, visto da fuori, assomiglia quasi a un miracolo organizzativo.

Nel suo intervento torna anche il tema dell’edizione, Il mondo salvato dai ragazzini. L’attenzione dei giovani, la loro indignazione, la loro capacità di non rassegnarsi diventano una chiave politica e civile del Salone. Perché quando si smette di indignarsi, sembra dire Carretta, il mondo si ferma. E se non c’è indignazione, non c’è nemmeno cambiamento.

Presenza, lentezza, comunità

Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, ringrazia il lavoro collettivo e si sofferma soprattutto sui ragazzi. La loro presenza, numerosa e reale, diventa una risposta a chi immagina le nuove generazioni chiuse dentro il pensiero unico dei social. Al Lingotto, invece, quei ragazzi hanno abitato gli spazi, seguito gli incontri, partecipato a un’esperienza che con la sola dimensione digitale ha poco a che fare.

È forse questo uno dei segnali più forti dell’edizione: la necessità della presenza. In giorni in cui tutto può essere commentato, visto, condiviso e dimenticato in pochi secondi, il Salone ha imposto un altro tempo. Quello dell’attesa, della fila, dell’ascolto, della pagina comprata e portata via in borsa. Un tempo più lento, ma non per questo meno vivo.

Anche dalla sala stampa, dove ogni giornata è fatta di passaggi rapidi, comunicati, conferenze, corse tra un appuntamento e l’altro, questa presenza si avverte con forza. Non è soltanto il pubblico delle grandi sale, non sono solo le code davanti agli autori più attesi: è la sensazione di un’intera comunità provvisoria che per cinque giorni ha abitato lo stesso spazio, condividendo parole, attese, entusiasmi e stanchezza.

Alessandro Isaia, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, restituisce invece lo sguardo di chi ha vissuto il Salone anche da spettatore, assaporando il senso di un lavoro che prende forma soprattutto quando incontra i suoi fruitori: lettori, ospiti, editori, operatori, volontari, pubblico.

 

 

Annalena Benini e il Salone come luogo felice

A chiudere il racconto è Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il suo intervento porta con sé il bilancio di un triennio e l’idea di un Salone capace, quest’anno, di attraversare i giorni senza essere divorato dalle polemiche. Un fatto quasi raro, per una manifestazione così grande, esposta, discussa.

Benini parla del Salone come di un posto speciale, felice, costruito da un programma capace di tenere insieme libri, musica, cinema, arte e incontri molto diversi tra loro. Richiama una frase ascoltata in Sala 500, “l’arte è coscienza del mondo”, e poi l’immagine di Itaca evocata da Crocetti in Auditorium: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante”.

Ma il cuore del suo discorso sembra stare nelle persone. Nei volti, nei dettagli, negli incontri laterali che spesso raccontano più dei grandi numeri. Come due ragazze sedute a cantare C’è tempo di Ivano Fossati: “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare”. Il Salone, in fondo, è anche questo: un tempo sognato, seminato, atteso. Un tempo che per cinque giorni diventa luogo.

 

Quello che resta

Cala il sipario, dunque. E quello che resta non è soltanto il dato dei visitatori, pur importante. Restano uno sguardo, un abbraccio, un profumo, un rumore e un silenzio.

Lo sguardo è quello dei lettori che attraversano gli stand cercando un titolo, una firma, una frase capace di restare. È anche quello di chi, dalla sala stampa, ha osservato il Salone nel suo doppio movimento: da una parte la festa aperta al pubblico, dall’altra il lavoro più nascosto di chi prova a raccontarla, selezionarla, darle un ordine attraverso le parole.

L’abbraccio è quello degli editori, degli organizzatori, degli autori e del pubblico che si salutano a fine corsa. Il profumo è quello della carta, dei libri nuovi, dei corridoi ancora pieni di borse e cataloghi. Il rumore è quello delle sale gremite, delle code, degli applausi. Il silenzio è quello che arriva dopo, quando il Lingotto si svuota e il Salone smette di parlare ad alta voce.

Fuori continua a piovere. Ma dentro resta il gusto di qualcosa che non si consuma in fretta. Il gusto lento dei libri, delle storie, delle persone che ancora scelgono di esserci.

 
 
 
Massimo Recalcati|||

Dal pubblico gremito per Recalcati alla lunga attesa per Ammaniti e Jovanotti, fino alla Sala Azzurra di Irvine Welsh: il quarto giorno del Salone del Libro attraversa l’amore come qualcosa che si sente prima ancora di capirlo.

Il quarto giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia con una sensazione precisa: alcune parole, prima ancora di essere comprese, si sentono. Restano nell’aria, si attaccano alle sale, alle file, ai corpi in attesa, al brusio di chi cerca un posto e a quello di chi non vuole perdere nemmeno una frase.

Il senso che attraversa la giornata è allora l’olfatto, ma non soltanto come odore. Piuttosto come capacità di percepire una presenza, una tensione, qualcosa che arriva prima del ragionamento. In tre incontri molto diversi tra loro — Massimo Recalcati, Niccolò Ammaniti con Jovanotti, Irvine Welsh — a tornare è soprattutto l’amore. Non quello pacificato, non quello da formula sentimentale, ma l’amore come frattura, come primo turbamento, come dipendenza.

Tre momenti diversi, tre sale diverse, tre pubblici diversi. Eppure, alla fine, lo stesso filo: l’amore non come risposta, ma come qualcosa che mette in crisi.

Recalcati, la Sala Oro e l’amore come frattura

Massimo Recalcati parla in una Sala Oro gremita, davanti a un pubblico che sembra tenere insieme più generazioni: boomer, millennial e Gen Z seduti fianco a fianco, attentissimi a non perdere nemmeno una parola. L’incontro ruota intorno a Lo splendore e la polvere, libro che raccoglie interviste rilasciate dall’autore tra il 1998 e il 2025. Una sorta di autobiografia intellettuale costruita attraverso la parola orale, il dialogo, le conversazioni sedimentate negli anni.

Il titolo, spiega Recalcati, tiene insieme due dimensioni dell’umano. Da una parte la polvere: ciò che siamo nella nostra finitezza, nella nostra fragilità, nel nostro essere destinati a tornare al nulla. Dall’altra lo splendore: la possibilità di generare arte, amore, vita. Ma la luce non è l’opposto della polvere. È dentro la polvere. È lì che va cercata.

Il passaggio più forte arriva quando Recalcati torna al tema dell’anoressia, già al centro della sua prima intervista con Sergio Zavoli. L’anoressia, nella sua lettura, non riguarda soltanto il cibo. È paura della vita nella vita. Paura di ciò che non si può controllare: il corpo, il desiderio, l’amore, l’imprevedibilità dell’esistenza.

Secondo Recalcati, spesso la ferita nasce dal fallimento del primo incontro con l’amore: un tradimento, una menzogna, un abbandono. Da quel punto in poi, l’amore non arriva più come apertura, ma come minaccia. Il soggetto prova allora a difendersi dalla vita, a chiudersi, a rendersi rigido. Nell’anoressia, dice Recalcati, l’anima diventa osso: lo scheletro come unica cosa stabile, come unica certezza dentro un mondo percepito come ingovernabile.

Da qui il discorso si allarga al disagio giovanile. Da una parte la vita che si consuma nell’eccesso, nella tossicomania, nella violenza; dall’altra la vita che si ritira, che riduce il mondo alla propria stanza, che sceglie la clausura come difesa. La depressione, un tempo legata soprattutto alla fase calante dell’esistenza, oggi investe anche i giovani. Non perché manchino possibilità, ma forse perché ce ne sono troppe, tutte trasformate in obbligo di prestazione.

Nel rapporto tra genitori e figli, Recalcati consegna una frase che resta: ogni forma di insistenza genera resistenza. Più si insiste, più il figlio resiste. Più si pensa che educare significhi moltiplicare regole, più si produce opposizione. Educare, per Recalcati, non significa regolare un figlio, ma trasmettergli il senso della legge: non il divieto sterile, ma il senso del limite. Il “non tutto”. Non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto.

È proprio questo limite, paradossalmente, ad accendere il desiderio. Dove tutto viene presentato come possibile, anche sconfiggere la morte, non invecchiare mai, cancellare ogni fragilità, il desiderio rischia di spegnersi. La vita, dice Recalcati, non deve essere solo lunga. Deve essere larga.

Nella Sala Oro, l’amore ha dunque il primo odore della giornata: quello della frattura. Non è ancora salvezza, non è ancora incontro felice. È il punto in cui qualcosa può rompersi. Ma anche il luogo in cui, dentro la polvere, può continuare a esistere una forma di luce.

 

Massimo Recalcati durante l'incontro in Sala Oro

 

Ammaniti, Jovanotti e il primo amore nella Sala 500

Più tardi, il clima cambia. Per l’incontro con Niccolò Ammaniti e Jovanotti, la lunga attesa sotto il sole cocente di fine maggio non spegne il desiderio del pubblico di entrare nella Sala 500 del Lingotto. L’organizzazione della fila, gestita dal giovanissimo staff del Salone, permette di contenere l’impazienza e accompagnare l’ingresso in una delle sale più eleganti della giornata.

Dentro, Ammaniti e Jovanotti sembrano due amici scanzonati. Il dialogo, moderato con equilibrio da Annalisa Cuzzocrea, procede spesso in modo divertito e divertente. Si parla di scrittura, di adolescenza, di personaggi, ma anche della volontà dei due di realizzare un film insieme.

Al centro c’è Il custode, il romanzo di Ammaniti che racconta Nilo, un ragazzino attraversato dalla tempesta della preadolescenza. Jovanotti insiste sulla capacità dell’autore di raccontare quell’età instabile in cui tutto sta per accadere e niente è ancora chiaro. Il punto di vista, nel libro, sembra muoversi: a volte è quello di Nilo, a volte sembra allargarsi, come se l’infanzia non potesse essere raccontata da una sola prospettiva.

Ammaniti racconta che l’idea nasce da un’immagine legata al mito di Medusa. Una creatura capace di pietrificare con lo sguardo. Da lì prende forma una domanda narrativa: cosa accadrebbe se una famiglia custodisse davvero un mostro? E cosa si potrebbe fare con quel potere, magari davanti alla morte, al desiderio di trattenere qualcuno per sempre?

Il tema del segreto familiare entra così nel discorso. Le famiglie, nei libri di Ammaniti, non sono mai luoghi del tutto pacificati. Sono attraversate da linee scure, zone di pazzia, presenze rimosse. Ci sono cose che i figli respirano prima ancora di poterle nominare. Anche qui, in fondo, l’olfatto funziona come senso narrativo: Nilo sente che qualcosa non va, prima ancora di capirlo davvero.

Poi arriva l’amore. Per Ammaniti, l’atto di pietrificare di Medusa assomiglia al momento in cui ci si innamora. All’inizio l’amore sembra libertà: la possibilità di uscire dalla famiglia, di scappare, di stare al mare quanto si vuole, di seguire una donna sbagliata, di immaginare un’altra vita. Ma subito può diventare anche possesso. Desiderio di trattenere l’altro, di fermarlo, quasi di pietrificarlo, appunto.

Jovanotti, su questo, propone uno sguardo diverso. Per lui l’amore è più vicino alla fusione, all’energia che unisce, al movimento. Ed è proprio nella differenza tra i due che l’incontro trova una delle sue parti più vive: l’amore è libertà o cattura? È fuga dalla famiglia o nuova forma di legame? È movimento o immobilità?

Dopo la ferita raccontata da Recalcati, qui l’amore prende un altro odore: quello del primo incontro, della scoperta, della tempesta adolescenziale. Non è ancora dipendenza, ma già perdita di controllo.

 

Jovanotti, Cuzzocrea e Ammaniti

 

Welsh, Trainspotting e la dipendenza dall’amore

Nel pomeriggio, la fila che precede l’ingresso in Sala Azzurra racconta da sola quanto Trainspotting abbia segnato una generazione. Non mancano le magliette celebrative del film diretto da Danny Boyle. Qualcuno, all’ingresso di Irvine Welsh, mostra anche una sciarpa dell’Hibernian, la squadra di cui lo scrittore è grande tifoso.

L’atmosfera è diversa da quella degli incontri precedenti. Più elettrica, più rumorosa, più carica di memoria. Qui non c’è soltanto l’attesa per un autore. C’è il ritorno di un immaginario: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie, l’eroina, Edimburgo, la rabbia, la fuga, gli anni Novanta, anche se il libro guarda ancora agli anni Ottanta.

Welsh apre con una lettura da Men in Love. Giuseppe Culicchia lo presenta come un autore capace di cambiare la letteratura, poi il dialogo entra subito dentro il romanzo. In Men in Love ritroviamo i quattro “moschettieri” di Trainspotting subito dopo la fine del primo libro. Renton ha preso i soldi di tutti. Sick Boy è a Londra, fidanzato con una ragazza aristocratica finita anche lei dentro le dipendenze, e prova a far entrare i vecchi compagni nel mondo posh della futura sposa. Spud tenta di fare il bravo ragazzo. Begbie resta Begbie.

Irvine Welsh legge al pubblico l'intro di Men in love

 

Welsh racconta di avere un archivio dei suoi personaggi, ma anche di non controllarli fino in fondo. Continua a scrivere su di loro, dice, ma gli serve sempre un tema per trasformare quel materiale in romanzo. I personaggi, in qualche modo, scrivono per lui. Si sviluppano scrivendo. Non sono soltanto figure da muovere, ma impulsi, dispositivi, quasi motivi musicali.

Culicchia porta poi il discorso sugli anni Ottanta, sull’epoca Thatcher, su un decennio che non rappresenta solo una rottura, ma l’inizio di qualcosa che non è mai davvero finito. Welsh conferma. Viviamo ancora dentro gli anni Ottanta, dice in sostanza: nelle fusioni che hanno creato mega aziende, nel passaggio dalla libera impresa a un’oligarchia globale, nella distruzione dell’editoria indipendente, nella falsa libertà di internet diventata nuova oligarchia digitale.

Dentro questo mondo, l’amore di Men in Love non ha niente di pulito. Entra nei corpi, nelle dipendenze, nei soldi rubati, nei rapporti di classe, nella nostalgia e nella violenza. Quando Culicchia cita una nuova dipendenza, “l’unica che non riesci a mollare perché è lei che ti molla”, Welsh risponde indicando due grandi forme di connessione: l’amore e l’arte. Sono ciò che permette agli esseri umani di superare, almeno per un istante, i propri limiti. Proprio per questo possono diventare dipendenza.

In Welsh l’amore non salva automaticamente. Non redime i personaggi, non li ripulisce, non cancella il passato. È piuttosto un’altra sostanza, forse la più difficile da governare, perché contiene sempre l’altro. E quindi contiene l’abbandono, il rifiuto, la perdita. Non sei tu a decidere quando finisce. A volte, semplicemente, è l’amore che ti lascia.

Nella parte finale, Welsh parla anche di scrittura. Dice che la quantità serve a trovare la qualità: può scrivere ventimila parole per salvarne mille. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto in modo veloce e automatico. La scrittura, per Welsh, resta un lavoro sporco, lungo, selettivo. E deve poter essere anche scomoda. Gli editori, osserva, oggi sembrano temere gli autori controversi, ma forse proprio la noia prodotta da media e social riaprirà il desiderio di voci meno addomesticate. Il mondo, dice, ha bisogno anche di persone che scrivano cose antipatiche.

A colpire, oltre all’intervento, è anche la grande disponibilità nel lasciare spazio alle domande del pubblico. Non una chiusura fredda, ma un confronto aperto, in cui l’autore resta dentro la sala e dentro l’energia di chi lo ha atteso.

Con Welsh, il terzo odore della giornata è quello della dipendenza. Dopo la ferita di Recalcati e il primo amore di Ammaniti, l’amore diventa qualcosa che non si controlla, che si confonde con il bisogno, con l’arte, con la fuga, con la nostalgia. Una nostalgia che Welsh definisce quasi una malattia mentale della sua generazione.

L’amore resta nell’aria

Alla fine, il quarto giorno del Salone sembra aver raccontato l’amore senza mai trattarlo come un sentimento semplice. In Recalcati è la ferita del primo incontro fallito, la frattura che può chiudere il soggetto alla vita. In Ammaniti e Jovanotti è tempesta, adolescenza, desiderio di fuga, ma anche rischio di possesso. In Welsh è dipendenza, trascendenza mancata, bisogno di connessione dentro un mondo che continua a produrre abbandoni.

L’olfatto, allora, non è solo il tema esterno della giornata. È il modo in cui questi incontri sembrano parlare tra loro. Perché certe cose, al Salone, non si capiscono subito. Si sentono. Si respirano nelle sale piene, nelle file sotto il sole, nelle magliette di Trainspotting, nei silenzi attenti davanti a Recalcati, nelle risate tra Ammaniti e Jovanotti, nelle domande rivolte a Welsh.

L’amore attraversa tutto così: non come soluzione, ma come traccia. Qualcosa che arriva prima delle parole e resta dopo. Una frattura, una scoperta, una dipendenza. Una presenza che, anche quando l’incontro finisce e la sala si svuota, continua a rimanere nell’aria.

 
 
 
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Primo giorno al Lingotto: tra immaginazione, luoghi invisibili e ferite trasformate in racconto

 
 

La grande mappa culturale del Lingotto

Il primo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino non ha parlato soltanto di libri. Ha parlato soprattutto di sguardi: quelli che mancano, quelli che si perdono, quelli che arrivano tardi ma riescono a vedere più in profondità. Dentro i padiglioni del Lingotto, la XXXVIII edizione intitolata Il mondo salvato dai ragazzini si è aperta come una grande mappa culturale del presente, capace di tenere insieme letteratura internazionale, giornalismo, sport, musica, divulgazione e cultura pop. Il titolo richiama l’omonima opera di Elsa Morante, pubblicata nel 1968: un libro difficile da classificare, sospeso tra poesia, manifesto, racconto e invettiva, in cui lo sguardo dei più giovani diventa una forza capace di mettere in discussione il mondo adulto, le sue guerre, le sue strutture di potere e le sue forme di rassegnazione. In questo senso, il Salone sembra partire da una domanda precisa: può esistere ancora uno sguardo non addomesticato, capace di immaginare una salvezza diversa?

I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione: 147 mila metri quadrati espositivi, oltre 500 stand, 1.250 marchi editoriali, 70 sale, più di 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 appuntamenti del Salone Off sul territorio. Ma a raccontare davvero la forza di questa edizione sono anche i nomi che la attraversano: da Zadie Smith a Emmanuel Carrère, da Irvine Welsh a David Grossman, da Valeria Luiselli ad Alessandro Baricco, da Alessandro Barbero ad Alberto Angela, fino a Zerocalcare, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Jovanotti, Luciano Ligabue, Roberto Baggio e Alberto Tomba.

Questo articolo è la prima tappa di un reportage che accompagnerà il Salone fino alla sua conclusione, provando a raccontarlo non solo attraverso gli eventi più attesi, ma anche attraverso le traiettorie meno immediate: gli incontri, le parole, i passaggi laterali, le contraddizioni e gli sguardi che attraversano il Lingotto giorno dopo giorno. In mezzo a questa geografia affollata di voci, il primo giorno ha consegnato una domanda più sottile: che cosa riusciamo ancora a vedere, in un Paese e in un tempo che sembrano già fotografati, raccontati e consumati fino allo sfinimento? Dagli incontri con Paola Caridi, Gianrico Carofiglio e Roberto Baggio è emerso un filo comune: la necessità di rallentare, cambiare prospettiva, attraversare le ombre e tornare a guardare ciò che resta sotto la superficie.

 

Paola Caridi: lo sguardo che dà voce ai luoghi

Con Paola Caridi, giornalista, saggista e presidente di Lettera22, il reportage di Nerospinto trova una delle sue prime traiettorie: Gaza, raccontata non soltanto attraverso la cronaca, ma anche attraverso la letteratura e l’immaginazione. A Lingotto ha presentato La voce di Gaza, pubblicato da Feltrinelli, un libro che sceglie un punto di vista insolito e simbolico: quello di un antico sicomoro, albero testimone della storia, delle ferite e delle trasformazioni della città. Il sicomoro diventa così più di un’immagine poetica: è una presenza che osserva, custodisce e restituisce memoria, quasi un ombrello dell’immaginario sotto cui raccogliere vite, paure, leggende e macerie. In questo primo giorno di Salone, Caridi ha portato uno sguardo capace di sottrarsi alla superficie dell’attualità, provando a restituire profondità a un luogo spesso schiacciato dalle immagini della guerra. La letteratura, in questo senso, non allontana dalla realtà: permette di abitarla con maggiore attenzione, dando voce a ciò che rischia di restare invisibile dietro il rumore della cronaca.

 
 
 
Paola Caridi

 

Gianrico Carofiglio: lo sguardo come gesto eversivo

Con Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e tra gli autori italiani più letti, lo sguardo si sposta sulle città e sui paesaggi italiani. Al Salone con Viaggio in Italia, pubblicato dal Touring Club Italiano, un libro che non si limita a indicare luoghi da visitare, ma prova a interrogare il modo in cui li attraversiamo. Non una guida classica, quindi, ma un percorso fatto di deviazioni, dettagli laterali, intuizioni e apparizioni improvvise. È da questa prospettiva che prende forma uno dei passaggi più significativi dell’incontro: guardarsi attorno è un’azione eversiva. In un Paese già fotografato, consumato e raccontato infinite volte, Carofiglio invita a fermarsi prima dello scatto, a recuperare la capacità di perdersi, distrarsi, osservare senza obiettivo immediato. La distrazione, nel suo racconto, non è mancanza di attenzione, ma possibilità creativa: prendere nota di ciò che emerge quando si smette di cercare soltanto ciò che era previsto. Torino, Bari, Firenze, Genova e le altre città del libro diventano così territori da guardare più a lungo, serbatoi di storie visibili e invisibili. Raccontare l’Italia, sembra suggerire Carofiglio, è ancora possibile: a patto di cambiare postura, accettare il disorientamento e lasciare che i luoghi ci sorprendano prima ancora di essere spiegati.

 
Gianrico Carofiglio (foto Andrea Colzani)
 
 

Roberto Baggio: la luce oltre il buio

Il terzo sguardo è quello, più intimo, di Roberto Baggio. Al Salone, la leggenda del calcio italiano ha dialogato intorno a La luce nell’oscurità, scritto con Valentina Baggio e Matteo Marani per Rizzoli Illustrati: non soltanto il racconto di una carriera sportiva, ma il tentativo di rileggere una vita attraverso le sue prove più dure, dagli infortuni a Pasadena. Qui lo sguardo non riguarda i luoghi, ma il modo in cui una persona decide di attraversare il proprio buio senza farsene definire. Il dialogo con la figlia Valentina aggiunge al libro una dimensione privata, quasi domestica: non il campione raccontato dall’esterno, ma un padre che si confronta con la propria storia davanti a chi ne eredita domande, immagini e silenzi. La gratitudine diventa allora una forma di consapevolezza: non negare l’oscurità, ma riconoscere ciò che anche le avversità hanno insegnato. Dalle stampelle in casa al maledetto rigore, Baggio costruisce un racconto in cui umiltà e autostima non si contraddicono: la prima non abbassa l’uomo, lo radica; la seconda non lo gonfia, lo sostiene. In questo senso, il libro assume quasi la forma di una preghiera laica, una memoria luminosa che non dimentica il buio da cui proviene.

 
 
Valentina e Roberto Baggio
 
 
 
 
 
 
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Nella città ligure il giorno più atteso per il mondo del cinema. Al via la Decima edizione del Riviera International Film Festival

Tra Baia del Silenzio e Baia delle Favole il tempo sembra essersi fermato: luoghi dal sapore di Dolce Vita, di anni ormai lontani. Anche le stelle in cielo sembrano sempre le stesse, poste lì a illuminare il suggestivo promontorio di Punta Manara e a conservare l’anacronistica bellezza di uno dei borghi più affascinanti d’Italia.

Ma da oggi, a Sestri, ci sono stelle che non si fermano: sono in riva al mare, pronte a donare luce al RIFF 2026, la rassegna cinematografica internazionale giunta alla sua decima edizione.

L’apertura con Péter Magyar e il film-evento

Ad aprire il festival, come già annunciato, è la partecipazione di Péter Magyar, premier ungherese eletto poco meno di un mese fa dopo sedici anni di presidenza Orbán. Insieme al regista Tamás Topolánszky e alla produttrice Claudia Sümeghy, presenta il documentario Spring Wind – The Awakening, dedicato alla sua rapida ascesa politica e scelto come film di apertura al Cinema Ariston per l’edizione di quest’anno.

Red carpet tra star internazionali e cinema d’impegno

Il red carpet della Riviera vede sfilare, tra le tante star attese, l’attrice Maria del Rosario, già nel cast di Una sterminata domenica, miglior film italiano a Venezia nel 2023, e ora in gara con Legionario.

Presente anche Saja Kilani, protagonista del film-denuncia La voce di Hind Rajab, che porta sul grande schermo la storia di Hind Rajab, bambina palestinese uccisa durante l’invasione della Striscia di Gaza da parte dell'esercito israeliano. L’attrice, canadese di origini giordane, sarà protagonista anche di uno dei talk in programma nei giorni successivi.

Talk, masterclass e grandi protagonisti

I talk, al via da mercoledì 6 maggio, saranno inaugurati da Luca Argentero al Duferco Lounge e daranno il via a un calendario fitto di appuntamenti che accompagneranno l’intera durata del festival.

Tra gli eventi più attesi, le quattro masterclass all’Annunziata con protagonisti del calibro di Matthew Modine, Stephen Frears, Silvio Soldini e Giovanni Veronesi. Accanto a loro, grandi nomi del cinema italiano come Claudio Amendola, Maria Grazia Cucinotta, Laura Morante, Lucia Ocone, Caterina Murino e Cristiana Dell’Anna, insieme alle nuove promesse Alessio Lapice, Letizia Arnò e Andrea Arru, tra i protagonisti della serie Gomorra – Le Origini.

Un festival internazionale tra giovani talenti e nuove visioni

A completare il quadro, il produttore e presidente della giuria film Nicola Giuliano, il presidente della giuria documentari Florent Beauverd e la presidente della giuria cortometraggi Giulia Grandinetti, considerata tra le più promettenti giovani registe italiane.

Accanto a loro, numerosi filmmaker under 35 arrivati da tutto il mondo per partecipare ai tre concorsi in programma.

Uno sguardo al presente e al futuro

Un festival che parla un linguaggio giovane, capace di aprire spazio alla riflessione sul presente e sul mondo che verrà.

Mentre le stelle, quelle in cielo, sono pronte a godersi lo spettacolo.

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“Spring Wind – The Awakening” apre la decima edizione raccontando la fine dell’era Orbán e il risveglio politico ungherese

Un film-evento per raccontare un passaggio storico

Sarà un’opera dal forte impatto politico e umano ad aprire la decima edizione del Riviera International Film Festival. Martedì 5 maggio, nella magnifica cornice di Sestri Levante, verrà presentato in anteprima mondiale fuori dall’Ungheria Spring Wind – The Awakening, documentario diretto da Tamás Yvan Topolánszky e prodotto da Claudia Sümeghy.

Il film racconta da vicino l’ascesa politica di Péter Magyar, culminata con la recente vittoria alle elezioni politiche che ha segnato la fine dei sedici anni di governo di Viktor Orbán. Un passaggio storico che il documentario restituisce non solo come evento politico, ma come trasformazione sociale profonda.

La scelta di presentare il film proprio al festival ligure non è casuale: il legame tra gli autori e il Riviera Film Festival è consolidato nel tempo. È qui, infatti, che Topolánszky aveva già presentato il suo lungometraggio Curtiz, vincendo nel 2019 il premio per la miglior regia e tornando poi nel 2023 come membro di giuria.

 

Dentro la politica: uno sguardo umano e senza filtri

Girato nell’arco di un anno, Spring Wind – The Awakening segue Péter Magyar in modo ravvicinato, accompagnandolo nei momenti chiave della campagna elettorale ma anche nella dimensione privata. Lavorando in incognito con una troupe ridotta, i registi sono riusciti a documentare non solo i comizi e i tour politici, ma anche conversazioni informali, riflessioni personali e attimi quotidiani.

Il risultato è un racconto che va oltre la cronaca, restituendo il lato umano della politica: dubbi, motivazioni, scelte difficili e dinamiche personali che raramente emergono nel racconto pubblico. Il film si propone così come una testimonianza diretta di un cambiamento vissuto dall’interno, capace di cogliere le sfumature di un’intera fase storica.

Prodotto in totale indipendenza, senza influenze esterne, il documentario riflette una precisa visione autoriale: raccontare la realtà con autenticità e integrità. Per Topolánszky e Sümeghy, il cinema documentario non è solo uno strumento narrativo, ma un mezzo capace di incidere sul dibattito pubblico e contribuire al cambiamento sociale.

Con questa anteprima, il Riviera Film Festival inaugura la sua decima edizione con uno sguardo sul presente più attuale che mai, confermandosi come uno spazio privilegiato per il cinema che interroga la realtà e ne racconta le trasformazioni più profonde.

 
 
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Dalle radici dell’osteria di campagna a una cucina contemporanea fatta di tecnica, equilibrio e contaminazioni

Un’evoluzione che parte dalla tradizione

Nel cuore di Mogliano Veneto, a pochi minuti da Venezia, Osteria Al Turbine si distingue come una realtà gastronomica capace di tenere insieme memoria e innovazione. Nato come luogo autentico della tradizione veneta, il ristorante era inizialmente conosciuto per una cucina schietta e sostanziosa: gnocchi al ragù, pasta e fagioli, trippa e carni alla griglia raccontavano un’identità profondamente legata al territorio.

Con l’arrivo dello chef Andrea Lombardini, questo patrimonio non è stato abbandonato, ma reinterpretato con sensibilità contemporanea. La sua cucina si fonda su un principio chiaro: valorizzare le radici attraverso tecnica, ricerca e rispetto della materia prima. Fondamentale nel suo percorso è stata la formazione in contesti di alta ristorazione, tra cui l’esperienza ispiratrice presso Le Calandre, che ha contribuito a definire una visione più ampia e consapevole.

Accanto allo chef, la presenza in sala della moglie Martina completa l’esperienza con un’accoglienza calorosa e attenta, rendendo ogni visita intima e autentica.

 

 

Tra Veneto e Oriente: una cucina in dialogo

Il territorio resta il punto di partenza, con ingredienti selezionati come ortaggi di stagione, carni e pesce fresco, lavorati con cura per esaltarne le caratteristiche naturali. Tuttavia, ciò che rende distintiva la proposta di Al Turbine è una raffinata apertura internazionale, in particolare verso suggestioni asiatiche.

Fermentazioni leggere, ricerca dell’umami e un attento bilanciamento tra acidità, dolcezza e sapidità definiscono uno stile elegante e contemporaneo, capace di alleggerire le preparazioni senza rinunciare alla profondità del gusto.

Il menù, dinamico e stagionale, ne è la sintesi più efficace. Piatti come “Omaggio al Giappone”, una battuta di manzo con alga nori, yuzu, soia e dashi, raccontano un incontro armonico tra culture. Lo spaghettone alla brace con vongole e bottarga unisce invece tradizione italiana e note affumicate di ispirazione orientale. Non mancano proposte più strutturate, come i tortelli di selvaggina in brodo di porcini e anguilla alla brace o l’anatra, dove tecnica e creatività si intrecciano in composizioni complesse.

Anche i dessert seguono questa filosofia, con creazioni equilibrate e mai eccessive: prugne e shiso o il soufflé alle more e pistacchio chiudono il percorso con eleganza e precisione.

Al Turbine si conferma così come un indirizzo capace di raccontare una nuova idea di cucina: un dialogo continuo tra passato e presente, tra identità locale e visione globale. Un luogo dove ogni dettaglio contribuisce a costruire un’esperienza coerente, dimostrando come anche fuori dai grandi centri sia possibile trovare una proposta gastronomica di alto livello.

 

 
Per informazioni: https://www.alturbine.it/
 
 
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Il 2026 non è un anno qualsiasi per Slow Food Italia. Segna un passaggio simbolico e concreto insieme: quarant’anni dalla sua nascita, avvenuta nel luglio 1986. Un traguardo che non è solo celebrazione, ma rilancio. Perché quarant’anni significano esperienza, ma anche responsabilità. Significano chiedersi, ancora una volta, quale mondo vogliamo costruire.

Durante l’assemblea dei soci alla FAO di Roma nel 2025 è stata rilanciata una visione chiara: un’altra idea di mondo. Non uno slogan, ma una direzione. Slow Food è cultura e azione politica attraverso il cibo. È un’associazione che tiene insieme memoria e innovazione, radici locali e dialogo globale. Perché il cibo è linguaggio. È ciò che permette di conoscersi, di incontrarsi, di rispettare le differenze. È uno strumento di relazione tra esseri umani e ambiente.

Come sottolinea Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia: tutelare la biodiversità è un atto di fiducia verso il futuro. Biodiversità significa varietà della vita, dalle specie vegetali e animali fino agli ecosistemi e alle comunità umane. È adattamento, resilienza, ma anche ricchezza sociale. L’educazione al piacere passa da scelte consapevoli. Ed è proprio da questa visione che nasce il programma 2026: un calendario di eventi che intreccia formazione, territorio e partecipazione.

 

 

FEBBRAIO

AGGIUNGI UN LEGUME A TAVOLA - Varietà locali, un tesoro a rischio estinzione -
Dal 7 al 15 febbraio – Giornata mondiale dei legumi: 10 febbraio

Si parte dal gesto più semplice: mettere un legume nel piatto. Il 10 febbraio si celebra la Giornata mondiale dei legumi, istituita dalla Fao per ricordarne il valore nutrizionale e il ruolo nei sistemi agroalimentari sostenibili. Attorno a questo alimento è nata Slow Beans, rete italiana che unisce produttori, cuochi e attivisti impegnati nella tutela delle varietà locali.

Dal 7 al 15 febbraio oltre 100 ristoratori e pizzaioli dell’Alleanza Slow Food propongono nei loro locali almeno un piatto dedicato ai legumi, privilegiando Presìdi e varietà territoriali. Un invito semplice ma potente: riscoprire la biodiversità partendo dalla tavola.

SLOW WINE FAIR 2026

Tema della quinta edizione: il vino giusto - BolognaFiere, dal 22 al 24 febbraio

A Bologna si torna a parlare di vino secondo Slow Food. Non solo buono da bere, ma giusto: prodotto nel rispetto dell’ambiente, della biodiversità e del lavoro umano. Oltre 1100 espositori da 28 Paesi e più di 7000 etichette per tre giorni di degustazioni, conferenze e masterclass.

Il concetto di qualità si amplia: un vino è davvero giusto quando tutela il territorio, garantisce dignità del lavoro e promuove inclusione. La viticoltura diventa strumento di rigenerazione sociale e culturale.

MARZO

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE FORESTE - La rinascita del castagno - Filattiera (MS), dal 20 al 22 marzo -

Tre giorni dedicati alla rete Slow Food dei castanicoltori. Conferenze, laboratori, degustazioni e un mercato che celebra la castagna come risorsa ambientale e culturale. La castanicoltura è presidio del territorio, tutela il paesaggio e contribuisce alla prevenzione del dissesto.  Svolge infatti un ruolo fondamentale per le aree interne del Paese e contribuisce alla prevenzione del dissesto idrogeologico e degli incendi e favorisce la biodiversità, oltre a catturare CO2.

Slow Food sostiene il recupero dei castagneti storici e la valorizzazione dei saperi rurali: rigenerare le terre alte significa investire nel futuro delle aree interne.

APRILE

GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA – Agroecologia -

La crisi climatica impone scelte. L’agroecologia è la risposta concreta: un modello che lavora con la natura e non contro di essa. È equilibrio tra suolo, acqua, piante, animali e comunità.

Presìdi come la gallina bianca di Saluzzo, la pecora del Belice o la cipolla rossa delle Saline di Margherita di Savoia raccontano un’agricoltura diversa. Un’agricoltura che custodisce biodiversità e dignità del lavoro.

ANNO INTERNAZIONALE DEI PASCOLI E DEI PASTORI – ONU - Formare il futuro delle aree interne

A Calascio (Aq) proseguono le masterclass della Scuola di pastorizia, nata nel 2025. Formazione pratica e culturale per preparare i pastori del futuro: gestione dei pascoli, trasformazione casearia, benessere animale. I pascoli non sono solo spazi produttivi, ma paesaggi di comunità.

GUIDA AGLI EXTRAVERGINI

11 aprile – Torri del Benaco (Vr)

Giunta alla 27esima edizione, la guida valorizza olivicoltori che rispettano il suolo e il paesaggio. Dal 2025 esclude le colture superintensive. Un segnale chiaro: la qualità passa dalla cura della terra.

MAGGIO

DISTINTI SALUMI - Tema: con le mani. Dialogo sul saper fare norcino - Cagli (PU), dal 22 al 24 maggio -

Tre giorni dedicati alla norcineria artigianale italiana. Laboratori, mercato dei produttori e riflessione sul futuro del mestiere. Trasmissione dei saperi, sostenibilità, nuove generazioni. Un patrimonio culturale che vive grazie ai Presìdi e all’Arca del Gusto.

GUIDA ALLE BIRRE D’ITALIA 2027

29 maggio – Brescia

Una rete di esperti racconta il panorama brassicolo italiano. Oltre alle etichette, quasi 800 indirizzi dove bere e acquistare. Dal 2025 il premio Filiera valorizza chi investe nell’autoproduzione delle materie prime. Riferimento per dove comprare, bere e abbinare le birre col cibo, mentre con il riconoscimento ai locali golosi, la guida segnala coloro che dedicano una particolare attenzione all’offerta gastronomica. 

GIUGNO

SLOW FOOD DAY IL 13 GIUGNO In tutta Italia - Un’altra idea di mondo -

È la festa della rete Slow food. Eventi nei Mercati della Terra, negli orti, nelle aziende associate. Un giorno intero per riaffermare il valore del cibo buono, pulito e giusto. Eventi nelle piazze, negli orti comunitari, nelle aziende dei produttori dei Presìdi e nei Mercati della Terra, insieme ai Cuochi e ai Pizzaioli dell’Alleanza. 

LUGLIO

BUON COMPLEANNO SLOW FOOD ITALIA IL 26 LUGLIO

Il 26 luglio non è una data simbolica qualunque. Nel 1986 si chiudeva il congresso fondativo che avrebbe segnato l’inizio di un percorso destinato a cambiare il modo di guardare al cibo e all’agricoltura. Veniva eletto presidente Carlo Petrini e prendeva forma un’idea nuova di gastronomia: non più solo piacere, ma responsabilità.

In quel momento si gettavano le basi di un movimento che avrebbe messo al centro sostenibilità ambientale e sociale, relazioni tra persone e territori, rispetto per la terra e per chi la coltiva. A quarant’anni di distanza, quella visione continua a orientare scelte, progetti e battaglie culturali. Non è solo un anniversario: è la conferma che un’altra agricoltura, fondata su equilibrio e giustizia, è possibile e necessaria.

SETTEMBRE

TERRA MADRE SALONE DEL GUSTO 2026

Torino, dal 24 al 28 settembre - BIODIVERSITÀ

Torino (centro) ospita la 16esima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, in un anno simbolico che celebra i 40 anni di Slow Food Italia. Tema dell’evento, la biodiversità, di flora e fauna, ma anche dei cibi, dei saperi e delle culture, intesa come un tesoro da custodire e uno strumento fondamentale per garantire un futuro alle nuove generazioni. Per Slow Food la diversità è incontro, dialogo e cultura di pace: una ricchezza concreta, non teorica, capace di generare equilibrio tra ambiente, economia e società.

Il programma, costruito grazie all’apporto della rete internazionale di Slow Food, propone cinque giorni di conferenze, Laboratori del Gusto, appuntamenti a tavola con cuochi e produttori, attività per famiglie e scuole e nuovi format culturali diffusi nelle vie e nei quartieri della città, con il grande Mercato di Terra Madre come cuore pulsante della manifestazione. Attraverso progetti storici come l’Arca del Gusto e i Presìdi Slow Food, e reti internazionali che coinvolgono comunità di produttori da tutto il mondo, Terra Madre racconta un’altra idea di futuro, fondata sulla tutela della diversità, sulla cura del vivente e sulla costruzione di relazioni solidali tra popoli e territori.

OTTOBRE

SLOW WINE 2027

Milano – Superstudio Maxi – 17 ottobre 2026

Una guida che racconta vino, società e futuro. Esclude chi utilizza diserbo chimico e promuove trasparenza, come l’indicazione del peso della bottiglia. Degustazione dei vini premiati e confronto sui temi più attuali del settore.

OSTERIE D’ITALIA  2027

Torino – Ogr – 19 ottobre 2026

Osterie d’Italia è molto più di una guida gastronomica: è un viaggio dentro un’Italia che resiste, accoglie e si riconosce attorno alla tavola. Da oltre trent’anni segnala osterie e trattorie che mettono al centro qualità, convivialità e legame con il territorio. Qui il cibo non è solo proposta culinaria, ma cultura, memoria e identità condivisa, espressa attraverso stagionalità, semplicità e rispetto per il lavoro agricolo.

È una mappa di luoghi autentici, spesso lontani dai riflettori, dove l’ospitalità si misura nella cura delle relazioni e nella capacità di far sentire chi entra parte di una comunità. Una guida che valorizza chi cucina con coerenza, custodisce tradizioni locali e sceglie materie prime provenienti da filiere responsabili, raccontando un’Italia concreta, fatta di persone prima ancora che di piatti.

NOVEMBRE

FESTA ORTI SLOW FOOD

11 novembre – in tutta Italia - Tema 2026/2027: l’Arca del Gusto

Da oltre vent’anni Slow Food porta avanti in tutta Italia un progetto che parte dalla terra per costruire consapevolezza: gli orti scolastici. L’obiettivo non è solo coltivare verdure, ma seminare una cultura del cibo fondata sul piacere, sulla responsabilità e sul rispetto dell’ambiente. Il percorso mette al centro la formazione degli insegnanti e il coinvolgimento attivo delle comunità educanti. In questi anni sono state coinvolte più di 1.000 scuole e formati oltre 3.000 docenti. Ogni annualità è guidata da un tema specifico, presentato durante la Festa nazionale dell’11 novembre, che riunisce migliaia di studenti in un momento condiviso di apprendimento e celebrazione.

Dal 2024 il progetto si è ampliato con la nascita degli Orti di comunità: spazi ricchi di biodiversità dove cittadini e cittadine coltivano non solo ortaggi e frutta, ma relazioni e senso di appartenenza. Possono essere urbani, sociali, conviviali o terapeutici, e trovano casa in scuole, biblioteche, ospedali, contesti detentivi. Qui si promuovono varietà locali, semi autoprodotti, rotazioni colturali e pratiche agroecologiche come compostaggio e sovescio. L’orto diventa così luogo di cura e riflessione, capace di formare persone più consapevoli e attive nel sistema agroalimentare.

 

LINK UTILI

 

Slow food > https://www.slowfood.it/

Slow wine fair > https://slowinefair.slowfood.it

Slow food castanicoltori > https://www.slowfood.it/rete-slow-food-castanicoltori/manifesto-della-rete-slow-food-dei-castanicoltori/

Slow food scuola pastorizia > https://www.slowfood.it/scuolapastoriziacalascio/

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C’è un momento, tra gli ulivi giovani e secolari, in cui il silenzio sembra raccontare più delle parole. È il soffio lento della terra del Sud Italia, la Puglia: un respiro che accompagna da generazioni la famiglia Buondioli, che ha scelto di ascoltarlo e di restituirgli valore attraverso l’olio. Qui, tra filari curati come fossero eredità fragili e preziose, nasce una storia che attraversa un secolo di stagioni, trasformandosi senza mai tradire le proprie radici.

Nel cuore dell’azienda tutto parla di continuità: mani diverse, epoche diverse, un’unica visione. Dalle prime raccolte del secolo scorso alla nuova energia portata da giovani produttori e agronomi, ciò che rimane immutato è la ricerca costante della qualità. Ogni passo, dalla cura dei terreni alla scelta dei tempi di molitura, è pensato per rispettare la natura e custodire un patrimonio che cresce insieme a chi lo lavora.

 

Oggi questa realtà agricola si presenta con un’identità forte, costruita con la tenacia di chi crede davvero nel proprio prodotto. Un olio extravergine che non è solo assenza di difetti, ma il risultato di tecnica, esperienza e di una fedeltà rara: quella di una tradizione familiare capace di evolversi senza perdere le sue origini.

Il loro Olio Extravergine di Oliva è presente nella Guida Oli d’Italia del Gambero Rosso e nella Guida agli Extravergini di Slow Food, che ne riconoscono l’eccellenza.

 

Giovedì 13 novembre, nel cuore di Milano, al RAW Restaurant, tempio gourmet fondato da Petra, che esalta la materia prima nella sua forma più pura, Domenico Buondoli, Product Manager dell’azienda di famiglia, ha presentato CENTVRY: l’olio che nel 2025 segnerà una nuova era per gli ulivi secolari (143 in tutto) dei Buondoli. Un monocultivar biologico di Ogliarola Garganica, unico al mondo, che conquista già dal primo assaggio. Profumo intenso e autentico, note erbacee intrecciate a mandorla e carciofo, e uno stile armonioso, leggermente amaro, con un finale elegantemente piccante.

 

CENTVRY non si limita a farsi assaggiare: ti avvolge, ti resta addosso. Una volta conosciuto, rende quasi impossibile tornare ai soliti oli a cui molti di noi sono abituati.

Il CENTVRY, come tutti gli oli dei Buondioli, è estratto a freddo e porta il marchio “Extravergine”. Viene venduto (online o presso rivenditori selezionati) sul sito: https://aziendabuondioli.com/ in confezioni di pregio. Il suo top, conservato in ceramica scura, del presidio “Slow Food” è il BuondiOli CENTVRY Limited Edition da 500ml -

Daniela Ferrando, giornalista, sommelier, assaggiatrice di oli e creatrice di format esperienziali, ha guidato con grande maestria la presentazione e ha concluso l’evento coinvolgendo il pubblico di circa 25 persone in una degustazione speciale. Un percorso sensoriale in due parti, capace di mostrare come lo stesso olio, raccolto in momenti diversi, possa esprimere al gusto e all’olfatto sfumature profondamente differenti.

 

Nella prima parte è stato proposto l’olio nuovo, più delicato e armonioso, accompagnato da una bruschetta di pane di Altamura e pomodoro invernale (un pomodoro dalla scorza importante, raccolto d’estate e conservato appeso fino alla primavera).

Nella seconda parte, invece, il pubblico ha scoperto un olio “datato” di alcuni mesi, verace, più amaro con note piccanti tardive che è stato abbinato alle fave di Carpino e alla cicoria appena scottata.

La degustazione si è conclusa con un gelato di pane, pomodoro e olio; un’interpretazione unica nel suo genere, realizzato direttamente dalla cucina del RAW Restaurant.

Presente anche Saverio di Pantura, realtà nata nel 2015 che, a bordo di cargo bike, porta in giro per l’Italia la storia e i sapori di Altamura. Pantura parte dal pane, suo elemento identitario che nel tempo si evolve con proposte sempre più ricercate, tra cui il celebre panino con polpo alla piastra, patate e pinzimonio, impreziosite dagli oli della famiglia Buondioli.

L’evento al RAW Restaurant ha mostrato con chiarezza ciò che spesso si dà per scontato: dietro a un grande olio non c’è soltanto una buona oliva, ma una visione. La visione di una famiglia che, da più di un secolo, coltiva la propria terra con rispetto, determinazione e un profondo senso di responsabilità verso il futuro. La storia dei Buondioli non è solo agricola: è culturale, identitaria, quasi narrativa. È la prova che tradizione e innovazione possono convivere senza annullarsi, anzi, rafforzandosi a vicenda, proprio come accade tra gli ulivi giovani e quelli secolari che disegnano i loro campi.

La presentazione di CENTVRY ha dato voce a questa eredità. Un olio nato da alberi antichi, curati come fossero custodi del tempo, e reinterpretato attraverso le competenze di una nuova generazione che guarda avanti senza spezzare il filo con il passato. Il pubblico milanese ha percepito tutto questo: l’aspetto tecnico, certamente, ma soprattutto quello emotivo. Perché CENTVRY non è solo un monocultivar biologico; è un racconto liquido, un concentrato di storia, territorio, scelte coraggiose e profumi che parlano la lingua più autentica della Puglia.

E così, tra storie, profumi, tecniche e sapori, CENTVRY ha celebrato molto più di un nuovo prodotto: ha celebrato un modo di essere, di produrre, di tramandare. Ha ricordato che l’eccellenza non nasce per caso, ma dall’amore ostinato verso la propria terra e dalla volontà di farla parlare attraverso ogni singola goccia.

Un’eredità che la famiglia Buondioli custodisce, protegge e continua a donare, anno dopo anno a chi ha la fortuna di incontrarla nel proprio piatto.

CENTVRY è riconosciuto dal presidio Slow Food “Olivi Secolari”, che tutela gli uliveti antichi e valorizza la biodiversità e il paesaggio agricolo tradizionale.

 

 

 

 

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Un nuovo capitolo per La Molisana: La rivoluzione della pasta con lupini

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