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Intervista al cantautore partenopeo Eduardo De Felice- Voglio scrivere canzoni vere, dirette, in cui in tanti possano riconoscersi e rifugiarsi

Nerospinto ha scambiato quattro chiacchiere con il cantautore partenopeo Eduardo De Felice, classe 1981.

Di recente- dopo collaborazioni illustri (Gnut su tutti)- De Felice, archiviata l’esperienza con Apogeo Records, è entrato a far parte della squadra de La Stanza Nascosta Records, con la quale ha pubblicato i singoli “Seduto su un piedistallo”  e “Dimenticare”.

I due singoli verranno inclusi nel nuovo album dell’artista, in uscita in primavera.

“Dimenticare”,  un brano estremamente radiofonico dagli echi battistiani e dalla coloritura malinconica- nella migliore tradizione di De Felice-  è accompagnato dal videoclip realizzato da Luca Bennato ed Andrea Tartaglia per Aneuro prod.

 

 

L’uscita dei brani “Seduto su un piedistallo” e “Dimenticare” (entrambi su etichetta La Stanza Nascosta Records) anticipa il suo nuovo lavoro in studio. Anche l’album in uscita sarà intriso di umori malinconici?

Premesso che mi è sempre risultato più facile e immediato scrivere di cose malinconiche piuttosto che di cose allegre o spensierate, sarà comunque un album che rispecchierà molto la stagione in cui uscirà, ovvero la primavera, che parte dal mese di Marzo, freddo e malinconico, fino ad arrivare a Giugno, caldo e solare. Sarà così anche per i brani contenuti all’interno del disco per un viaggio attraverso il sentimento, raccontato nelle sue sfaccettature e in situazioni differenti.

 

Com’è cambiato, artisticamente e umanamente, Eduardo De Felice dall’esordio del 2014 con “Viaggio di ritorno”?

Sono inevitabilmente cambiato tanto, parliamo di 10 anni fa, ero sicuramente più acerbo da tanti punti di vista, e sicuramente meno disilluso di oggi. Anche se allora venivo comunque da un periodo di lunga inattività, dato che ho cominciato ad affacciarmi nel mondo della musica già agli inizi del 2000 incidendo le mie prime demo e portandole in giro, bussando fisicamente alle porte di tante etichette discografiche tra Roma e Milano, suonando nei locali, partecipando a vari concorsi canori, provando l’esperienza di Sanremo. Poi però, complice anche il lavoro, il ritorno alla realtà prese sempre più lo spazio dei sogni e a un certo punto abbandonai. Fu appunto nel 2013 che ripresi in mano quei sogni, grazie a Luigi Libra, e ricominciai. E praticamente in 10 anni cambiano tante cose, sia umanamente che artisticamente, con un bagaglio di esperienza che si fa per forza di cose sempre più grande.

 

Quanto conta per lei la dimensione live?

Ho sempre preferito il lavoro di registrazione in studio alle esibizioni live, perché mi piace partecipare attivamente alla creazione di un progetto, al suo sviluppo, provando, sperimentando, costruendo, fino ad arrivare ad ascoltare con soddisfazione il prodotto finale.

Organizzare un live poi non è sempre così semplice. Però mi rendo conto che, soprattutto al giorno d’oggi, suonare dal vivo è l’unico modo per farsi conoscere.

 

“Ci sono tredici autori che hanno scritto dalle due alle quattro canzoni in gara a testa. In 16 dei 30 brani in concorso c’è almeno una loro firma.” Cosa pensa del “segreto di Pulcinella” riguardante Sanremo e “svelato” da Il sole 24 ore?

È una cosa che si sapeva già da tempo e che ha toccato anche me nel corso degli anni perché tante volte mi sono proposto anche solo come autore, ma ho sempre avuto porte sbattute gentilmente in faccia.

Purtroppo, dove girano tanti soldi, si creano delle vere e proprie cricche dove è praticamente impossibile entrare. E non si tratta solo di Sanremo ma in generale della musica italiana. Il problema è che nelle forme d’arte, quindi anche nella musica, affidarsi esclusivamente ad una decina di autori o poco più, rischia inevitabilmente di appiattire tutto, facendo sì che si sentano in giro sempre le stesse canzoni uguali tra loro. Si pensa di più al giro d'affari e non ai possibili reali gusti della gente, anzi non si dà alla gente la possibilità di scegliere, proponendo loro anche altre canzoni, di altri artisti, spesso bravissimi ma fuori da certi giri. E quindi anche la maggior parte delle radio ti propina sempre gli stessi artisti, così è normale che dopo che mi hai “costretto” ad ascoltare una canzone ovunque, io l’abbia imparata a memoria, ma ciò non significa che io avrei voluto ascoltare quella canzone. Ti porto un esempio pratico, se ci fai caso artisti come Dente, Brunori, Sinigallia, ma anche lo stesso Niccolò Fabi, se vogliamo, non li ascolti facilmente per radio, eppure parliamo di artisti noti, oltre che bravissimi.

In più aggiungi che ormai la musica è relegata a mero sottofondo e molte persone non hanno più quell’attenzione e curiosità che si aveva un tempo. E viene da sé quindi che per molti è più facile ascoltare ciò che va di moda in quel momento anziché curiosare e trovare ciò che realmente può incontrare i propri gusti.

 

Altro problema di proporzioni gigantesche: secondo The Guardian, ogni volta che un brano viene ascoltato, il musicista percepisce circa 0,0004 sterline, cioè 0,00045 euro…

Ne vogliamo parlare? Cioè ci rendiamo conto? Quanto percepivano invece gli artisti anni fa quando le proprie canzoni passavano per radio o venivano suonate al juke box? Praticamente, così facendo, ci stanno dicendo che quelle erano opere d’arte mentre le nostre sono solo prodotti per sottofondo. Internet, se da una parte ha aiutato molto nella diffusione e nella reperibilità delle canzoni, dall’altra parte ha affossato il mercato discografico. Ormai non si comprano più dischi, ma proprio perché culturalmente non consideriamo più la musica come veniva considerata una volta e quindi diventa un vero e proprio nemico per noi artisti.

In più mettiamo pure che questa misera cifra non verrà nemmeno più pagata agli artisti che non superino determinati numeri di ascolti, affossando ancora di più tutti quelli che sono i cosiddetti emergenti.

 

Quali sono gli ascolti che hanno maggiormente influenzato il suo fare musica?

Sicuramente gli ascolti di Lucio Battisti, Lucio Dalla e Pino Daniele da bambino. Praticamente conosco a memoria tutta la loro discografia. Poi, crescendo, ho cominciato ad ascoltare qualsiasi tipo di musica, dal rock alla musica brasiliana, passando per i classici italiani, i cantautori, il folk, la musica prog, il soul, la disco-music. Davvero ascolto qualunque tipo di genere, anche se resto sempre affascinato dalla musica italiana degli anni ’70 e ’80.

 

C’è un libro che le ha cambiato la vita?

Essendo un appassionato di musica ho sempre preferito l’ascolto di dischi alla lettura, quindi potrei risponderti più facilmente citando il disco che mi ha cambiato la vita… e ce ne sono tanti! Sicuramente tra i tanti “Anima Latina” di Lucio Battisti, “Selling England by the Pound” dei Genesis, “Dalla” di Lucio Dalla, “Pino Daniele” di Pino Daniele e “Storia di un impiegato” di Fabrizio De André.

 

Vuole raccontarci qualcosa della sua collaborazione con Gnut?

È stata una bella esperienza, che mi ha lasciato molto dal punto di vista artistico e umano, oltre che una canzone cantata insieme (E così deve andare).

Abbiamo collaborato a due album molto diversi tra loro, pur lavorando con quasi gli stessi elementi. Il primo, "È così" (2018), è stato cucito sui miei riferimenti e su degli arrangiamenti che già avevo ben chiari, mentre nel secondo, "Ordine e disordine" (2020), gli ho consegnato le canzoni nude e crude, voce e piano, ed insieme al resto della squadra le abbiamo vestite e colorate, tirando fuori un album davvero ricco di suoni e di idee.

Inoltre la collaborazione con Gnut mi ha portato a conoscere, tra i tanti, una persona in particolare con la quale si è instaurato un bel rapporto di amicizia oltre che professionale, Giuseppe Innaro, che ha curato il missaggio di "Ordine e disordine" e a cui ho chiesto di partecipare, insieme al fratello Alessandro, alla produzione di questo nuovo album.

 

C’è un riconoscimento artistico che, più di altri, le fa gola?

L’unico riconoscimento artistico che vorrei è che le mie canzoni venissero ascoltate da tantissima gente, indipendentemente da me. E che in queste canzoni possano riconoscersi, trovare rifugio, compagnia, emozionarsi tantissime persone. Preferisco che la gente si ricordi di quella canzone e non di me, piuttosto che il contrario.

 

Se dovesse descrivere la sua musica in tre aggettivi?

Non sono bravo a descrivere me stesso e quindi ciò che faccio, anche perché si rischia sempre di cadere nell’autoreferenzialità. Posso dire che il mio obiettivo è quello di scrivere canzoni vere, dirette ed orecchiabili che esprimano emozioni in maniera semplice. Per il resto lascio che siano gli altri a descrivere e giudicare.

 

 

 

Cinzia Giordanelli 

 

 

 

 

Redazione Nerospinto

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