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Massimo Recalcati|||

Il Salone del sentire: l’amore tra ferita, tempesta e dipendenza

Dal pubblico gremito per Recalcati alla lunga attesa per Ammaniti e Jovanotti, fino alla Sala Azzurra di Irvine Welsh: il quarto giorno del Salone del Libro attraversa l’amore come qualcosa che si sente prima ancora di capirlo.

Il quarto giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia con una sensazione precisa: alcune parole, prima ancora di essere comprese, si sentono. Restano nell’aria, si attaccano alle sale, alle file, ai corpi in attesa, al brusio di chi cerca un posto e a quello di chi non vuole perdere nemmeno una frase.

Il senso che attraversa la giornata è allora l’olfatto, ma non soltanto come odore. Piuttosto come capacità di percepire una presenza, una tensione, qualcosa che arriva prima del ragionamento. In tre incontri molto diversi tra loro — Massimo Recalcati, Niccolò Ammaniti con Jovanotti, Irvine Welsh — a tornare è soprattutto l’amore. Non quello pacificato, non quello da formula sentimentale, ma l’amore come frattura, come primo turbamento, come dipendenza.

Tre momenti diversi, tre sale diverse, tre pubblici diversi. Eppure, alla fine, lo stesso filo: l’amore non come risposta, ma come qualcosa che mette in crisi.

Recalcati, la Sala Oro e l’amore come frattura

Massimo Recalcati parla in una Sala Oro gremita, davanti a un pubblico che sembra tenere insieme più generazioni: boomer, millennial e Gen Z seduti fianco a fianco, attentissimi a non perdere nemmeno una parola. L’incontro ruota intorno a Lo splendore e la polvere, libro che raccoglie interviste rilasciate dall’autore tra il 1998 e il 2025. Una sorta di autobiografia intellettuale costruita attraverso la parola orale, il dialogo, le conversazioni sedimentate negli anni.

Il titolo, spiega Recalcati, tiene insieme due dimensioni dell’umano. Da una parte la polvere: ciò che siamo nella nostra finitezza, nella nostra fragilità, nel nostro essere destinati a tornare al nulla. Dall’altra lo splendore: la possibilità di generare arte, amore, vita. Ma la luce non è l’opposto della polvere. È dentro la polvere. È lì che va cercata.

Il passaggio più forte arriva quando Recalcati torna al tema dell’anoressia, già al centro della sua prima intervista con Sergio Zavoli. L’anoressia, nella sua lettura, non riguarda soltanto il cibo. È paura della vita nella vita. Paura di ciò che non si può controllare: il corpo, il desiderio, l’amore, l’imprevedibilità dell’esistenza.

Secondo Recalcati, spesso la ferita nasce dal fallimento del primo incontro con l’amore: un tradimento, una menzogna, un abbandono. Da quel punto in poi, l’amore non arriva più come apertura, ma come minaccia. Il soggetto prova allora a difendersi dalla vita, a chiudersi, a rendersi rigido. Nell’anoressia, dice Recalcati, l’anima diventa osso: lo scheletro come unica cosa stabile, come unica certezza dentro un mondo percepito come ingovernabile.

Da qui il discorso si allarga al disagio giovanile. Da una parte la vita che si consuma nell’eccesso, nella tossicomania, nella violenza; dall’altra la vita che si ritira, che riduce il mondo alla propria stanza, che sceglie la clausura come difesa. La depressione, un tempo legata soprattutto alla fase calante dell’esistenza, oggi investe anche i giovani. Non perché manchino possibilità, ma forse perché ce ne sono troppe, tutte trasformate in obbligo di prestazione.

Nel rapporto tra genitori e figli, Recalcati consegna una frase che resta: ogni forma di insistenza genera resistenza. Più si insiste, più il figlio resiste. Più si pensa che educare significhi moltiplicare regole, più si produce opposizione. Educare, per Recalcati, non significa regolare un figlio, ma trasmettergli il senso della legge: non il divieto sterile, ma il senso del limite. Il “non tutto”. Non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto.

È proprio questo limite, paradossalmente, ad accendere il desiderio. Dove tutto viene presentato come possibile, anche sconfiggere la morte, non invecchiare mai, cancellare ogni fragilità, il desiderio rischia di spegnersi. La vita, dice Recalcati, non deve essere solo lunga. Deve essere larga.

Nella Sala Oro, l’amore ha dunque il primo odore della giornata: quello della frattura. Non è ancora salvezza, non è ancora incontro felice. È il punto in cui qualcosa può rompersi. Ma anche il luogo in cui, dentro la polvere, può continuare a esistere una forma di luce.

 

Massimo Recalcati durante l'incontro in Sala Oro

 

Ammaniti, Jovanotti e il primo amore nella Sala 500

Più tardi, il clima cambia. Per l’incontro con Niccolò Ammaniti e Jovanotti, la lunga attesa sotto il sole cocente di fine maggio non spegne il desiderio del pubblico di entrare nella Sala 500 del Lingotto. L’organizzazione della fila, gestita dal giovanissimo staff del Salone, permette di contenere l’impazienza e accompagnare l’ingresso in una delle sale più eleganti della giornata.

Dentro, Ammaniti e Jovanotti sembrano due amici scanzonati. Il dialogo, moderato con equilibrio da Annalisa Cuzzocrea, procede spesso in modo divertito e divertente. Si parla di scrittura, di adolescenza, di personaggi, ma anche della volontà dei due di realizzare un film insieme.

Al centro c’è Il custode, il romanzo di Ammaniti che racconta Nilo, un ragazzino attraversato dalla tempesta della preadolescenza. Jovanotti insiste sulla capacità dell’autore di raccontare quell’età instabile in cui tutto sta per accadere e niente è ancora chiaro. Il punto di vista, nel libro, sembra muoversi: a volte è quello di Nilo, a volte sembra allargarsi, come se l’infanzia non potesse essere raccontata da una sola prospettiva.

Ammaniti racconta che l’idea nasce da un’immagine legata al mito di Medusa. Una creatura capace di pietrificare con lo sguardo. Da lì prende forma una domanda narrativa: cosa accadrebbe se una famiglia custodisse davvero un mostro? E cosa si potrebbe fare con quel potere, magari davanti alla morte, al desiderio di trattenere qualcuno per sempre?

Il tema del segreto familiare entra così nel discorso. Le famiglie, nei libri di Ammaniti, non sono mai luoghi del tutto pacificati. Sono attraversate da linee scure, zone di pazzia, presenze rimosse. Ci sono cose che i figli respirano prima ancora di poterle nominare. Anche qui, in fondo, l’olfatto funziona come senso narrativo: Nilo sente che qualcosa non va, prima ancora di capirlo davvero.

Poi arriva l’amore. Per Ammaniti, l’atto di pietrificare di Medusa assomiglia al momento in cui ci si innamora. All’inizio l’amore sembra libertà: la possibilità di uscire dalla famiglia, di scappare, di stare al mare quanto si vuole, di seguire una donna sbagliata, di immaginare un’altra vita. Ma subito può diventare anche possesso. Desiderio di trattenere l’altro, di fermarlo, quasi di pietrificarlo, appunto.

Jovanotti, su questo, propone uno sguardo diverso. Per lui l’amore è più vicino alla fusione, all’energia che unisce, al movimento. Ed è proprio nella differenza tra i due che l’incontro trova una delle sue parti più vive: l’amore è libertà o cattura? È fuga dalla famiglia o nuova forma di legame? È movimento o immobilità?

Dopo la ferita raccontata da Recalcati, qui l’amore prende un altro odore: quello del primo incontro, della scoperta, della tempesta adolescenziale. Non è ancora dipendenza, ma già perdita di controllo.

 

Jovanotti, Cuzzocrea e Ammaniti

 

Welsh, Trainspotting e la dipendenza dall’amore

Nel pomeriggio, la fila che precede l’ingresso in Sala Azzurra racconta da sola quanto Trainspotting abbia segnato una generazione. Non mancano le magliette celebrative del film diretto da Danny Boyle. Qualcuno, all’ingresso di Irvine Welsh, mostra anche una sciarpa dell’Hibernian, la squadra di cui lo scrittore è grande tifoso.

L’atmosfera è diversa da quella degli incontri precedenti. Più elettrica, più rumorosa, più carica di memoria. Qui non c’è soltanto l’attesa per un autore. C’è il ritorno di un immaginario: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie, l’eroina, Edimburgo, la rabbia, la fuga, gli anni Novanta, anche se il libro guarda ancora agli anni Ottanta.

Welsh apre con una lettura da Men in Love. Giuseppe Culicchia lo presenta come un autore capace di cambiare la letteratura, poi il dialogo entra subito dentro il romanzo. In Men in Love ritroviamo i quattro “moschettieri” di Trainspotting subito dopo la fine del primo libro. Renton ha preso i soldi di tutti. Sick Boy è a Londra, fidanzato con una ragazza aristocratica finita anche lei dentro le dipendenze, e prova a far entrare i vecchi compagni nel mondo posh della futura sposa. Spud tenta di fare il bravo ragazzo. Begbie resta Begbie.

Irvine Welsh legge al pubblico l'intro di Men in love

 

Welsh racconta di avere un archivio dei suoi personaggi, ma anche di non controllarli fino in fondo. Continua a scrivere su di loro, dice, ma gli serve sempre un tema per trasformare quel materiale in romanzo. I personaggi, in qualche modo, scrivono per lui. Si sviluppano scrivendo. Non sono soltanto figure da muovere, ma impulsi, dispositivi, quasi motivi musicali.

Culicchia porta poi il discorso sugli anni Ottanta, sull’epoca Thatcher, su un decennio che non rappresenta solo una rottura, ma l’inizio di qualcosa che non è mai davvero finito. Welsh conferma. Viviamo ancora dentro gli anni Ottanta, dice in sostanza: nelle fusioni che hanno creato mega aziende, nel passaggio dalla libera impresa a un’oligarchia globale, nella distruzione dell’editoria indipendente, nella falsa libertà di internet diventata nuova oligarchia digitale.

Dentro questo mondo, l’amore di Men in Love non ha niente di pulito. Entra nei corpi, nelle dipendenze, nei soldi rubati, nei rapporti di classe, nella nostalgia e nella violenza. Quando Culicchia cita una nuova dipendenza, “l’unica che non riesci a mollare perché è lei che ti molla”, Welsh risponde indicando due grandi forme di connessione: l’amore e l’arte. Sono ciò che permette agli esseri umani di superare, almeno per un istante, i propri limiti. Proprio per questo possono diventare dipendenza.

In Welsh l’amore non salva automaticamente. Non redime i personaggi, non li ripulisce, non cancella il passato. È piuttosto un’altra sostanza, forse la più difficile da governare, perché contiene sempre l’altro. E quindi contiene l’abbandono, il rifiuto, la perdita. Non sei tu a decidere quando finisce. A volte, semplicemente, è l’amore che ti lascia.

Nella parte finale, Welsh parla anche di scrittura. Dice che la quantità serve a trovare la qualità: può scrivere ventimila parole per salvarne mille. Non è un dettaglio secondario, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra poter essere prodotto in modo veloce e automatico. La scrittura, per Welsh, resta un lavoro sporco, lungo, selettivo. E deve poter essere anche scomoda. Gli editori, osserva, oggi sembrano temere gli autori controversi, ma forse proprio la noia prodotta da media e social riaprirà il desiderio di voci meno addomesticate. Il mondo, dice, ha bisogno anche di persone che scrivano cose antipatiche.

A colpire, oltre all’intervento, è anche la grande disponibilità nel lasciare spazio alle domande del pubblico. Non una chiusura fredda, ma un confronto aperto, in cui l’autore resta dentro la sala e dentro l’energia di chi lo ha atteso.

Con Welsh, il terzo odore della giornata è quello della dipendenza. Dopo la ferita di Recalcati e il primo amore di Ammaniti, l’amore diventa qualcosa che non si controlla, che si confonde con il bisogno, con l’arte, con la fuga, con la nostalgia. Una nostalgia che Welsh definisce quasi una malattia mentale della sua generazione.

L’amore resta nell’aria

Alla fine, il quarto giorno del Salone sembra aver raccontato l’amore senza mai trattarlo come un sentimento semplice. In Recalcati è la ferita del primo incontro fallito, la frattura che può chiudere il soggetto alla vita. In Ammaniti e Jovanotti è tempesta, adolescenza, desiderio di fuga, ma anche rischio di possesso. In Welsh è dipendenza, trascendenza mancata, bisogno di connessione dentro un mondo che continua a produrre abbandoni.

L’olfatto, allora, non è solo il tema esterno della giornata. È il modo in cui questi incontri sembrano parlare tra loro. Perché certe cose, al Salone, non si capiscono subito. Si sentono. Si respirano nelle sale piene, nelle file sotto il sole, nelle magliette di Trainspotting, nei silenzi attenti davanti a Recalcati, nelle risate tra Ammaniti e Jovanotti, nelle domande rivolte a Welsh.

L’amore attraversa tutto così: non come soluzione, ma come traccia. Qualcosa che arriva prima delle parole e resta dopo. Una frattura, una scoperta, una dipendenza. Una presenza che, anche quando l’incontro finisce e la sala si svuota, continua a rimanere nell’aria.

 
 
 
Alessandro Infortuna

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