“L’arte è lavoro, non improvvisazione”: Flavor Chris presenta al NAMA il Vademecum che dà agli artisti strumenti concreti per trasformare la creatività in professione
Domenica 28 settembre NAMA ospita la presentazione del Vademecum per le Prestazioni Artistiche e di Intrattenimento, il libro di Flavor Chris: un manuale nato dall’esperienza diretta come artista di strada, performer e consulente. Una guida operativa per trasformare la creatività in professione, raccontata durante un pomeriggio di workshop, talk e show gratuiti.
Il workshop, dedicato ad artisti (e a chi vorrebbe diventarlo a livello professionale), tratterà praticamente i temi del libro, con diversi relatori tra cui il producer Absynapse, la cantautrice Merysse, Gabriele CEO di Live Nation Community e la graphic designer Valentina Pilloni. Per accedere al workshop è necessaria l'iscrizione, da formalizzare a questo link.
Dalle 18 alle 22, poi, un ricco programma di musica e spettacoli, tutto gratuito e aperto al pubblico. Il programma completo è sul sito di Nuovo Anfiteatro Martesana.
Abbiamo colto l'occasione per fare due chiacchiere con l'autore, artista poliedrico e imprenditore dalle idee chiare.
Christian, sei partito da Saronno e oggi vivi a Ischia: quanto hanno influito i luoghi che hai attraversato sul tuo modo di vivere l’arte?
Molto. Non parliamo solo di spazi fisici, ma di ecosistemi culturali e tecnologici che ci modellano. Viviamo in piena quarta rivoluzione industriale: energia, trasporti e comunicazione stanno cambiando radicalmente, e questo incide anche sull’arte. Oggi posso vivere a Ischia e allo stesso tempo seguire progetti a Milano, collaborando con team senza essere fisicamente presente se non quando serve. È un approccio che si collega anche al concetto di “costo marginale zero” di Rifkin: grazie alle reti possiamo condividere risorse, conoscenze e creatività con maggiore efficienza.
Performer, musicista, consulente e ora autore: come convivono queste anime diverse dentro di te?
Non sono frutto del caso. Sono risposte al cambiamento epocale che stiamo vivendo. L’automazione e l’IA stanno liberando spazio dal lavoro tecnico e ripetitivo: a noi resta la parte creativa, relazionale, umana. Bill Gates immagina settimane lavorative più corte grazie a questo scenario, e io lo vedo già: non ha più senso limitarsi a un’unica specializzazione. Nell’era industriale servivano figure definite; oggi, invece, possiamo coniugare discipline e muoverci tra ambiti diversi. Le mie “anime multiple” sono questo: un modo per stare nel presente e innovare.
Ricordi la tua prima esibizione da artista di strada? Cosa ti ha insegnato?
Sì, ero a Parigi dopo il liceo, senza soldi e senza cittadinanza italiana, quindi impossibilitato a lavorare. Spesso raccoglievo verdura dai mercati per sopravvivere. Un giorno mi ritrovai a Montmartre a ballare per strada: ricordo ancora i 5 euro e qualche spicciolo che mi permisero di comprare una baguette con mozzarella e prosciutto. È lì che ho imparato una lezione che porto sempre con me, presa da un gosho buddista: “quando insorge un ostacolo, il saggio si rallegrerà, mentre lo stolto indietreggerà”. Trasformare la mancanza in possibilità è stato il mio primo banco di prova.
Cosa ti ha spinto a scrivere il Vademecum?
La voglia di rendere possibile ciò che sembrava impossibile. Quando ho iniziato, molti dicevano che “l’arte non può essere codificata” o che “non si può stabilire una tariffa base valida per tutti”. Io invece vedevo uno spazio: difficile, sì, ma necessario. Il Vademecum nasce da lì, dalla testardaggine di offrire uno strumento concreto agli artisti, pur lasciando intatta la libertà creativa. Non è una verità assoluta, ma un testo aperto, da aggiornare e rimettere in discussione.
Qual è l’errore più comune per chi inizia a lavorare professionalmente?
Credere che non sia un lavoro. L’arte richiede disciplina, organizzazione e strategia, esattamente come qualunque altra professione.
Nel manuale affronti temi come cachet, contratti, SIAE. Qual è il punto più urgente da chiarire?
Non ce n’è uno solo. Servirebbe un confronto più ampio per capire perché spesso manca fiducia nelle istituzioni e perché tanti preferiscono l’evasione. È un problema culturale prima ancora che normativo.
L’arte di strada è sinonimo di libertà. Come si concilia con regole e contratti?
È una tensione inevitabile. Libertà e improvvisazione da una parte, regole e disciplina dall’altra. Forse la chiave è sperimentare entrambe le dimensioni e trovare un equilibrio personale.
C’è poca consapevolezza del valore del lavoro artistico in Italia?
Sì, ma ancora prima manca consapevolezza di cosa sia davvero l’arte. Spesso quando dici che sei attore o musicista ti chiedono “ok, ma di lavoro cosa fai?”. Finché non cambiamo questa mentalità sarà difficile riconoscerne il valore economico e sociale.
Come vedi il futuro dell’arte di strada nei prossimi dieci anni?
Sempre più tecnologico.
Che consiglio daresti a un giovane artista?
Di non fermarsi al talento. Studiare, leggere il libro, seguire i laboratori, confrontarsi con i casi studio: sono strumenti pratici per affrontare le sfide del mestiere e costruire una carriera sostenibile.
La performance più imprevedibile che ti sia capitata?
A Forio d’Ischia, estate 2024. Suonavo per strada quando un uomo mi invitò a esibirmi nel suo attico. Era l’editore Graus, che poi ha deciso di pubblicare il mio libro. Una casualità trasformata in una svolta.
Se potessi invitare tre artisti sul palco del NAMA, chi sceglieresti?
Quincy Jones, Michael Jackson e Jean-Jacques Rousseau. Non tutti sanno che Rousseau era anche musicista, e mi piacerebbe ascoltarlo parlare delle origini della disuguaglianza.
N.A.MA., Nuovo Anfiteatro Martesana
Parco della Martesana, Milano
Giorgia Brandolese
Da The Wire ai Pearl Jam, passando per Grant Achatz. Musicista, Giornalista, laureata in Comunicazione pubblicitaria, nel corso degli anni si specializza in Cinema, Serie Tv, Alta Cucina.
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