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Lunedì 21 marzo, alle ore 21, ai Magazzini Generali di Milano, torna finalmente dal vivo Massimo Zoara, leader di B-nario.

 

 

 

Il David Lynch segreto al MAST di Bologna. Dal 17 settembre al 31 dicembre la Galleria bolognese ospiterà in anteprima nazionale The Factory Photographs del grande regista americano.

 

 

111 fotografie industriali di Lynch, in bianco e nero, che testimoniano la sua passione per costruzioni industriali, come comignoli, ciminiere e macchinari.

 

 

Per trent’anni il regista è stato il profeta e il testimone di queste cattedrali del progresso umano, che ora consegna alla visione del pubblico italiano.

Scattate in diverse location, New Jersey, New York, Polonia, Berlino, trasmettono tutta la fascinazione di Lynch per l’oscurità, il mistero e l’arte. Sono infatti immagini di grande potenza sensoriale, in cui il nero e il bianco sono perfettamente bilanciati, e che ricordano alcuni grandi film del regista, come Eraserhead, del 1977.

 

Alcuni scatti della mostra sono inediti. Sono realizzati in due diversi formati, 28 x 35,6 cm e 100 x 150 cm. Fanno parte della mostra anche un'installazione sonora dell'artista ed una selezione dei suoi primi cortometraggi, meno noti al grande pubblico, che verranno proiettati a ciclo continuo all’interno del percorso espositivo: Industrial Soundscape, Bug Crawls, Intervalometer: Steps. Per l’occasione l’Auditorium del MAST sarà adibito a sala proiezioni.

L’ingresso alla mostra e alle proiezioni è completamente gratuito.

 

Il MAST, Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, ha aperto i battenti nell’ottobre 2013. Finora ha esposto opere di fotografia industriale provenienti esclusivamente dalla propria collezione.

The Factory Photographs rappresenta la prima collaborazione del MAST con artisti “estranei”.

In occasione della mostra, la Fondazione MAST stamperà un catalogo contenente alcune immagini provenienti da Factory Photographs e lo distribuirà gratuitamente ai visitatori.

Con un donazione alla stessa Fondazione si potrà entrare in possesso del volume David Lynch: The Factory Photographs di Petra Giloy-Hirtz.

 

The Factory Photographs cade nello stesso periodo in cui il capoluogo emiliano rende omaggio al regista con una retrospettiva dei suoi film alla Cineteca di Bologna, il 25, 26, 27 settembre.

 

INFO

 

The Factory Photographs

17 Settembre-31 Dicembre 2014

 

Orari di apertura

Martedì–Domenica ore 10.00–19.00

 

Aperture e proiezioni straordinarie

Mercoledì 17 Settembre ore 16.00–20.00

Giovedì 18 – Venerdì 19 Settembre ore 10.00–20.00

Sabato 20 Settembre ore 10.00–22.00

Domenica 21 Settembre ore 10.00-19.00

 

MAST

Via Speranza 42, Bologna

www.mast.org

 

Ufficio Stampa

Lucia Crespi

Tel. +39 02 89415532

lucia@luciacrespi.

 

 

 

 

Barbarella, Chiara all'anagrafe, è una di quelle dj che hanno suonato praticamente ovunque a Milano. Da dieci anni a questa parte la nostra Djette ha conquistato il panorama alternativo, glam, modaiolo milanese canzone dopo canzone, album dopo album, locale dopo locale. La sua avventura è cominciata all'atomic, come molti altri dj a Milano, e in breve si è ritrovata protagonista dell'epica della movida milanese. Di lei si trova tanto materiale online, tutti la descrivono come la regina del brit-pop, un'icona pop, tra provocazione e outfit molto particolari. Andiamo a scoprire qualcosa di più dietro la mente che ha partorito Cabrio Pop, la serata storica del venerdì del Rocket, adesso resident della seconda sala di Alphabet, sempre di venerdì, sempre al rocket, ma il nuovo rocket!

 

West: Grazie alla tua serata Cabriopop ti sei ritagliata una grossa fetta di pubblico di aficionados che ogni venerdì si fioccavano (e si fiondano) al rocket per sentirti. Secondo te qual’è stata la mossa vincente che li ha conquistati? Barbarella: Il Miao e della lingerie favolosa!

 

W: Come prepari la tua selezione prima di una serata? B: Accendo una sigaretta e apro l 'armadio... Scegliere cosa indossare e mi aiuta ad entrare nell'atmosfera della serata e ad immaginare cosa potrà succedere... Un mix tra rock 'n 'roll ed electro (girly yeye), a volte prevale l 'uno a volte l 'altro a seconda delle persone che mi stanno intorno e con cui mi piace sempre interagire e anche dal mio umore! Sinceri sempre, soprattutto quando si tratta di musica!

 

W: Il rocket è ormai la tua casa base, ma c’è un locale a Milano in cui vorresti suonare ma non ne ha i mai avuto l’occasione? E nel mondo in che locale uccideresti per salire in consolle? B:  A Milano nn ti saprei dire. In questi anni ho avuto la fortuna di suonare in tantissimi posti tra cui i miei preferiti di sempre... Mi piacerebbe mettere musica al club Silencio a Paris (l'esclusivo locale di David Lynch n.d.r.),ci sono stata un paio di volte e mi sono innamorata all'istante.

 

W:Cosa pensi del cambio di location del Rocket? Ti è dispiaciuto abbandonare quel locale in cui sei cresciuta? Pensi che oltre al club sia cambiato anche il pubblico? B: Penso sia stato un bene per il rocket cambiare location, dopo dieci anni in cui si e ' fatto tutto ciò che si poteva immaginare sono davvero felice di iniziare questa nuova avventura in una dimensione diversa, cosa che penso incuriosisca il pubblico sia di affezionati che dei nuovi che ci vengono a trovare alle varie serate.

 

W: Come sono andate le prime serate ad Alphabet? B: Mi sono divertita tantissimo, è davvero bello lavorare insieme ad un gruppo di persone, tutti amici tra loro,così affiatati e deliziosi! E trovo musicalmente stimolante collaborare con Enza e Thomas Constantin!

 

W: Come hai scelto questo nome d’arte? B: Non ho avuto dubbi sulla scelta del nome "ovvio, Barbarella!". "Barbarella queen of the galxy " è un film con Jane Fonda da cui anche i Duran Duran hanno preso il loro nome ( dal cattivo del film). Questo nome per me unisce idealmente i sixties e gli eighties due annate musicali da cui ho preso e prendo tutt'ora molta ispirazione.

 

W: Quali sono state le date che ti hanno emozionato di più? B: La sera in cui ho fatto warmup a Peaches e durante il cambio palco mi ha detto qualcosa di carino su una canzone che avevo messo  (ero agitatissima =D)  e poi la nottata passata al rocket con i Franz Ferdinand a bere e mettere musica fino alle sei di mattina! Kapranos indimenticabile!

 

W: L’ultimo album che hai comprato? B: Shangri La di Jake Bugg  e in rolling waves dei The Naked and Famous, li ho comprati insieme!

 

W: Cosa faresti se fossi l’ultima persona al mondo? B:  ma tipo sola?!.. Un sacco di cincin con la vodka!!!

Ringraziamo Barbarella che ci da appuntamento ogni venerdì al Rocket (quello nuovo, attenti a non sbagliarvi), se non riuscite ad aspettare fino al weekend ecco una selezione di foto della serata di settimana scorsa, il resto dell'album fotografico QUI!

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La moda detta le sue regole. Giuste o sbagliate sono comunque regole. E quando il corpo della donna viene sempre più usato come un manichino senz’anima c’è chi prende il coraggio a due mani e ritrae tutto: bellezze e orrori, manie e ossessioni. Nel lavoro di Miles Aldridge è percepibile una profonda cura preparatoria, un minuzioso lavoro di studio e organizzazione del set, un perfezionismo patinato talvolta scanzonatorio ma intimamente veritiero. Figlio d’arte, suo padre, Alan Aldridge, era illustratore e art director, curatore dell’immagine di band come Beatles e Rolling Stones, fin da molto giovane riesce ad essere in contatto con il mondo della moda grazie alle sorelle, tutte aspiranti modelle. Poi la carriera travolgente presso Vogue, che lo assunse dopo aver visto un book fotografico fatto alla Aldridge girl del momento. Le più grandi testate di moda maschile e femminile lo cercano e iniziano le collaborazioni con GQ, The Face, Numero e le campagne con grandi marche come Longchamp, Sergio Rossi, Cartier, Mercedes: è l’inizio di una lunga, lunghissima e molto intensa carriera da fotografo professionista, guidato da una poetica creativa irriverente e spiazzante. Negli scatti di Aldridge è presente uno strano mix di discipline artistiche, cinema, pittura e scultura si fondono per dare un effetto shock: le donne, gli spazi e i colori creano effetti psichedelici sorprendenti, scatenando un’energia che si cristallizza negli occhi delle modelle ed esplode scardinando certezze e illusioni. I suoi maestri sono il padre Alan, Federico Fellini, Richard Avedon e David Lynch. Dietro la patina glamour e perfetta dei soggetti si cela un mondo drammatico e decandente, dove l’apparenza cede il passo alla sostanza, e dove la denuncia verso le contraddizioni viene urlata attraverso le statuarie figure femminili, spesso raffigurate con accanto del cibo e cosmetici. Contro ogni possibile credenza Aldridge è un tradizionalista: scatta ancora su pellicola e non su digitale. Impossibile sbagliare quindi. Un’analisi profonda del mondo della moda, senza moralismi o ipocrisie, semplicemente scatti, semplicemente verità. Aldridge promosso a pieni voti.

Nella prima settimana di giugno uscì una sorta di

, un 'making of' sul nuovo album di David Lynch che, senza approfondire troppo, presentava ai fan del regista il suo secondo disco: 'The Big Dream', a soli due anni dal debutto visionario di 'Crazy Clown Time'. Gli Artisti (sì, con la 'a' maiuscola) spesso non sono molto bravi ad esprimersi a parole, e nel caso di Lynch dobbiamo anche tenere presente quella sua vena yoga ricca di meditazione; ma bisogna lasciar parlare la sua arte.

 

Nel grande sogno di Lynch troviamo buona parte dei suoi film o, forse è meglio, possiamo immaginare le canzoni come parte di una nuova colonna sonora: è qui che si fonde l'ispirazione del maestro, la sua sperimentazione sonora e vocale e quel brivido che David Lynch sente al sound giusto con Twin Peaks, Strade Perdute e Velluto Blu. Per dare una giusta collocazione alla musica vorrei riportare le sue stesse parole: “questo è un blues moderno, i pezzi partono come delle jam session e vanno per la loro strada, una sorta di modernizzazione del blues più scarno, il blues è una forma onesta ed emozionale e continuo a tornarci perché suona così bene”. Musica dell'anima, quindi, per un'anima inquieta e oscura, moderna grazie all'aiuto dell'ingegnere di studio Dean Hurley che mette a proprio agio la sua elettronica in un binomio artistico che viaggia sulla stessa lunghezza d'onda.

 

La title track parte proprio dal blues scarno e ancestrale, con una frase che ci era già stata anticipata dal twitter del regista: “Love is the name, in the wind”; la successiva 'Star Dream Girl' è un omaggio indiretto a Tom Waits, mentre 'Last Call' con quel beat caldo ci porta dalle parti del trip-hop con una semplicità disarmante. 'Cold Wind Blowin' potrebbe essere un omaggio a se stesso, al suo cinema e al famosissimo Twin Peaks; 'The Ballad of Hollis Brown' è una cover di Bob Dylan (pescata da 'The Times they are A-Changin') oltre che un esempio chiarissimo del modern-blues: torbido e psichedelico con un po' di dub. 'Wishin’ Well' è ancora trip-hop, 'We Rolled Together' è tetra e legata agli immaginari lynchiani mentre 'Sun Can’t Be Seen No More' con una voce assai bizzarra viene dai classici rock.

 

'I Want You' è tanto sensuale quanto sporca, seguita da 'Are You Sure' che chiude l'album spostando il tiro su una musica più d'atmosfera. C'è però una bonus track per coloro che hanno la versione digitale o LP (con il 7”): la sognante 'I'm Waiting Here' cantata perfettamente da Lykke Li che questa volta sfoggia tutta la sua bravura, non c'è che dire. La voce di David è unica, riconoscibile, è uno strumento vero e proprio che si unisce perfettamente con il tipo di musica che sta creando; lui lo ammette, e l'ha sempre detto, che non è un musicista e non è un bravo chitarrista ma ama la musica e la musica gli dà quell'eccitazione che difficilmente riesce a provare in altri mondi artistici.

 

Con un carisma simile e questa sua devozione per il suono, 'The Big Dream' non poteva che essere un gran bel disco. Caro David, non smettere e continua a fare tutto ciò che credi, massì anche la meditazione che tanto ti piace, mischia anche i tuoi mondi ma non scendere più da questo livello, promettimelo!

 

www.davidlynch.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

“Chi ha ucciso Laura Palmer?”: era il 1991 quando su canale 5 viene lanciato il promo di una nuova serie tv, l’immagine che la annuncia è agghiacciante: il volto di una ragazza pallidissima, una cerniera le si chiude davanti perché è ormai cadavere. Twin Peaks rivela al pubblico italiano un mondo oscuro dove niente è come sembra. Una cittadina della provincia americana nasconde segreti terrificanti, e l’investigatore, chiamato ad indagare sull’omicidio della giovane studentessa, viene risucchiato in un mondo parallelo popolato di sinistre presenze. Atmosfere inconfondibili per chi lo ama, ma forse non molti sanno che dietro quella serie tv divenuta culto c’è la mente geniale di David Lynch, regista americano classe ‘46, arrivato al successo internazionale con Mulholland Drive, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2001. Il film, nato come pilota di una nuova serie tv, ha una trama che scardina tutti i normali riferimenti del racconto al cinema. Protagoniste due donne, un’attrice e un’aspirante attrice arrivata a Hollywood con il sogno di entrare nel mondo del cinema, ma le loro identità non rimarranno identiche fino alla fine della pellicola. A chi guarda, appare a un certo punto una realtà del tutto diversa, dove è sempre più difficile segnare un confine tra allucinazioni, incubi e vita vera; dove creature mostruose e indefinibili irrompono all’improvviso sullo schermo senza alcuna apparente funzione narrativa. Non basta vedere una sola volta Mulholland Drive se si cerca ad ogni costo di imprigionare in schemi razionali la storia; tentazione irresistibile per uno spettatore abituato a spiegare tutto, al cinema come nella vita. Altra cosa, è invece vivere un’esperienza visiva e lasciarsi trascinare dal regista in una dimensione che sfugge al controllo della mente, che racconta una città, Los Angeles, e le sue sfumature più oscure e controverse. Perché dietro la dorata patina hollywoodiana si agitano inquietudini profonde, e sono le donne a incarnarle in Mulholland Drive, ma non solo: le figure femminili attraversano tutto l’immaginario cinematografico lynchano, così come i luoghi-non luoghi, fatti di immagini astratte e di paesaggi dal respiro esistenziale, e gli oggetti simbolo che segnano il passaggio dall’onirico al reale con la precisa volontà di fondere e confondere i due piani. Difficile per Lynch trovare nel corso della sua carriera produttori in grado di sposare il suo universo creativo che da candidato all’Oscar The Elephant man, passando per Velluto blu, Fuoco cammina con me e Strade perdute, assumerà un’identità ben definita, pur nella continua fatica della ricerca di finanziamenti. Fino alla provocazione, accolta con prevedibile entusiasmo da una critica stanca di visioni oniriche, di Una storia vera, pellicola con una trama lineare e ispirata ad una vicenda reale, che risponde ai detrattori del regista, accusato di non aderire ai tradizionali canoni del linguaggio filmico, di sfuggire ad ogni costo dalla costruzione del significato. E’ l’istinto a muovere nei suoi film i legami tra immagine e parola, espressione dell’inconscio tormentato e irrisolto dell’epoca postmoderna, dove niente è risolto. E interpretare una storia significa, allora, trovare non uno, ma infiniti orizzonti di senso, con una libertà che diventa per Lynch la vera esperienza cinematografica, spinta fino all’assenza totale di un copione nel suo ultimo lungometraggio, Inland Empire - L’Impero della mente, presentato al Festival di Venezia nel 2006. Ancora una volta femminile e mistero, labirinti dell’anima aperti sul nuovo millennio, in attesa della prossima visione.

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