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La stagione più fredda è ormai arrivata e vogliamo deliziare voi lettori raccontandovi l'inverno di Palazzo Reale, che si tinge di colore e di forme maghifiche, dando spazio alla fantasia e all'astrazione con la grande monografica dedicata al celebre Vassily Kandinsky. In esposizione dal 17 dicembre al 27 aprile oltre ottanta opere dell'artista russo, provenienti dal parigino Centre Pompidou. Il percorso espositivo approfondisce la carriera di Kandinsky e il contesto socioculturale in cui l'autore moscovita sviluppò la sua inconfondibile poetica.

Si tratta di un'importante retrospettiva, nella quale non solo si celebra il pittore e teorico dell’arte russa del secolo scorso, ma che si presta a fare luce sulla singolarità e particolarità delle sue opere, alla ricerca di una chiave di lettura, che ne sveli la complessità emotiva ed il livello concettuale.  L'esposizione si snoda dai primi lavori giovanili fino alla semplificazione formale degli anni maturi, dal periodo del Bauhaus di Weimar alle realizzazioni degli anni Trenta. Partendo dall'arte figurativa il pittore giunge solo in un secondo tempo ai lavori astratti, ma che comunque hanno una logica sottesa ed una propria armonia, sono infatti studiati nei minimi particolari ed intesi come strumenti di sommovimento dell'anima e delle emozioni dello spettatore.

Considerato il fondatore della pittura astratta, Kandinsky rappresenta un momento fondamentale dell’evoluzione pittorica del Novecento: nel 1912 insieme a Franz Marc, Paul Klee ed altri, fonda il gruppo Il cavaliere azzurro, che voleva realizzare lo scopo di promuovere l’arte moderna inserendola in un rapporto basato sulla musica, in cui le associazioni spirituali e simboliche del colore dovevano riuscire ad arrivare, come una musica, all’anima dell’osservatore.

Nei capolavori esposti una sinfonia di punti, linee, superfici e colori, in cui ogni elemento ha, secondo Kandinsky, una precisa funzione comunicativa e simbolico-musicale, tanto che molte delle sue realizzazioni prendono nomi da espressioni musicali: le Impressioni, dove resta un’impressione del mondo esteriore, le Improvvisazioni, che sono le opere che nascono spontaneamente e inconsciamente dall’intimo dell’artista e le Composizioni, costruzioni coscienti ed analitiche dello studio artistico.

Bollate come arte degenerata da Adolf Hitler nel 1937, le opere di Kandinsky non mancano ancora oggi di trasmettere una sensazione di equilibrio dell’anima, di pace interiore che viene riflessa in composizioni e colori accuratamente studiati, in cui ogni tonalità ed ogni forma corrispondono a suoni precisi e ai diversi timbri degli strumenti musicali. L’arte di Kandinsky, così apparentemente semplice e leggera, è in realtà un intricatissimo gioco di partiture, suonate da un’orchestra invisibile che accompagna l’osservatore, facendolo letteralmente scivolare fra un’opera e l’altra, come al ritmo di una musica segreta, come nello spazio di un sogno.

 

 

 

VASSILY KANDINSKY. La collezione del Centre Pompidou: 

Dal 17 dicembre 2013 al 27 aprile 2014 Palazzo Reale, Milano

 

Orari: Lunedì 14:30 – 19:30

Martedì, mercoledì, venerdì, domenica 9:30 – 19:30

Giovedì, sabato 9:30 – 22:30 Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.

 

Biglietti:

Intero: €11,00 Ridotto: €9,50

Audioguida inclusa nel biglietto

 

Per prenotazioni e informazioni:

www.kandinskymilano.it      #kandinskymilano

 

 

 

 

Segnate in agenda: nuove date ed eventi da non perdere all’HangarBicocca, lo spazio per l’arte di Pirelli.

Dopo lo straordinario successo dei primi due mesi, duranti i quali si sono registrate oltre 30 mila persone, durante la Settimana della cultura d’Impresa le proposte si intensificano e comprendono sabato 16 novembre le visite guidate e domenica 17 novembre i laboratori per bambini sia in HangarBicocca che alla Fondazione Pirelli.

 

Quest’anno inoltre HangarBicocca ospita le Celebrazioni per il 50mo anniversario del Calendario Pirelli, per questo rimarrà chiuso al pubblico per due giorni, giovedì 21 e venerdì 22 novembre.

 

Sabato 23 e domenica 24, sarà possibile visitare la rassegna di oltre 160 immagini che hanno fatto la storia del mitico Calendario allestita in occasione delle celebrazioni. La selezione di scatti storici è tratta dalle testimonianze di oltre 30 celebri fotografi che hanno realizzato le passate edizioni di The Cal dal 1964 al 2013. Tra le firme degli autori internazionalmente riconosciuti nel mondo della comunicazione e dell’arte: Robert Freeman, Harri Peccinotti, Sarah Moon, Bert Stern, Herb Ritts, Richard Avedon, Bruce Weber, Annie Leibovitz, Peter Lindbergh, Mario Testino, Patrick Demarchelier, Mert & Marcus, Peter Beard, Karl Lagerfeld, fino a Steve McCurry.

 

Il 5 dicembre infine ritorna Ragnar Kjartansson con una performance musicale dal vivo all’interno della mostra Islands di Dieter e Björn Roth: un evento che coincide anche con il ritorno di The Visitors, prorogata fino al 5 gennaio 2014, dopo il grande successo di pubblico.

 

Il programma di mostre e attività gratuite è reso possibile grazie al sostegno di Pirelli che garantisce la qualità internazionale della programmazione e la possibilità di produrre mostre site-specific progettate e realizzate internamente: un contributo che fa di questa istituzione una vera e propria officina progettuale i cui processi di ricerca e di innovazione ben riflettono i valori dell’impresa.

 

E’ in continuità con questo impegno la scelta di presentare in HangarBicocca il Calendario Pirelli, una delle espressioni della costante attenzione dell’azienda per i linguaggi espressivi del presente: dal 1964 il Calendario, attraverso gli interventi dei migliori nomi della ricerca fotografica internazionale, offre infatti un punto di vista privilegiato sui cambiamenti dei costumi e sulle trasformazioni dell’estetica contemporanea.

 

LE DATE

Sabato 16 novembre - Settimana della Cultura d’Impresa: visite guidate gratuite per adulti e bambini. Le mostre sono visitabili.

Domenica 17 novembre - Settimana della Cultura d’Impresa: attività gratuite per adulti e bambini. Le mostre sono chiuse al pubblico.

Giovedì 21 e venerdì 22 novembre - HangarBicocca è chiuso al pubblico.

Sabato 23 e domenica 24 novembre – Rassegna con 160 immagini dei grandi fotografi che hanno fatto la storia del Calendario Pirelli; mostra Islands di Dieter e Bjorn Roth (fino al 9 febbraio 2014).

5 dicembre - Riapertura al pubblico di The Visitors (fino al 5 gennaio 2014)  e performance di Ragnar Kjartanasson.

 

Fondazione HangarBicocca

Via Chiese 2, 20126 Milano

 

T (+39) 02 66 11 15 73

F (+39) 02 64 70 275

info@hangarbicocca.

www.fondazionepirelli.org.rg

 

Chi di voi cari lettori non si è mai trovato tra le mani un robot, soprattutto da bambini, o non si è mai lasciato affascinare da queste strane figure in un film o cartone animato?  Qualcuno preferiva i classici in latta, altri i droni, qualcun altro ancora i cyborg. Insomma, tutti questi giocattoli sono stati protagonisti di migliaia di avventure. Per questo, Nerospinto è lieto di consigliarvi di passare al WOW - Lo Spazio Fumetto di Milano, che ha deciso di ricordarli e di raccontarvi la loro storia in una mostra davvero particolare.

Dal 26 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014, quindi, rivive il fantastico Mondo dei Robot tra fumetti, animazione, illustrazione,  letteratura e cinema. Dai primi automi immaginati agli inizi del Novecento ai “robottoni” giapponesi che negli anni Settanta spopolarono nelle nostre tv, dalla letteratura di Asimov al cinema d’autore.

La storia dei robot si apre nel 1920, quando nel copione della commedia teatrale R.U.R. Rossumovi univerzální roboti (titolo italiano I robot universali di Rossum) del commediografo ceco Karel Capek comparve per la prima volta la parola “robot” per descrivere un essere artificiale creato dell’uomo al fine di svolgere al suo posto i lavori usuranti. Curiosamente nella pièce teatrale i robot non sono esseri meccanici, come saranno tutti i loro successori, ma uomini fatti nascere in laboratorio stile Frankenstein.

L'esposizione si apre con una panoramica dedicata alla “nascita” del mito moderno dei robot, nella letteratura e attraverso le matite dei maggiori illustratori/copertinisti della fantascienzacome Kelly Freas e Chris Foss, con alcune tra le loro più belle immagini, Karel Thole e Carlo Jacono, con le migliori copertine create per serie di grande successo tra cui Urania.

Un'apposita installazione introduce le tre leggi della robotica ideate da Isaac Asimov, che intorno ad esse ha costruito molti dei suoi racconti e romanzi. Nella finzione narrativa le tre leggi vengono programmate all'interno di ogni robot, in modo che non possa fare del male all'uomo, ma che anzi lo serva e obbedisca anche a costo della propria sopravvivenza. Per omaggiare degnamente il grande autore, è esposta una rara copia della prima edizione del capolavoro I Robot, autografata.

La parte centrale della mostra si concentra sul fumetto, il cinema e l'animazione. Spazio anche al più famoso combattente di robot dei fumetti, ossia Magnus, eroe di un futuro in cui le macchine hanno preso il sopravvento, disegnato da Russ Manning, grande autore di Tarzan, per i comic book statunitensi della Gold Key negli anni Sessanta e uscito in Italia grazie ai Fratelli Spada (esposti in mostra).

Sempre dagli Stati Uniti arrivano anche androidi dai sentimenti umani che si dedicano alla lotta contro il crimine, come Visione, membro degli Avengers insieme a Capitan America, Thor e Iron Man.

I robot sono presenti in abbondanza anche in cartoni animati e fumetti comici: da Rosie, la dispotica domestica meccanica armata di piumino, grembiulino e crestina dei Pronipoti, all'irriverente Bender della serie animata Futurama. E non possono mancare ovviamente gli uomini meccanici Made in Disney.

In Italia i robot arrivano presto e sono generalmente enormi, come ne Gli adoratori della luce sul giornale a fumetti L'Avventuroso (1940) e Il terrore di Allagalla del 1946, storie fantastiche che hanno ispirato Sergio Bonelli e Gallieno Ferri per la creazione del gigantesco Titan (1966), unodei primi nemici di Zagor, di cui sono esposte alcune pagine realizzate dallo stesso Ferri. Dall'altra parte del mondo, in Giappone, il mondo viene difeso da crudeli invasori grazie a Mazinga, Goldrake, Jeeg, Gundam e i più giovani Patlabor (di cui è esposto un modello alto 4 metri!) e Evangelion.

In mostra ci sono anche rodovetri originali, pupazzi, albi di figurine, fumetti, super 8, statue provenienti da collezioni private e altri oggetti che testimoniano la “goldrakemania” esplosa alla fine degli anni Settanta e le più moderne action figure dedicate ai robot. Alle sigle degli anime robotici è dedicato uno spazio apposito, in cui vengono esposti rari dischi d'epoca. C'è spazio anche per storie in cui il lato umano prende il sopravvento, come nelle avventure di Cyborg009, gruppo di eroici ragazzi metà uomo e metà macchina.

Il racconto dei robot protagonisti di pellicole cinematografiche di grande successo viene affidato ai manifesti cinematografici originali provenienti dall’archivio di Fermo Immagine – Museo del Manifesto Cinematografico di Milano: dal simpatico robot protagonista di un classico come Il pianeta proibito ai robottoni giapponesi diventati star del cinema per alcuni lungometraggi realizzati cucendo assieme alcuni episodi delle serie animate, da Metropolis a Terminator, da Wall.E all’ultimissimo Iron Man 3. In parallelo verrà inaugurata una mostra presso Fermo Immagine – Museo del Manifesto Cinematografico, dedicata a Star Wars, con particolare attenzione ai droidi della saga di George Lucas (i visitatori di una mostra che si presentano con il biglietto d'ingresso dell’altra potranno entrare con il biglietto ridotto).

Ospite speciale della mostra è Nathan Never, detective del futuro creato nel 1991 per Sergio Bonelli da Medda, Serra e Vigna. Nelle sue storie incontra robot, cyborg e androidi di tutti i tipi. Sono esposte tavole  originali di Claudio Castellini, Max Bertolini e Sergio Giardo.

 

IL MONDO DEI ROBOT - Dal 26 al 12 gennaio 2014

WOW SPAZIO FUMETTO -Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata

Viale Campania 12 – Milano.

Ingresso 5 euro (ridotto 3 euro)

Lunedì chiuso

Da martedì a venerdì 15 -19.

Sabato e domenica 15-20.

Informazioni: www.museowow.it         Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Nerospinto vi invita a riscoprire i bei tempi andati in un nostalgico, decadente e non convenzionale ritorno alle origini della  modernità dell'arte e della cultura europee, perdendosi tra i dipinti degli anni di maggior splendore delle capitali, del lusso spensierato e dell'età dell'oro della Ville Lumière.

La Belle Époque torna infatti a far parlare di sé alla Galleria Bottegantica in via Manzoni a Milano, dove un'esposizione che si tiene dal 25 ottobre al 21 dicembre permette di ammirare una serie di opere di alcuni dei più importanti pittori italiani degli ultimi anni dell'ottocento, tra i quali Giovanni Boldini, Caputo Ulisse, Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi, Antonio Mancini, Pompeo Mariani ecc.

Entrando ci si trova letteralmente circondati dai dipinti, donne maliziose, eleganti, semisvestite e seducenti ci osservano dalle pareti, figure impegnate in attività quotidiane e divertimenti vari o in pose maliziose. Le opere non seguono un percorso studiato ma semplicemente ci osservano, come noi osserviamo loro, e si affollano, senza lasciarci lo spazio per crearci un orientamento mentale tra questi capolavori di altri tempi.

Belle Époque non è solo un termine entrato con forza nel linguaggio comune ma descrive un'intera epoca, quella a cavallo tra il finire dell'ottocento ed il secolo successivo, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un'epoca che fu per l'Europa di fasti e scoperte scientifiche, un periodo di divertimenti e benessere, di pace e prosperità, di progresso e gioiose speranze per il futuro. Un tempo insomma, in cui le capitali europee, Parigi in primis, ma anche Londra,  divennero il fulcro della vita culturale ed artistica, dello sviluppo scientifico e del progresso economico e sociale. Fu il momento della nascita dell'elettricità, di mezzi di trasporto moderni come le automobili, della radio, delle origini del cinema e del manifesto pubblicitario (di questi anni le creazioni di Toulouse-Lautrec), del fondersi tra arte e produzione industriale culminata con la grande Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Al tempo il livello economico delle classi elevate prosperava  e nuovi stili di vita si andavano diffondendo, le nuove occupazioni per il tempo libero, divertimenti come circhi e teatri, lo sviluppo di locali che lasciavano spazio ai piaceri anche più licenziosi ed in cui la morale spesso cedeva al vizio ed al lusso. Si diffondevano le vacanze, le passeggiate e le danze. Nascevano in quegli anni l'Impressionismo e l'Art Nouveau, il Can Can ed il Cabaret. Si dipingeva una vita sfarzosa e brillante nelle grandi capitali europee ed in particolare a Parigi, si delineava una vita cosmopolita ed a tratti artificiale, supportata dalla convinzione che il novecento avrebbe portato progresso e felicità.

I riferimenti culturali e filosofici sono all'artista ed al letterato cosmopolita e vagabondo, all'intellettuale che si perde tra le folle nella grande città  o si stordisce i sensi nei caffè, al poeta che ha perso la sua aureola per la strada, al Flâneur descritto da Benjamin e da Baudelaire in "Le peintre della vie moderne":

"Girovagare nel flusso continuo e inarrestabile della metropoli, cercare rifugio nella folla, imprimere nella memoria le immagini di un'intensa stimolazione percettiva e infine trasferire l'effimero in 'un fantastico reale': in questo sembra condensarsi la ricerca della modernità". 

La selezione di dipinti e disegni che si accumulano in Galleria racconta di momenti d'intimità e di riti mondani, promenades e rendez-vous, gite al mare, saltimbanchi e persone impegnate nella vendemmia, lavori serali rischiarati dalla novità della luce elettrica, ci descrive la vita notturna nei teatri, i veglioni e i casinò, le virtù e i peccati di un’epoca che annuncia la modernità.

La donna diventa protagonista in queste opere; come femme fatale ma anche nel suo essere composta e morigerata, nella sua maliziosa ingenuità, nelle sue piccole ma costanti contraddizioni, che al tempo più che mai prendevano corpo mentre lo sguardo ed i costumi della società si andavano evolvendo. Una femminilità che esplode nel conflitto tra vanità e lusso, diventando icona di un tempo in cui la felicità è un obbligo, uno status necessario, irrinunciabile quanto inevitabile.

Particolare attenzione va data alle creazioni di Giovanni Boldini come "La lettera mattutina", ritratto della contessa Gabrielle De Rasty, carico di sensualità, o ancora "Nudo di donna con calze nere" altrettanto ardito. L’alta borghesia industriale e finanziaria  di fine ottocento assolda  i pittori per celebrare i suoi riti e la sua smagliante esuberanza attraverso i ritratti delle sue donne. Così in Francia, ma anche in Italia.  I “Bei Tempi” italiani furono forse meno intensi di quelli parigini, ma sempre seducenti e irripetibili.

I soggetti sono per certi versi gli stessi che furono quelli dell'Impressionismo sviluppatosi dopo la metà dell'ottocento; le toilette femminili, i nudi, le passeggiate nei prati, scene di gite e viaggi, vie cittadine, caffè e balletti, i dietro le quinte dei teatri, il circo.

I pittori impressionisti mostrano molto bene lo spirito degli inizi della Belle Époque: dipingono l’agitazione e l’animazione delle vie e dei boulevard (La Rue Montorgueil; Fete du 30 juin 1878 di Claude Monet, 1878), gli interni dei teatri, l’ambiente di festa nei giardini parigini (Un dimanche après-midi à la Grande Jatte dei Seurat, 1886), i saloni, i bar (Un bar aux Folies-Bergère di Manet, 1882), i café-concerto (Le Café-Concert di Degas, 1877), i balli (Le Bal du Moulin de la Galette di Renoir, 1876), per questo tra i vari movimenti artistici di quegli anni la prima associazione che salta alla mente è quella con il movimento Impressionista, anch'esso ritraeva istanti di vita reali delle classi più agiate.

Immagini  di un passato che non ritornerà, le atmosfere ritratte hanno in parte perduto quell'aria  un po' artificiosa e da allegra rivista patinata, per rientrare in un immaginario carico di nostalgia  e di rimpianto per  ciò che  era  una volta, ed ora non è più.

 

LA BELLE ÉPOQUE Da Boldini a De Nittis a cura di Enzo Savoia e Stefano Bosi

Milano, Galleria Bottegantica (via Manzoni 45) 25 ottobre – 21 dicembre 2013

Orari: martedì – domenica 10.00-13.00; 15.00-19.00 Chiuso lunedì

Ingresso: gratuito

Informazioni: Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Web: www.bottegantica.com

 

Giovanna Canonico

Tattoo e piercing protagonisti a Lugano alla TI-TATTO 2013, una delle convention internazionali più importanti, dedicate alla body art.

Dal 30 agosto al 1° settembre, negli spazi del Centro Esposizioni Città di Lugano, i più grandi studi di tattoo e i più rinomati artisti internazionali si ritrovano nel cuore di Lugano per una tre giorni dedicata “all’arte di decorare il corpo”. Tantissimi gli stand presenti dove gli amanti dei tatuaggi e della body art potranno scoprire e conoscere le differenti tecniche dei tatuatori più estrosi, creativi ed eccentrici e vederli all’opera nel tatuare i tattoo addicted.

TI-TATTO ospita anche ogni anno special guests internazionali! Nelle passate edizioni sono stati accolti  Angelo Piovano, Ysobel Varley, Elaine Davidson, vere e proprie icone dell’universo tattoo e piercing. Per l’edizione 2013 grande attesa per MATT GONE, chiamato “l’uomo scacchiera” perché il 98% del suo corpo è ricoperto da disegni, con varie stratificazioni di colore.

Un vero e proprio "progetto di tatuaggio" durato anni ed iniziato per celare i difetti che la sua malattia, la Sindrome di Poland, ha lasciato sul suo corpo. Matt Gone, veterano del tattoo, è il testimonial dell’edizione 2013 del TI-TATTOO di Lugano.

Il TI-TATTO Convention Lugano 2013 non è solo tattoo e piercing ma anche divertimento con dj-set, performance, mostre, musica…il tutto in un’atmosfera di trasgressione ed esagerazione!

Da qualsiasi punto di vista lo si osservi, Juan Francisco Casas è un artista che stupisce.

Delle sue opere colpiscono l’irriverenza  e la freschezza;  il forte contrasto, voluto e ricercato, tra la banalità dei soggetti e le enormi dimensioni dei quadri, riservate al tema storico o religioso, come ci insegna il mondo accademico; stupiscono la maestria della tecnica e l’iper-realismo con cui sono realizzate.

Tuttavia sono sicura che la cosa che vi colpirà di più sarà scoprire di quale strumento si serve per realizzarle; dimenticate Photoshop e programmi di grafica, scordatevi tavolozza e pennello, carboncino e matita: nell’astuccio di Juan Francisco Casas c’è solo una penna bic, rigorosamente blu.

 

Avete presente quegli scarabocchi che disegnavamo durante le ore di lezione, al liceo? Le caricature della professoressa o qualche presa in giro al compagno di banco? Ecco, Casas ha a disposizione quello stesso piccolo, sottovalutato strumento.

E in fondo anche lui scarabocchia, solo che lo fa su pannelli due metri per due, solo che il risultato è del tutto identico ad una fotografia.

 

Juan Francisco Casas nasce nel 1976 a La Carolina, nel sud della Spagna. Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Granada nel 1999 e con una borsa di studio si trasferisce a Roma. Già dal 2002 arrivano il successo e le esposizioni in siti importanti, dalla rinomata galleria Fernando Pradilla di Madrid a El Museo di Bogotà. Negli anni successivi porta la sua arte scanzonata in giro per l’Europa e per il mondo intero, attirando l’attenzione positiva della critica e di numerosi artisti, tra cui anche gli stimati Maurizio Cattelan, Damien Hirst e Neo Rauch.

 

La tecnica di Casas consiste nell’immortalare il suo soggetto in momenti del tutto ordinari, per poi riprodurre la fotografia con le biro blu; ne esaurisce almeno tre o quattro per ogni quadro, dichiara.

Le sue Madonne sono ragazze divertite e divertenti, belle e senza schemi, che ammiccano e provocano l'osservatore con l’affascinante freschezza della gioventù. Uomini anche, pochi c’è da dire, ma sempre leggeri e spensierati.

 

A guardare le opere una di seguito all’altra sembra quasi di curiosare nell’album dei ricordi di un ragazzo che ama fotografare i momenti belli della vita, nella loro semplicità. Sono attimi e situazioni che ognuno di noi potrebbe aver vissuto, nulla di straordinario; gli  amici, le serate, le donne che ama, anche solo per una notte. Ciò che tuttavia le rende speciali sono la frizzante gioia di vivere e la totale libertà d'espressione che trasmettono, che insieme scacciano ogni rischio di banalità.

Ogni personaggio ritratto sprigiona un’energia e una vitalità che spiazzano e sfidano chi li osserva a lasciarsi andare, a non prendersi troppo sul serio. A chi coglie la sfida, riescono facilmente a strappare un sorriso, per gli altri..beh, è un peccato perché ridere allunga la vita e lo sguardo corrucciato fa venire le rughe!

 

 

Antonioni c’è!

Gli ammiratori e gli appassionati del grande Maestro del cinema italiano mi perdoneranno per la citazione sportiva, ma nelle ultime settimane il nostro Bel Paese si è destato dall’indifferenza e dalla poca conoscenza della figura di Michelangelo Antonioni e per fortuna si è ricordato di elargire a uno dei nostri artisti più grandi il giusto riconoscimento nel centenario della sua nascita.

 

Mostre, come quella bellissima di Ferrara visitabile fino al 9 giugno, cineforum in tutta Italia e pagine di recensioni e amarcord sulle riviste più importanti.

E ci mancherebbe, aggiungo io!

 

Antonioni è stato per il cinema italiano quello che Bresson è stato per il cinema francese.

Tanto che le pellicole dei due cineasti spesso si sono uguagliate e sovrapposte per tematica e scelte registiche negli anni '60 e '70 del secolo scorso.

 

Antonioni segna la fine del neorealismo del cinema italiano e lo fa in maniera decisa e da maestro con il film del 1950, Cronaca di un amore. La pellicola riscuote uno sorprendente successo di critica e fa sì che al regista si aprano quasi subito le porte degli ambienti cinematografici italiani che contano. Collabora così con i migliori sceneggiatori e autori del suo tempo e con le attrici più in voga del momento. Il fatto è che Antonioni non è un regista di genere, ma un regista indipendente che gira e realizza solo pellicole importanti, con scene difficili, scelte registiche da maestro e storie assolutamente non commerciali. Eppure e malgrado questo, il pubblico lo premia.

 

I suoi film sono amatissimi e il botteghino gli dà ragione. Merito della sua indubbia bravura registica, ma merito anche della sua lungimiranza artistica con le quali trasforma l’attrice comica italiana più importante degli anni ’60 in una straordinaria attrice drammatica. Applaudita e osannata in tutta Europa, Monica Vitti è la musa incondizionata di Michelangelo Antonioni che la vuole in pellicole importanti come Deserto rosso, Leone d’Oro nel 1964 ma soprattutto nella sua trilogia dell’incomunicabilità. E così la bionda in calze a rete e gonne attillate dei film con Alberto Sordi si trasforma nella drammatica e bravissima protagonista di pellicole in bianco e nero come L’avventura, La notte, L’eclissi. Per gli appassionati del film di autore e per i critici cinematografici praticamente le pietre miliari del nostro cinema esistenziale.

 

Negli anni ’70 arrivano i lungometraggi girati in lingua inglese con attori internazionali e la fama di Antonioni si espande e si consolida anche oltre oceano.

Blow-up, sequestrato dalla magistratura per oscenità nell'ottobre 1967, dove il suo pessimismo angoscioso si trasforma nel totale rifiuto della realtà in cui l'uomo vive. Zabriskie Point, incentrato sulla contestazione giovanile, che diventa anche una feroce critica alla società dei consumi e

Professione: reporter con il lungo e celebre piano sequenza finale, dove affronta l'impenetrabilità della realtà attraverso un repentino cambio di identità del protagonista.

 

Antonioni studia al Centro di cinematografia di Roma negli anni ’40 e subito diventa assistente e collaboratore dei maggiori registi del tempo come Visconti, De Santis, Zavattini; la sua mentalità speculativa e la sua ossessiva ricerca sperimentale lo portano, però, molto presto a percorrere strade e ricerche tutte sue con successi che si mantengono immutabili e duraturi nel tempo e nella storia del cinema.

 

Tra aprile e luglio di quest’anno chi volesse conoscere Michelangelo Antonioni come artista, regista e autore ha solo l’imbarazzo della scelta tra mostre, rassegne filmiche e convegni.

Il cinema italiano è più vivo che mai!

 

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