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Dal 27 al 30 luglio torna il festival dedicato alla cinematografia breve. Per la settima edizione, per la prima volta, la giuria sarà composta da cinque professionisti del cinema e dell’audiovisivo.

Cinque sguardi diversi per il cinema breve

Il Calabria Movie Film Festival si prepara alla sua settima edizione con una novità significativa: per la prima volta la giuria sarà composta da cinque professionisti del cinema e dell’audiovisivo. Dal 27 al 30 luglio, Crotone tornerà così a ospitare una manifestazione dedicata alla cinematografia breve, con cortometraggi provenienti da tutto il mondo e un’attenzione sempre più forte alla qualità dello sguardo, alla ricerca e alle nuove forme del racconto.

A valutare le opere in concorso saranno il produttore e talent manager Daniele Orazi, il regista e divulgatore cinematografico Antonino Giannotta, l’attrice Claudia Tranchese, l’attrice e regista Karen Di Porto e l’attore Ludovico Tersigni. Una giuria volutamente composita, che mette insieme percorsi, generazioni e sensibilità differenti: dalla rappresentanza artistica alla recitazione, dalla regia alla divulgazione, fino al rapporto sempre più stretto tra cinema, televisione, piattaforme e comunicazione digitale.

La scelta racconta bene l’identità che il festival sta costruendo anno dopo anno. Non solo una vetrina per cortometraggi, ma uno spazio in cui il cinema breve viene considerato per quello che è: un linguaggio autonomo, capace di intercettare talenti, sperimentazioni e storie che spesso anticipano direzioni future dell’audiovisivo.

Tra i nomi più autorevoli della giuria c’è Daniele Orazi, fondatore della DO Agency e figura centrale nel lavoro di rappresentanza artistica in Italia. Nel corso della sua carriera ha accompagnato il percorso di attori e registi tra i più riconosciuti del panorama nazionale, contribuendo alla crescita di produzioni arrivate nei principali festival internazionali.

Accanto a lui ci sarà Antonino Giannotta, regista, attore e divulgatore cinematografico calabrese, conosciuto anche attraverso i suoi canali social. La sua presenza porta in giuria uno sguardo trasversale, capace di collegare il cinema d’autore alle nuove modalità con cui oggi il pubblico scopre, commenta e attraversa le immagini.

Il mondo della recitazione sarà rappresentato anche da Claudia Tranchese, volto noto al pubblico televisivo e cinematografico. Ha preso parte a serie come I bastardi di Pizzofalcone, Gomorra - La serie, Generazione 56K e al film Netflix Sotto il sole di Riccione. Tra i lavori più recenti, il ruolo di Elisa Greco adulta nella quarta e ultima stagione de L’amica geniale e la partecipazione alla fiction La Preside, ispirata alla storia vera di Eugenia Carfora a Caivano, al fianco di Luisa Ranieri.

Claudia Trachese (foto: Calabria Movie Film Festival)

 

A portare uno sguardo da interprete, sceneggiatrice e regista sarà invece Karen Di Porto, artista dal percorso personale e riconoscibile, diviso tra cinema, televisione e teatro. Dopo essersi affermata come attrice, ha intrapreso anche la strada della scrittura e della regia con lavori come Maria per Roma, Il grande Boccia e Piazza, il suo primo documentario, dedicato alla propria radice ebraica.

Completa la giuria Ludovico Tersigni, tra i volti più conosciuti della nuova generazione di interpreti italiani. Amato dal pubblico per ruoli in serie come SKAM Italia e Summertime, ha condotto anche X Factor Italia, confermando una versatilità che negli ultimi anni lo ha portato a muoversi tra recitazione, conduzione, scrittura e arte.

“Siamo contenti di avere una giuria così varia, composta da professionisti che arrivano da percorsi diversi ma che, ciascuno a suo modo, racconta molto bene il presente del cinema e dell’audiovisivo”, dichiara la direzione artistica. “Per noi è un valore importante, perché dà ancora più forza al concorso e all’identità di questa edizione. È anche il segno della direzione che il festival sta cercando di prendere: tenere insieme sguardi, esperienze e sensibilità differenti, senza perdere coerenza.”

 

Karen Di Porto (foto: Calabria Movie Film Festival)

 

Prodotto da Calabria Movie APS, attiva dal 2020, il festival nasce con l’obiettivo di promuovere un cinema inedito e di qualità nel territorio calabrese, costruendo al tempo stesso un percorso culturale fatto di incontri, eventi e attività durante tutto l’anno. A idearlo sono stati tre giovani professionisti del cinema: Matteo Russo, Luisa Gigliotti e Antonio Buscema.

In un territorio spesso raccontato più per assenza che per possibilità, il Calabria Movie Film Festival prova invece a costruire presenza: portare opere internazionali a Crotone, creare occasioni di confronto, mettere in relazione pubblico, autori e professionisti. La settima edizione conferma questa direzione, scegliendo una giuria che non guarda al cinema da un solo punto di vista, ma ne attraversa le molte trasformazioni.

I biglietti e gli abbonamenti al festival sono disponibili dal 6 luglio.

Informazioni: https://calabriamovie.it/

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A Nesso, sul Lago di Como, Samanta e Riccardo hanno dato vita ad un sogno che sa di casa e di strada: un progetto nato per far respirare il lago e le genti che lo vivono, per lasciare che il gusto diventi racconto e che l’accoglienza faccia da bussola, proprio come succede quando le strofe de “Lo sciamano” di Davide Van de Sfroos iniziano a vibrare di quella musica che ti accompagna, un passo alla volta, nella luce, tra pensieri e venti che sanno di verità.

E infatti Briisa de Ness non è soltanto un concetto inserito in una strofa. È anche il senso stesso del luogo: letteralmente la brezza di Nesso, una sfumatura che attraversa le volubili e caleidoscopiche giornate lacustri. Qui il lago non resta sullo sfondo: entra nei momenti, li cambia. All’Hotel Bistrot Pizzeria Briisa de Ness un pranzo in terrazza diventa teatro naturale, una cena si fa più morbida, e perfino il tempo sembra dilatarsi.

La cucina cammina con la stessa filosofia: tradizione e territorio insieme, senza trucco e senza fretta. La materia prima viene scelta con cura, i sapori restano genuini e la mano in cucina è tesa a rispettare la stagione, come si rispetta una promessa. Ci sono piatti capaci di richiamare i classici, ma anche idee in cui la creatività si appoggia alla bontà senza mai stravolgerla. C’è spazio per la carne selezionata, per le specialità di pesce e per i dolci artigianali. E poi c’è la pizzeria, cuore di allegria: impasti a lunga lievitazione, impasti che aspettano il loro momento, che diventano leggeri, fragranti e pieni di sapore.

E quando fuori si apre la stagione delle giornate limpide, la terrazza chiama. Il dehors diventa il luogo delle cose belle: cene romantiche, pranzi in famiglia che scaldano le ore, aperitivi al tramonto con lo sguardo fisso sull’acqua. L’atmosfera resta elegante, sì, ma mai eccessiva: è quel tipo di raffinatezza che non pesa, che invita a restare e a parlare.

Perché Nesso, poi, non è un semplice luogo su una mappa stradale a solo un ora da Milano: è un borgo da ascoltare. Tra vicoli in pietra e magici scorci, ci sono luoghi iconici che fanno da eco alle note dei Van de Sfroos. L’Orrido di Nesso con la sua cascata che scende fino al lago sembra un ritornello che torna uguale, eppure ogni volta diverso. E il ponte medievale della Civera tiene insieme i tempi, come certe storie che attraversano le generazioni. Se poi la giornata ti prende e non vuoi chiuderla subito, c’è anche l’idea di restare ancora un po’: le camere con vista lago permettono di vivere il territorio con più tranquillità.

Rientrare dopo aver scoperto Bellagio, Como, Argegno, Tremezzina e i sentieri panoramici è il modo migliore per dare continuità alla sensazione.

E tutto questo funziona anche grazie a una cosa semplice: l’ospitalità. Lo staff accoglie con professionalità e attenzione ai dettagli, ma senza irrigidirsi. L’obiettivo è trasformare la tua visita in un ricordo fatto di gusto e atmosfera, di servizio presente ma discreto, come una brezza che passa e lascia addosso qualcosa di buono.

 

 

Per questo, forse, l’Hotel, Bistrot, Pizzeria Briisa de Ness è proprio così: un frammento di lago e di musica. Una sosta che si ricorda, perché sa di territorio, sa di convivialità, e sa di quella strada interiore che capisci solo quando Lo sciamano ti mette addosso il giusto ritmo.

 

Hotel, Bistrot, Pizzeria Briisa de Ness

Via Borgonuovo 4, 22020, Nesso (CO)

Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Phone: +39 031 3734223

PRANZO 12.00 – 14.30

CENA 19.00 – 22.30

CHIUSO IL MARTEDÍ

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La gestione e la preservazione dell’acqua sono sfide climatiche sempre più urgenti. A certificarlo è il bilancio dell’Agenzia Europea per l’Ambiente che, in occasione della giornata Mondiale contro la siccità, ha evidenziato come, nonostante l’efficientamento tecnologico abbia permesso di ridurre i prelievi idrici del 14% negli ultimi 20 anni, la pressione sulle risorse idriche non sia diminuita. Tutt’altro.
Un apparente paradosso, che dimostra come garantire l'accesso all'acqua senza depauperare le falde acquifere sia diventata una priorità ambientale. Anche perché l’estensione delle aree soggette a stress idrico continua ad aumentare.

Il gran caldo e le temperature record toccate negli ultimi dieci giorni di giugno in tutta Europa – premessa per un’estate davvero rovente – non fanno altro che accelerare l’evaporazione di fiumi e invasi. Il tutto si trasforma in un’emergenza cronica, che nei mesi caldi diventa crisi strutturale, arrivando a colpire ben il 70% dei residenti nell'Europa meridionale (circa 105 milioni di persone), con l’Italia tra i primi Paesi per indice di sfruttamento idrico.

Uno scenario che rende impensabile un'inversione di tendenza entro il 2030, specialmente per l'Europa meridionale, identificata come l'epicentro del rischio idrico. Un quadro allarmante confermato anche dal recente rapporto European State of the Climate di Copernicus, che evidenzia che nel Sud Europa il deficit di acqua sotterranea e di umidità del suolo si sta accumulando di anno in anno, rendendo spesso insufficienti le precipitazioni invernali e primaverili per compensare lo stress termico dei mesi più caldi.

L'Italia, come detto, vive in prima linea questa vulnerabilità. In base all’indice di sfruttamento idrico plus (WEI+) che misura le condizioni di scarsità idrica stagionale più gravi per i paesi europei, l’Italia è ai primi posti con un indice del 27,2%, superata solo da Portogallo (30,7%), Romania (33,9%), Grecia (37,4%), Malta (66,7%) e, al primo posto, l’isola di Cipro (92,1%).

I dati evidenziano come la frequenza di anomalie termiche stia surriscaldando il suolo, provocando un deficit idrico profondo che i soli piovaschi stagionali non riescono più a colmare. In questo scenario, la resilienza idrica dei territori non dipende più solo dal meteo, ma dalla capacità di azzerare gli sprechi infrastrutturali prima che la risorsa si disperda nel sottosuolo. Una risposta industriale, strutturale e virtuosa a questa crisi climatica arriva dalla Lombardia con il modello BrianzAcque, l’azienda partecipata dai 55 Comuni della Provincia di Monza e della Brianza che da oltre 20 anni gestisce industrialmente il servizio idrico integrato del territorio.

La tutela dell'oro blu richiede una visione di sistema – spiega Enrico Boerci, Presidente e Amministratore delegato di BrianzAcque – i nostri investimenti infrastrutturali servono a rinnovare le condutture, abbattere le dispersioni e garantire la resilienza del territorio di fronte a estati sempre più estreme. Tuttavia, la tecnologia e le reti da sole non bastano se non sono supportate da un uso consapevole della risorsa nelle case di tutti noi. L'acqua dolce è un bene finito e limitato, e il contrasto ai cambiamenti climatici passa inevitabilmente attraverso l'evoluzione delle nostre abitudini quotidiane”.

Per questo gli esperti BrianzAcque propongono 10 semplici accorgimenti per limitare gli sprechi:

  1. Chiudere il rubinetto quando non serve;
    2. Privilegiare la doccia al bagno;
    3. Installare i frangigetto ai miscelatori;
    4. Utilizzare gli elettrodomestici solo a pieno carico;
    5. Monitorare e riparare le perdite;
    6. Annaffiare le piante nelle ore serali;
    7. Fare la "doccia musicale", scegliendo una canzone di 3-4 minuti e concludendo la doccia prima che finisca;
    8. Praticare il recupero idrico in cucina;
    9. Lavare l'auto in modo inverso: prima rimuovere polvere e sporco con un panno in microfibra umido e solo alla fine risciacquare rapidamente;
    10. Fare attenzione all'impronta idrica invisibile: dietro ogni prodotto, dal cibo ai capi di abbigliamento, c'è un enorme consumo d'acqua impiegato per la produzione.

Ridurre gli sprechi e adottare comportamenti più responsabili può sembrare una goccia nel mare. Eppure è proprio dalla somma di tante piccole gocce che può nascere un cambiamento concreto.

Michele Salvati e Celso Laforgia|||

Dopo Bari, il progetto di Celso Laforgia e Michele Salvati arriva nel capoluogo lombardo con un locale che racconta la Puglia attraverso tecnica, memoria, ironia e nuove contaminazioni milanesi.

Da Bari a Milano, il piatto che “chiacchiera” in padella

Ci sono piatti che non si limitano a essere mangiati: fanno rumore, sporcano l’immaginario, restano addosso. Gli spaghetti all’Assassina appartengono a questa categoria. Nati a Bari tra gli anni Sessanta e Settanta, sono una piccola sfida alle regole della pasta: non vengono semplicemente lessati e conditi, ma cotti direttamente in padella, quasi aggrediti dal fuoco, dal pomodoro concentrato e dal peperoncino, fino a diventare croccanti, bruciacchiati, ruvidi e irresistibili.

Ora quell’anima barese arriva a Milano con Urban Assassineria, il progetto firmato dallo chef Celso Laforgia e da Michele Salvati, già avviato a Bari nel 2021 e pronto a portare nel capoluogo lombardo una cucina del Sud riconoscibile, ma non chiusa nella nostalgia.

Il protagonista resta lui: lo spaghetto all’Assassina. Un piatto che vive di controllo e istinto, di tecnica e ascolto. Laforgia lo racconta quasi come fosse una conversazione con la padella: bisogna sentire il pomodoro che “chiacchiera”, seguire il fuoco, accompagnare gli spaghetti con un gesto ritmico, senza fretta. È lì che nasce quel “bruciacchiatello” perfetto, la parte più fragile e più desiderata del piatto.

Non è un caso che questa preparazione abbia conquistato anche Stanley Tucci durante la docuserie Searching for Italy, contribuendo a portare lo chef Laforgia e la sua Assassina oltre i confini pugliesi. Ma Urban Assassineria non vuole limitarsi a replicare un successo. L’obiettivo è più ambizioso: trasformare un piatto popolare, nato anche da una logica di recupero, in un’esperienza urbana, contemporanea, capace di parlare a Milano senza perdere Bari.

 

(foto: Laura Gobbi Pr Eventi Comunicazione)

La Puglia entra in città, ma non si traveste

Portare l’Assassina a Milano significa misurarsi con una piazza esigente, abituata alle aperture, alle mode e alle cucine regionali rilette in chiave metropolitana. Laforgia e Salvati sembrano saperlo bene. Per questo il nuovo locale non nasce come semplice “angolo pugliese” fuori sede, ma come un luogo dove tradizione e città provano a incontrarsi con intelligenza.

Michele Salvati, amico d’infanzia dello chef e anima organizzativa del progetto, ha lavorato sull’accoglienza e sull’identità del locale con un’idea chiara: creare uno spazio che sappia di casa, ma con il passo di una città cosmopolita. Perché Milano, quando riconosce autenticità e qualità, sa accoglierle. E forse è anche per questo che lo chef ironizza definendola “la seconda provincia della Puglia”: una città dove la comunità pugliese è forte, presente, affezionata ai propri sapori, ma anche pronta a vederli reinterpretati.

Da qui nascono due versioni pensate appositamente per Milano, entrambe con nomi cinematografici e un gusto volutamente evocativo. Milano Calibro 9 lavora sulla dolcezza del datterino giallo, sul pane abbrustolito in burro chiarificato al profumo di limone, sulle erbette e sulla salvia in pastella, richiamando da lontano la memoria della cotoletta alla milanese. Milano Rovente, invece, costruisce un ponte ancora più esplicito tra Nord e Sud: spaghetti alle cime di rapa, stracotto di ossobuco cotto otto ore con sedano, carota, cipolla, burro e salvia, e fonduta di taleggio allo zafferano.

Sono piatti che giocano, ma non tradiscono. La base resta quella dell’Assassina: pomodoro, fuoco, croccantezza, intensità. Attorno, però, Milano entra con i suoi simboli gastronomici, dalla cotoletta al risotto, dall’ossobuco allo zafferano.

Il dialogo continua anche nei bao, una delle firme più personali del menu di Laforgia. Accanto alle versioni con brasciola, bombetta, rape e parmigiana, arrivano due omaggi milanesi: il bao con cotoletta alla milanese e quello ispirato al risotto allo zafferano, con crocchè di riso, fonduta di grana e zafferano. Un richiamo dichiarato al risotto al salto, ma spostato dentro un formato street e contemporaneo.

 

Il bao con cotoletta alla milanese (foto: Laura Gobbi Pr Eventi Comunicazione)

 

Un locale dove sentirsi a casa

Urban Assassineria non si esaurisce negli spaghetti. Il menu allarga il racconto alla cultura gastronomica pugliese: crostini squadrati preparati con l’impasto del tarallo, stracciatella, capocollo, pomodoro secco, braciola, cime di rapa. Anche qui, come nell’Assassina, la tradizione non viene semplicemente citata, ma rimessa in movimento.

Lo stesso accade nella parte dolce, dove la memoria pugliese diventa materia di gioco. Tra le proposte spicca il tiramisù rivisitato con pane di Altamura, scelto al posto dei savoiardi: una variazione che porta nel dessert una nota più fragrante, rustica e identitaria, trasformando uno dei dolci italiani più riconoscibili in un racconto ancora più legato al Sud. Accanto a questo, la Monaca di Monza, rilettura della classica tetta della monaca con impasto al caffè e crema chantilly alla mandorla, pensata per richiamare il caffè leccese. E poi spumoni, semifreddi all’olio d’oliva e, naturalmente, il pasticciotto.

Il tiramisù rivisitato con pane di Altamura

 

Il racconto pugliese passa anche dai produttori: olio, vini naturali e biologici, amari, birra Raffo. Piccoli segni di una terra che non viene usata come cartolina, ma come dispensa viva, fatta di sapori, gesti e abitudini.

Il senso del progetto è tutto in una frase: quando entri da Urban Assassineria, devi sentire di mettere piede in Puglia. Non una Puglia immobile o folkloristica, ma calda, rumorosa, conviviale, capace di prendere un piatto nato a Bari e farlo dialogare con Milano senza snaturarlo.

In fondo, il successo dell’Assassina sta proprio lì: è un piatto imperfetto nel modo più affascinante possibile. Brucia, graffia, resta croccante, chiede attenzione. Non cerca di piacere con eleganza composta, ma con carattere. E in una città come Milano, dove tutto corre e spesso tutto si assomiglia, forse un po’ di fuoco barese era esattamente quello che mancava.

 

 

Il fondatore di OXY-GO, Emiliano Costagli|||

Nata a Empoli dall’esperienza di Multibrand, OXY-GO unisce acqua pura delle Prealpi Venete e tecnologia di imbottigliamento a pressione: una proposta pensata per sport, wellness e consumo quotidiano. 

Dalle Prealpi Venete a Empoli, una nuova idea di acqua 

In un mercato in cui l’acqua non è più soltanto acqua, ma sempre più spesso diventa racconto di origine, benessere, performance e stile di vita, OXY-GO prova a occupare uno spazio preciso: quello delle acque funzionali ad alto contenuto di ossigeno. 

Il marchio nasce da Multibrand S.r.l., realtà empolese attiva dal 2013 nei settori sport, wellness e health. Un’impresa di dimensioni contenute, ma con un’ambizione chiara: portare nel segmento delle oxygenated water un prodotto italiano capace di competere con i pochi player internazionali che presidiano questa nicchia. 

Il punto di partenza è l’acqua, selezionata nell’area del Monte Grappa, nelle Prealpi Venete, per le sue caratteristiche chimico-fisiche. A questa materia prima viene applicata una tecnologia di imbottigliamento a pressione, in vetro, studiata per trattenere l’ossigeno e preservare la struttura organolettica dell’acqua. 

 

Ogni litro di OXY-GO contiene 150 mg/l di ossigeno, un livello che colloca il prodotto nella fascia alta del mercato delle acque iper-ossigenate. Ma il progetto non sembra voler parlare solo a una nicchia tecnica: l’obiettivo è intercettare un pubblico più ampio, fatto di sportivi, consumatori attenti al benessere, palestre, centri wellness, bar, ristorazione e canali farmaceutici. 

Lanciata nel giugno 2024, OXY-GO ha venduto oltre 200.000 bottiglie entro la fine del 2025, pur senza una rete commerciale strutturata. Un dato che racconta un interesse già concreto attorno al prodotto e una potenzialità di crescita significativa, anche perché l’azienda dichiara di essere già in grado di fornire milioni di bottiglie, gestendo internamente filiera produttiva, logistica, packaging e conservazione della purezza. 

 

OXY-GO si presenta come un’acqua naturale, iposodica, calcico-magnesiaca, leggera e digeribile, pensata non solo per l’attività sportiva ma anche per il consumo quotidiano. Non una bevanda “miracolosa”, dunque, ma una proposta funzionale che si inserisce in una tendenza più ampia: quella di scegliere prodotti semplici, puliti, ma con un valore aggiunto chiaro. 

In questo senso, la forza del progetto sta proprio nella sua identità italiana. Da una parte la fonte delle Prealpi Venete, dall’altra un’impresa toscana che ha costruito il prodotto attorno a ricerca, tecnologia e cura della filiera. OXY-GO prova così a dare una risposta contemporanea a un gesto quotidiano come bere acqua, trasformandolo in una scelta più consapevole, legata al benessere, alla qualità e a una nuova attenzione per ciò che si porta ogni giorno sulla tavola o in allenamento. 

 

Giuseppe Penone al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 1991|||

Dal 22 al 24 maggio Torino ospita la settima edizione della fiera dedicata alla fotografia e all’immagine contemporanea. Tra 42 gallerie, talk internazionali e nuove ricerche visive, le Officine Grandi Riparazioni si confermano laboratorio di cultura e innovazione.

Dalle officine dei treni alla fabbrica delle immagini

Un tempo luogo di manutenzione dei treni, oggi spazio di arte, innovazione e tecnologia. Le OGR di Torino raccontano, già nella loro architettura, una delle grandi trasformazioni urbane avvenute all’ombra della Mole dall’inizio degli anni Duemila: il passaggio da città industriale a laboratorio culturale capace di reinventare i propri luoghi simbolici.

È proprio dentro questo scenario che, da venerdì 22 a domenica 24 maggio, trova casa la settima edizione di The Phair | Photo Art Fair 2026, presentata questa mattina nella Sala Fucine delle Officine Grandi Riparazioni. Una fiera che, anno dopo anno, si è ritagliata uno spazio riconoscibile: non solo mercato, ma luogo in cui gallerie, istituzioni, artisti e nuove ricerche visive provano a parlarsi davvero.

L’edizione 2026 riunisce 42 gallerie italiane e internazionali, confermando una crescente apertura europea con realtà provenienti, tra gli altri Paesi, da Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Montenegro e Svezia. Il percorso espositivo non si limita a mettere in fila stand e opere, ma prova a costruire un racconto unitario, in cui la fotografia diventa documento, memoria, interpretazione e costruzione del reale.

 

Un dialogo tra istituzioni, mercato e nuove visioni

A guidare simbolicamente questa edizione è il visual ufficiale della fiera: uno scatto di Nanda Lanfranco che ritrae Giuseppe Penone negli spazi del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Una scelta che rafforza il legame tra The Phair e le istituzioni culturali torinesi, ma anche il rapporto tra corpo, spazio e trasformazione, temi che attraversano molte delle ricerche presenti in fiera.

Il peso delle istituzioni, l’arrivo di gallerie straniere e la cornice delle OGR danno alla manifestazione una dimensione che supera il semplice appuntamento di settore. The Phair si muove infatti su un confine sempre più interessante: quello tra fiera, piattaforma culturale e osservatorio sulle trasformazioni dell’immagine contemporanea.

Accanto agli spazi espositivi, il Talk Program porta alle OGR oltre trenta ospiti e sedici incontri dedicati al futuro della fotografia. Musei, archivi, collezionismo, pratiche artistiche femminili, nuove piattaforme creative e intelligenza artificiale diventano i temi centrali di un confronto che guarda alla fotografia non soltanto come oggetto da esporre o collezionare, ma come strumento per leggere la complessità del presente.

Tra gli appuntamenti più attesi, il dialogo tra Duncan Forbes, responsabile della fotografia del Victoria and Albert Museum, e François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino, sul ruolo dei grandi musei e dei centri specializzati nella fotografia contemporanea. Spazio anche alle riflessioni sugli archivi, sulla legacy artistica e sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella costruzione dell’immaginario visivo.

Jacopo Di Cera - Pentagram, Sassolungo, 2021. Deodato Arte (Milano)

 

Tra gli stand, la notte romana di Kri Babusci

Camminando tra gli spazi espositivi, la fiera cambia passo. Le grandi traiettorie culturali diventano incontri, dettagli, lavori che chiedono tempo. Tra le gallerie presenti c’è anche RAW Messina, realtà romana con sede a Trastevere. Qui, una chiacchierata con l’artista Kri Babusci apre una prospettiva più intima sul rapporto tra fotografia, confessione e segreto.

Le sue immagini nascono nella notte romana, dentro uno spazio mobile e quasi privato: l’abitacolo della sua auto. Babusci incontra persone, le intervista, le ascolta. In cambio riceve un segreto, che viene riportato sul retro della fotografia. Ma per leggerlo bisogna compiere un gesto irreversibile: rompere l’opera.

È qui che il lavoro acquista forza. In quel momento la fotografia smette di essere solo qualcosa da guardare: diventa una scelta, quasi una piccola prova per chi la ha davanti. Conservare l’immagine intatta o violarla per accedere a ciò che nasconde. Proteggere il mistero o cercare la rivelazione.

Il dispositivo è semplice, ma efficace. Mette in crisi il rapporto tra autore, soggetto e spettatore, portando dentro l’opera una domanda precisa: quanto siamo disposti a rompere, simbolicamente e materialmente, pur di conoscere ciò che resta nascosto?

In una fiera che ragiona sulle nuove forme dell’immagine contemporanea, la ricerca di Babusci intercetta uno dei nodi più vivi del presente: il confine tra esposizione e intimità, tra visibile e invisibile, tra ciò che raccontiamo e ciò che continuiamo a custodire.

Kristina Babusci - "Pertra". RAW Messina (Roma)

 

Torino e il tempo lento delle immagini

The Phair 2026 conferma Torino come una delle città italiane più attente alla fotografia contemporanea. La presenza di gallerie internazionali, il dialogo con le istituzioni culturali e la scelta delle OGR come sede costruiscono un contesto in cui l’immagine non viene solo mostrata, ma messa alla prova.

In un tempo in cui le fotografie scorrono ovunque e spesso si consumano in pochi secondi, una fiera come The Phair prova a restituire loro peso, durata e complessità. Uscendo dagli stand, resta addosso proprio questa sensazione: che certe immagini non chiedano soltanto attenzione, ma tempo. E oggi, forse, è già molto.

 
 
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Nel quinto e ultimo giorno, il Lingotto rallenta il passo. Tra stand che si svuotano, bilanci istituzionali e una malinconia lieve, la XXXVIII edizione del Salone del Libro consegna a Torino l’immagine di una comunità ancora affamata di pagine, incontri e presenza.

 

Di un giorno di pioggia, al gusto di pioggia”, cantavano i Subsonica in Preso blu. E la pioggia che cade imperterrita su Torino, nel quinto e ultimo giorno del Salone del Libro, sembra avere qualcosa di simbolico: un velo di malinconia steso sul Lingotto, quasi a chiudere con delicatezza una festa durata cinque giorni.

Dalla sala stampa, dove il rumore dei giorni precedenti sembra essersi improvvisamente abbassato, la chiusura del Salone si percepisce in modo ancora più netto. I computer restano aperti, qualche giornalista sistema gli ultimi appunti, qualcuno rilegge, qualcuno saluta. Ma l’atmosfera è diversa: non più la corsa degli incontri da seguire, delle sale da raggiungere, delle dichiarazioni da appuntare, bensì il momento in cui tutto comincia lentamente a depositarsi.

Il fiume di persone che nei giorni precedenti aveva attraversato padiglioni, corridoi, code e sale sembra ormai essersi ritirato. In sala stampa c’è un silenzio quasi religioso. Fuori, il rumore del Salone si abbassa, mentre gli stand iniziano lentamente a svuotarsi. È il momento in cui l’energia accumulata lascia spazio al bilancio, alla memoria, a ciò che resta quando le luci cominciano a spegnersi.

E allora, cosa rimane di questa edizione? Rimane l’immagine di un evento capace di parlare ancora ai lettori, di radunarli, di farli aspettare, ascoltare, scegliere. In un’epoca dominata dallo scrolling compulsivo e da una familiarità sempre più naturale con lo schermo, il Salone ha continuato a mostrare una fame concreta di libri, di pagine, di corpi presenti nello stesso luogo.

La conferenza finale: il Salone si ferma e guarda ciò che ha costruito

Alle 16.45, in Sala Oro, la conferenza stampa conclusiva raccoglie il clima di fine corsa. La sala è piena, il brusio è fatto di saluti, abbracci, ringraziamenti agli stand, alla Grecia, Paese ospite d’onore di questa edizione. Sul palco si tirano le somme di una manifestazione che ha confermato numeri importanti e una forte centralità culturale per Torino e per il panorama editoriale nazionale.

Seguire la conferenza dalla platea, dopo giorni trascorsi tra sale affollate, appunti presi al volo, code, incontri e passaggi continui tra gli spazi del Lingotto, significa assistere non solo a un bilancio istituzionale, ma alla restituzione pubblica di ciò che il Salone è stato: una macchina complessa, attraversata da migliaia di persone, che nel momento della chiusura prova a darsi una forma, un senso, una memoria.

Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte, parla di un bilancio con il “segno più davanti”, sottolineando la capacità del Salone di aprirsi ai nuovi linguaggi e di meritare davvero la definizione di evento internazionale. Accanto alla dimensione editoriale, emerge anche la volontà di rafforzare il dialogo tra libri, cinema, istituzioni e filiera culturale.

Domenico Carretta, assessore della Città di Torino, sceglie invece una lettura più emotiva. Il Salone, dice in sostanza, coinvolge e sconvolge: corre velocissimo, produce incontri, immagini, parole, e poi all’improvviso si ferma. Il riferimento è ai film di Guy Ritchie, a quelle sequenze in cui tutto accelera, le immagini si inseguono rapide e poi, di colpo, restano sospese. La chiusura diventa così il momento in cui si guarda al lavoro di una squadra che ogni anno rende possibile quello che, visto da fuori, assomiglia quasi a un miracolo organizzativo.

Nel suo intervento torna anche il tema dell’edizione, Il mondo salvato dai ragazzini. L’attenzione dei giovani, la loro indignazione, la loro capacità di non rassegnarsi diventano una chiave politica e civile del Salone. Perché quando si smette di indignarsi, sembra dire Carretta, il mondo si ferma. E se non c’è indignazione, non c’è nemmeno cambiamento.

Presenza, lentezza, comunità

Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, ringrazia il lavoro collettivo e si sofferma soprattutto sui ragazzi. La loro presenza, numerosa e reale, diventa una risposta a chi immagina le nuove generazioni chiuse dentro il pensiero unico dei social. Al Lingotto, invece, quei ragazzi hanno abitato gli spazi, seguito gli incontri, partecipato a un’esperienza che con la sola dimensione digitale ha poco a che fare.

È forse questo uno dei segnali più forti dell’edizione: la necessità della presenza. In giorni in cui tutto può essere commentato, visto, condiviso e dimenticato in pochi secondi, il Salone ha imposto un altro tempo. Quello dell’attesa, della fila, dell’ascolto, della pagina comprata e portata via in borsa. Un tempo più lento, ma non per questo meno vivo.

Anche dalla sala stampa, dove ogni giornata è fatta di passaggi rapidi, comunicati, conferenze, corse tra un appuntamento e l’altro, questa presenza si avverte con forza. Non è soltanto il pubblico delle grandi sale, non sono solo le code davanti agli autori più attesi: è la sensazione di un’intera comunità provvisoria che per cinque giorni ha abitato lo stesso spazio, condividendo parole, attese, entusiasmi e stanchezza.

Alessandro Isaia, presidente della Fondazione Circolo dei lettori, restituisce invece lo sguardo di chi ha vissuto il Salone anche da spettatore, assaporando il senso di un lavoro che prende forma soprattutto quando incontra i suoi fruitori: lettori, ospiti, editori, operatori, volontari, pubblico.

 

 

Annalena Benini e il Salone come luogo felice

A chiudere il racconto è Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il suo intervento porta con sé il bilancio di un triennio e l’idea di un Salone capace, quest’anno, di attraversare i giorni senza essere divorato dalle polemiche. Un fatto quasi raro, per una manifestazione così grande, esposta, discussa.

Benini parla del Salone come di un posto speciale, felice, costruito da un programma capace di tenere insieme libri, musica, cinema, arte e incontri molto diversi tra loro. Richiama una frase ascoltata in Sala 500, “l’arte è coscienza del mondo”, e poi l’immagine di Itaca evocata da Crocetti in Auditorium: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante”.

Ma il cuore del suo discorso sembra stare nelle persone. Nei volti, nei dettagli, negli incontri laterali che spesso raccontano più dei grandi numeri. Come due ragazze sedute a cantare C’è tempo di Ivano Fossati: “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare”. Il Salone, in fondo, è anche questo: un tempo sognato, seminato, atteso. Un tempo che per cinque giorni diventa luogo.

 

Quello che resta

Cala il sipario, dunque. E quello che resta non è soltanto il dato dei visitatori, pur importante. Restano uno sguardo, un abbraccio, un profumo, un rumore e un silenzio.

Lo sguardo è quello dei lettori che attraversano gli stand cercando un titolo, una firma, una frase capace di restare. È anche quello di chi, dalla sala stampa, ha osservato il Salone nel suo doppio movimento: da una parte la festa aperta al pubblico, dall’altra il lavoro più nascosto di chi prova a raccontarla, selezionarla, darle un ordine attraverso le parole.

L’abbraccio è quello degli editori, degli organizzatori, degli autori e del pubblico che si salutano a fine corsa. Il profumo è quello della carta, dei libri nuovi, dei corridoi ancora pieni di borse e cataloghi. Il rumore è quello delle sale gremite, delle code, degli applausi. Il silenzio è quello che arriva dopo, quando il Lingotto si svuota e il Salone smette di parlare ad alta voce.

Fuori continua a piovere. Ma dentro resta il gusto di qualcosa che non si consuma in fretta. Il gusto lento dei libri, delle storie, delle persone che ancora scelgono di esserci.

 
 
 
Massimo Recalcati|||

Dal pubblico gremito per Recalcati alla lunga attesa per Ammaniti e Jovanotti, fino alla Sala Azzurra di Irvine Welsh: il quarto giorno del Salone del Libro attraversa l’amore come qualcosa che si sente prima ancora di capirlo.

Il quarto giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia con una sensazione precisa: alcune parole, prima ancora di essere comprese, si sentono. Restano nell’aria, si attaccano alle sale, alle file, ai corpi in attesa, al brusio di chi cerca un posto e a quello di chi non vuole perdere nemmeno una frase.

Il senso che attraversa la giornata è allora l’olfatto, ma non soltanto come odore. Piuttosto come capacità di percepire una presenza, una tensione, qualcosa che arriva prima del ragionamento. In tre incontri molto diversi tra loro — Massimo Recalcati, Niccolò Ammaniti con Jovanotti, Irvine Welsh — a tornare è soprattutto l’amore. Non quello pacificato, non quello da formula sentimentale, ma l’amore come frattura, come primo turbamento, come dipendenza.

Tre momenti diversi, tre sale diverse, tre pubblici diversi. Eppure, alla fine, lo stesso filo: l’amore non come risposta, ma come qualcosa che mette in crisi.

Recalcati, la Sala Oro e l’amore come frattura

Massimo Recalcati parla in una Sala Oro gremita, davanti a un pubblico che sembra tenere insieme più generazioni: boomer, millennial e Gen Z seduti fianco a fianco, attentissimi a non perdere nemmeno una parola. L’incontro ruota intorno a Lo splendore e la polvere, libro che raccoglie interviste rilasciate dall’autore tra il 1998 e il 2025. Una sorta di autobiografia intellettuale costruita attraverso la parola orale, il dialogo, le conversazioni sedimentate negli anni.

Il titolo, spiega Recalcati, tiene insieme due dimensioni dell’umano. Da una parte la polvere: ciò che siamo nella nostra finitezza, nella nostra fragilità, nel nostro essere destinati a tornare al nulla. Dall’altra lo splendore: la possibilità di generare arte, amore, vita. Ma la luce non è l’opposto della polvere. È dentro la polvere. È lì che va cercata.

Il passaggio più forte arriva quando Recalcati torna al tema dell’anoressia, già al centro della sua prima intervista con Sergio Zavoli. L’anoressia, nella sua lettura, non riguarda soltanto il cibo. È paura della vita nella vita. Paura di ciò che non si può controllare: il corpo, il desiderio, l’amore, l’imprevedibilità dell’esistenza.

Secondo Recalcati, spesso la ferita nasce dal fallimento del primo incontro con l’amore: un tradimento, una menzogna, un abbandono. Da quel punto in poi, l’amore non arriva più come apertura, ma come minaccia. Il soggetto prova allora a difendersi dalla vita, a chiudersi, a rendersi rigido. Nell’anoressia, dice Recalcati, l’anima diventa osso: lo scheletro come unica cosa stabile, come unica certezza dentro un mondo percepito come ingovernabile.

Da qui il discorso si allarga al disagio giovanile. Da una parte la vita che si consuma nell’eccesso, nella tossicomania, nella violenza; dall’altra la vita che si ritira, che riduce il mondo alla propria stanza, che sceglie la clausura come difesa. La depressione, un tempo legata soprattutto alla fase calante dell’esistenza, oggi investe anche i giovani. Non perché manchino possibilità, ma forse perché ce ne sono troppe, tutte trasformate in obbligo di prestazione.

Nel rapporto tra genitori e figli, Recalcati consegna una frase che resta: ogni forma di insistenza genera resistenza. Più si insiste, più il figlio resiste. Più si pensa che educare significhi moltiplicare regole, più si produce opposizione. Educare, per Recalcati, non significa regolare un figlio, ma trasmettergli il senso della legge: non il divieto sterile, ma il senso del limite. Il “non tutto”. Non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto.

È proprio questo limite, paradossalmente, ad accendere il desiderio. Dove tutto viene presentato come possibile, anche sconfiggere la morte, non invecchiare mai, cancellare ogni fragilità, il desiderio rischia di spegnersi. La vita, dice Recalcati, non deve essere solo lunga. Deve essere larga.

Nella Sala Oro, l’amore ha dunque il primo odore della giornata: quello della frattura. Non è ancora salvezza, non è ancora incontro felice. È il punto in cui qualcosa può rompersi. Ma anche il luogo in cui, dentro la polvere, può continuare a esistere una forma di luce.

 

Massimo Recalcati durante l'incontro in Sala Oro

 

Ammaniti, Jovanotti e il primo amore nella Sala 500

Più tardi, il clima cambia. Per l’incontro con Niccolò Ammaniti e Jovanotti, la lunga attesa sotto il sole cocente di fine maggio non spegne il desiderio del pubblico di entrare nella Sala 500 del Lingotto. L’organizzazione della fila, gestita dal giovanissimo staff del Salone, permette di contenere l’impazienza e accompagnare l’ingresso in una delle sale più eleganti della giornata.

Dentro, Ammaniti e Jovanotti sembrano due amici scanzonati. Il dialogo, moderato con equilibrio da Annalisa Cuzzocrea, procede spesso in modo divertito e divertente. Si parla di scrittura, di adolescenza, di personaggi, ma anche della volontà dei due di realizzare un film insieme.

Al centro c’è Il custode, il romanzo di Ammaniti che racconta Nilo, un ragazzino attraversato dalla tempesta della preadolescenza. Jovanotti insiste sulla capacità dell’autore di raccontare quell’età instabile in cui tutto sta per accadere e niente è ancora chiaro. Il punto di vista, nel libro, sembra muoversi: a volte è quello di Nilo, a volte sembra allargarsi, come se l’infanzia non potesse essere raccontata da una sola prospettiva.

Ammaniti racconta che l’idea nasce da un’immagine legata al mito di Medusa. Una creatura capace di pietrificare con lo sguardo. Da lì prende forma una domanda narrativa: cosa accadrebbe se una famiglia custodisse davvero un mostro? E cosa si potrebbe fare con quel potere, magari davanti alla morte, al desiderio di trattenere qualcuno per sempre?

Il tema del segreto familiare entra così nel discorso. Le famiglie, nei libri di Ammaniti, non sono mai luoghi del tutto pacificati. Sono attraversate da linee scure, zone di pazzia, presenze rimosse. Ci sono cose che i figli respirano prima ancora di poterle nominare. Anche qui, in fondo, l’olfatto funziona come senso narrativo: Nilo sente che qualcosa non va, prima ancora di capirlo davvero.

Poi arriva l’amore. Per Ammaniti, l’atto di pietrificare di Medusa assomiglia al momento in cui ci si innamora. All’inizio l’amore sembra libertà: la possibilità di uscire dalla famiglia, di scappare, di stare al mare quanto si vuole, di seguire una donna sbagliata, di immaginare un’altra vita. Ma subito può diventare anche possesso. Desiderio di trattenere l’altro, di fermarlo, quasi di pietrificarlo, appunto.

Jovanotti, su questo, propone uno sguardo diverso. Per lui l’amore è più vicino alla fusione, all’energia che unisce, al movimento. Ed è proprio nella differenza tra i due che l’incontro trova una delle sue parti più vive: l’amore è libertà o cattura? È fuga dalla famiglia o nuova forma di legame? È movimento o immobilità?

Dopo la ferita raccontata da Recalcati, qui l’amore prende un altro odore: quello del primo incontro, della scoperta, della tempesta adolescenziale. Non è ancora dipendenza, ma già perdita di controllo.

 

Jovanotti, Cuzzocrea e Ammaniti

 

Welsh, Trainspotting e la dipendenza dall’amore

Nel pomeriggio, la fila che precede l’ingresso in Sala Azzurra racconta da sola quanto Trainspotting abbia segnato una generazione. Non mancano le magliette celebrative del film diretto da Danny Boyle. Qualcuno, all’ingresso di Irvine Welsh, mostra anche una sciarpa dell’Hibernian, la squadra di cui lo scrittore è grande tifoso.

L’atmosfera è diversa da quella degli incontri precedenti. Più elettrica, più rumorosa, più carica di memoria. Qui non c’è soltanto l’attesa per un autore. C’è il ritorno di un immaginario: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie, l’eroina, Edimburgo, la rabbia, la fuga, gli anni Novanta, anche se il libro guarda ancora agli anni Ottanta.

Welsh apre con una lettura da Men in Love. Giuseppe Culicchia lo presenta come un autore capace di cambiare la letteratura, poi il dialogo entra subito dentro il romanzo. In Men in Love ritroviamo i quattro “moschettieri” di Trainspotting subito dopo la fine del primo libro. Renton ha preso i soldi di tutti. Sick Boy è a Londra, fidanzato con una ragazza aristocratica finita anche lei dentro le dipendenze, e prova a far entrare i vecchi compagni nel mondo posh della futura sposa. Spud tenta di fare il bravo ragazzo. Begbie resta Begbie.

Irvine Welsh legge al pubblico l'intro di Men in love

 

Welsh racconta di avere un archivio dei suoi personaggi, ma anche di non controllarli fino in fondo. Continua a scrivere su di loro, dice, ma gli serve sempre un tema per trasformare quel materiale in romanzo. I personaggi, in qualche modo, scrivono per lui. Si sviluppano scrivendo. Non sono soltanto figure da muovere, ma impulsi, dispositivi, quasi motivi musicali.

Culicchia porta poi il discorso sugli anni Ottanta, sull’epoca Thatcher, su un decennio che non rappresenta solo una rottura, ma l’inizio di qualcosa che non è mai davvero finito. Welsh conferma. Viviamo ancora dentro gli anni Ottanta, dice in sostanza: nelle fusioni che hanno creato mega aziende, nel passaggio dalla libera impresa a un’oligarchia globale, nella distruzione dell’editoria indipendente, nella falsa libertà di internet diventata nuova oligarchia digitale.

Dentro questo mondo, l’amore di Men in Love non ha niente di pulito. Entra nei corpi, nelle dipendenze, nei soldi rubati, nei rapporti di classe, nella nostalgia e nella violenza. Quando Culicchia cita una nuova dipendenza, “l’unica che non riesci a mollare perché è lei che ti molla”, Welsh risponde indicando due grandi forme di connessione: l’amore e l’arte. Sono ciò che permette agli esseri umani di superare, almeno per un istante, i propri limiti. Proprio per questo possono diventare dipendenza.

In Welsh l’amore non salva automaticamente. Non redime i personaggi, non li ripulisce, non cancella il passato. È piuttosto un’altra sostanza, forse la più difficile da governare, perché contiene sempre l’altro. E quindi contiene l’abbandono, il rifiuto, la perdita. Non sei tu a decidere quando finisce. A volte, semplicemente, è l’amore che ti lascia.

Nella parte finale, Welsh parla anche di scrittura. Dice che la quantità serve a trovare la qualità: può scrivere ventimila parole per salvarne mille. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto in modo veloce e automatico. La scrittura, per Welsh, resta un lavoro sporco, lungo, selettivo. E deve poter essere anche scomoda. Gli editori, osserva, oggi sembrano temere gli autori controversi, ma forse proprio la noia prodotta da media e social riaprirà il desiderio di voci meno addomesticate. Il mondo, dice, ha bisogno anche di persone che scrivano cose antipatiche.

A colpire, oltre all’intervento, è anche la grande disponibilità nel lasciare spazio alle domande del pubblico. Non una chiusura fredda, ma un confronto aperto, in cui l’autore resta dentro la sala e dentro l’energia di chi lo ha atteso.

Con Welsh, il terzo odore della giornata è quello della dipendenza. Dopo la ferita di Recalcati e il primo amore di Ammaniti, l’amore diventa qualcosa che non si controlla, che si confonde con il bisogno, con l’arte, con la fuga, con la nostalgia. Una nostalgia che Welsh definisce quasi una malattia mentale della sua generazione.

L’amore resta nell’aria

Alla fine, il quarto giorno del Salone sembra aver raccontato l’amore senza mai trattarlo come un sentimento semplice. In Recalcati è la ferita del primo incontro fallito, la frattura che può chiudere il soggetto alla vita. In Ammaniti e Jovanotti è tempesta, adolescenza, desiderio di fuga, ma anche rischio di possesso. In Welsh è dipendenza, trascendenza mancata, bisogno di connessione dentro un mondo che continua a produrre abbandoni.

L’olfatto, allora, non è solo il tema esterno della giornata. È il modo in cui questi incontri sembrano parlare tra loro. Perché certe cose, al Salone, non si capiscono subito. Si sentono. Si respirano nelle sale piene, nelle file sotto il sole, nelle magliette di Trainspotting, nei silenzi attenti davanti a Recalcati, nelle risate tra Ammaniti e Jovanotti, nelle domande rivolte a Welsh.

L’amore attraversa tutto così: non come soluzione, ma come traccia. Qualcosa che arriva prima delle parole e resta dopo. Una frattura, una scoperta, una dipendenza. Una presenza che, anche quando l’incontro finisce e la sala si svuota, continua a rimanere nell’aria.

 
 
 
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Primo giorno al Lingotto: tra immaginazione, luoghi invisibili e ferite trasformate in racconto

 
 

La grande mappa culturale del Lingotto

Il primo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino non ha parlato soltanto di libri. Ha parlato soprattutto di sguardi: quelli che mancano, quelli che si perdono, quelli che arrivano tardi ma riescono a vedere più in profondità. Dentro i padiglioni del Lingotto, la XXXVIII edizione intitolata Il mondo salvato dai ragazzini si è aperta come una grande mappa culturale del presente, capace di tenere insieme letteratura internazionale, giornalismo, sport, musica, divulgazione e cultura pop. Il titolo richiama l’omonima opera di Elsa Morante, pubblicata nel 1968: un libro difficile da classificare, sospeso tra poesia, manifesto, racconto e invettiva, in cui lo sguardo dei più giovani diventa una forza capace di mettere in discussione il mondo adulto, le sue guerre, le sue strutture di potere e le sue forme di rassegnazione. In questo senso, il Salone sembra partire da una domanda precisa: può esistere ancora uno sguardo non addomesticato, capace di immaginare una salvezza diversa?

I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione: 147 mila metri quadrati espositivi, oltre 500 stand, 1.250 marchi editoriali, 70 sale, più di 2.700 eventi al Lingotto e oltre 500 appuntamenti del Salone Off sul territorio. Ma a raccontare davvero la forza di questa edizione sono anche i nomi che la attraversano: da Zadie Smith a Emmanuel Carrère, da Irvine Welsh a David Grossman, da Valeria Luiselli ad Alessandro Baricco, da Alessandro Barbero ad Alberto Angela, fino a Zerocalcare, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto, Jovanotti, Luciano Ligabue, Roberto Baggio e Alberto Tomba.

Questo articolo è la prima tappa di un reportage che accompagnerà il Salone fino alla sua conclusione, provando a raccontarlo non solo attraverso gli eventi più attesi, ma anche attraverso le traiettorie meno immediate: gli incontri, le parole, i passaggi laterali, le contraddizioni e gli sguardi che attraversano il Lingotto giorno dopo giorno. In mezzo a questa geografia affollata di voci, il primo giorno ha consegnato una domanda più sottile: che cosa riusciamo ancora a vedere, in un Paese e in un tempo che sembrano già fotografati, raccontati e consumati fino allo sfinimento? Dagli incontri con Paola Caridi, Gianrico Carofiglio e Roberto Baggio è emerso un filo comune: la necessità di rallentare, cambiare prospettiva, attraversare le ombre e tornare a guardare ciò che resta sotto la superficie.

 

Paola Caridi: lo sguardo che dà voce ai luoghi

Con Paola Caridi, giornalista, saggista e presidente di Lettera22, il reportage di Nerospinto trova una delle sue prime traiettorie: Gaza, raccontata non soltanto attraverso la cronaca, ma anche attraverso la letteratura e l’immaginazione. A Lingotto ha presentato La voce di Gaza, pubblicato da Feltrinelli, un libro che sceglie un punto di vista insolito e simbolico: quello di un antico sicomoro, albero testimone della storia, delle ferite e delle trasformazioni della città. Il sicomoro diventa così più di un’immagine poetica: è una presenza che osserva, custodisce e restituisce memoria, quasi un ombrello dell’immaginario sotto cui raccogliere vite, paure, leggende e macerie. In questo primo giorno di Salone, Caridi ha portato uno sguardo capace di sottrarsi alla superficie dell’attualità, provando a restituire profondità a un luogo spesso schiacciato dalle immagini della guerra. La letteratura, in questo senso, non allontana dalla realtà: permette di abitarla con maggiore attenzione, dando voce a ciò che rischia di restare invisibile dietro il rumore della cronaca.

 
 
 
Paola Caridi

 

Gianrico Carofiglio: lo sguardo come gesto eversivo

Con Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e tra gli autori italiani più letti, lo sguardo si sposta sulle città e sui paesaggi italiani. Al Salone con Viaggio in Italia, pubblicato dal Touring Club Italiano, un libro che non si limita a indicare luoghi da visitare, ma prova a interrogare il modo in cui li attraversiamo. Non una guida classica, quindi, ma un percorso fatto di deviazioni, dettagli laterali, intuizioni e apparizioni improvvise. È da questa prospettiva che prende forma uno dei passaggi più significativi dell’incontro: guardarsi attorno è un’azione eversiva. In un Paese già fotografato, consumato e raccontato infinite volte, Carofiglio invita a fermarsi prima dello scatto, a recuperare la capacità di perdersi, distrarsi, osservare senza obiettivo immediato. La distrazione, nel suo racconto, non è mancanza di attenzione, ma possibilità creativa: prendere nota di ciò che emerge quando si smette di cercare soltanto ciò che era previsto. Torino, Bari, Firenze, Genova e le altre città del libro diventano così territori da guardare più a lungo, serbatoi di storie visibili e invisibili. Raccontare l’Italia, sembra suggerire Carofiglio, è ancora possibile: a patto di cambiare postura, accettare il disorientamento e lasciare che i luoghi ci sorprendano prima ancora di essere spiegati.

 
Gianrico Carofiglio (foto Andrea Colzani)
 
 

Roberto Baggio: la luce oltre il buio

Il terzo sguardo è quello, più intimo, di Roberto Baggio. Al Salone, la leggenda del calcio italiano ha dialogato intorno a La luce nell’oscurità, scritto con Valentina Baggio e Matteo Marani per Rizzoli Illustrati: non soltanto il racconto di una carriera sportiva, ma il tentativo di rileggere una vita attraverso le sue prove più dure, dagli infortuni a Pasadena. Qui lo sguardo non riguarda i luoghi, ma il modo in cui una persona decide di attraversare il proprio buio senza farsene definire. Il dialogo con la figlia Valentina aggiunge al libro una dimensione privata, quasi domestica: non il campione raccontato dall’esterno, ma un padre che si confronta con la propria storia davanti a chi ne eredita domande, immagini e silenzi. La gratitudine diventa allora una forma di consapevolezza: non negare l’oscurità, ma riconoscere ciò che anche le avversità hanno insegnato. Dalle stampelle in casa al maledetto rigore, Baggio costruisce un racconto in cui umiltà e autostima non si contraddicono: la prima non abbassa l’uomo, lo radica; la seconda non lo gonfia, lo sostiene. In questo senso, il libro assume quasi la forma di una preghiera laica, una memoria luminosa che non dimentica il buio da cui proviene.

 
 
Valentina e Roberto Baggio
 
 
 
 
 
 
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Nella città ligure il giorno più atteso per il mondo del cinema. Al via la Decima edizione del Riviera International Film Festival

Tra Baia del Silenzio e Baia delle Favole il tempo sembra essersi fermato: luoghi dal sapore di Dolce Vita, di anni ormai lontani. Anche le stelle in cielo sembrano sempre le stesse, poste lì a illuminare il suggestivo promontorio di Punta Manara e a conservare l’anacronistica bellezza di uno dei borghi più affascinanti d’Italia.

Ma da oggi, a Sestri, ci sono stelle che non si fermano: sono in riva al mare, pronte a donare luce al RIFF 2026, la rassegna cinematografica internazionale giunta alla sua decima edizione.

L’apertura con Péter Magyar e il film-evento

Ad aprire il festival, come già annunciato, è la partecipazione di Péter Magyar, premier ungherese eletto poco meno di un mese fa dopo sedici anni di presidenza Orbán. Insieme al regista Tamás Topolánszky e alla produttrice Claudia Sümeghy, presenta il documentario Spring Wind – The Awakening, dedicato alla sua rapida ascesa politica e scelto come film di apertura al Cinema Ariston per l’edizione di quest’anno.

Red carpet tra star internazionali e cinema d’impegno

Il red carpet della Riviera vede sfilare, tra le tante star attese, l’attrice Maria del Rosario, già nel cast di Una sterminata domenica, miglior film italiano a Venezia nel 2023, e ora in gara con Legionario.

Presente anche Saja Kilani, protagonista del film-denuncia La voce di Hind Rajab, che porta sul grande schermo la storia di Hind Rajab, bambina palestinese uccisa durante l’invasione della Striscia di Gaza da parte dell'esercito israeliano. L’attrice, canadese di origini giordane, sarà protagonista anche di uno dei talk in programma nei giorni successivi.

Talk, masterclass e grandi protagonisti

I talk, al via da mercoledì 6 maggio, saranno inaugurati da Luca Argentero al Duferco Lounge e daranno il via a un calendario fitto di appuntamenti che accompagneranno l’intera durata del festival.

Tra gli eventi più attesi, le quattro masterclass all’Annunziata con protagonisti del calibro di Matthew Modine, Stephen Frears, Silvio Soldini e Giovanni Veronesi. Accanto a loro, grandi nomi del cinema italiano come Claudio Amendola, Maria Grazia Cucinotta, Laura Morante, Lucia Ocone, Caterina Murino e Cristiana Dell’Anna, insieme alle nuove promesse Alessio Lapice, Letizia Arnò e Andrea Arru, tra i protagonisti della serie Gomorra – Le Origini.

Un festival internazionale tra giovani talenti e nuove visioni

A completare il quadro, il produttore e presidente della giuria film Nicola Giuliano, il presidente della giuria documentari Florent Beauverd e la presidente della giuria cortometraggi Giulia Grandinetti, considerata tra le più promettenti giovani registe italiane.

Accanto a loro, numerosi filmmaker under 35 arrivati da tutto il mondo per partecipare ai tre concorsi in programma.

Uno sguardo al presente e al futuro

Un festival che parla un linguaggio giovane, capace di aprire spazio alla riflessione sul presente e sul mondo che verrà.

Mentre le stelle, quelle in cielo, sono pronte a godersi lo spettacolo.

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