Il Salone dell’ascolto: resistere, restare, raccontare
by Alessandro Infortuna ⁄ 16 Mag 2026Se la prima giornata era stata attraversata dallo sguardo, la seconda trova nell’udito il suo senso dominante. Al Salone del Libro, ascoltare significa dare spazio a ciò che rischia di essere cancellato: le storie di chi resiste al potere e quelle di chi resta nei territori fragili. Da Zerocalcare a Brunori Sas e Vito Teti, resistenza e restanza diventano due parole sorelle, unite dalla stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?
Dal vedere all’ascoltare
Dopo lo sguardo, l’ascolto. Se la prima giornata del Salone del Libro aveva attraversato il mondo attraverso immagini, prospettive e luoghi della memoria, il secondo giorno sembra chiedere qualcosa di diverso: fermarsi, fare silenzio, prestare attenzione.
Non si tratta più soltanto di osservare il presente, ma di ascoltare le voci che lo attraversano. Voci che arrivano dai margini, dai territori fragili, dalle storie scomode, da ciò che spesso resta fuori dal rumore pubblico. Il 15 maggio, tra l’incontro con Zerocalcare e quello con Brunori Sas e Vito Teti, il Salone ha fatto emergere un filo comune: quello tra resistenza e restanza.
Due parole diverse, quasi lontane, ma unite da una stessa postura: non arretrare. Resistere significa non lasciare campo libero al potere, alla repressione, alla sorveglianza. Restare significa non consegnare i luoghi allo spopolamento, alla nostalgia sterile, all’idea che certi territori siano già perduti.
Zerocalcare e le storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza
All’Arena Bookstock, Zerocalcare è stato protagonista dell’incontro “Storie di resistenza nell’Europa dell’intolleranza”, in dialogo con Giovanni De Mauro. Il legame tra Zerocalcare e la vicenda di Maja T. passa attraverso il graphic novel Nel nido dei serpenti, pubblicato con Momo Edizioni e BAO Publishing, e attraverso il relativo podcast diffuso da Internazionale. È da questo lavoro che prende forma il racconto di una storia capace di intrecciare antifascismo, repressione, giustizia europea e sorveglianza tecnologica.
Al centro del discorso è emersa la vicenda di Maja T., persona non binaria arrestata in Germania dopo l’opposizione, nel 2023, a una manifestazione neonazista a Budapest. Dagli appunti dell’incontro emerge una storia segnata da una forte sproporzione: una richiesta di pena pesantissima, il trasferimento da parte della polizia tedesca senza la possibilità di avvisare l’avvocato, una condanna poi arrivata a otto anni, a fronte di una prognosi di pochi giorni per chi avrebbe subito danni.
Ma il punto, nel racconto di Zerocalcare, non è soltanto la singola vicenda giudiziaria. È il modo in cui quella storia diventa il simbolo di un presente più largo, in cui il cittadino si trova spesso solo davanti ad apparati enormemente più forti.
Il discorso si allarga così al ruolo delle intercettazioni, della sorveglianza, delle grandi aziende tecnologiche e di strumenti come Palantir. Le big tech, spesso raccontate come luoghi neutri, efficienti, quasi salvifici, appaiono invece come strutture capaci di concentrare potere nelle mani di poche figure, non sempre guidate da un’etica pubblica.
Il risultato è una sensazione di squilibrio: da un lato il singolo individuo, dall’altro sistemi opachi, difficili da controllare, dotati di una capacità di osservazione e intervento sempre più estesa. In questo scenario, la resistenza raccontata da Zerocalcare non passa dalla retorica, ma dal racconto. Raccontare diventa un modo per rompere l’isolamento, per sottrarre una storia alla sua marginalità, per impedire che venga ridotta a un caso lontano.

Una storia che chiede di essere ascoltata
La forza dell’intervento di Zerocalcare sta proprio nella capacità di trasformare una vicenda specifica in una domanda collettiva. Cosa succede quando il potere diventa troppo grande per essere compreso dal singolo? Cosa resta della libertà individuale quando sorveglianza, intercettazioni e tecnologie predittive entrano nei meccanismi della giustizia e della sicurezza?
Il caso di Maja T. diventa così qualcosa di più di una cronaca giudiziaria. Diventa una storia che chiede ascolto, perché parla della fragilità dei corpi davanti agli apparati, della solitudine dell’individuo davanti alla macchina burocratica, giudiziaria e tecnologica.
In questo senso, l’ascolto non è passività. È già una forma di attenzione politica. Significa non lasciare che una vicenda venga inghiottita dalla distanza, dalla complessità o dall’indifferenza. Significa riconoscere che alcune storie, per quanto sembrino lontane, parlano anche del modo in cui immaginiamo la libertà, il dissenso e il diritto alla difesa.
Brunori Sas e Vito Teti: la restanza come scelta
A distanza di poche ore, il dialogo tra Brunori Sas e Vito Teti, moderato da Tommaso Labate, ha spostato il discorso su un’altra forma di opposizione: non più la resistenza davanti al potere repressivo, ma la restanza come scelta culturale, territoriale ed esistenziale.
Al centro dell’incontro c’era la Calabria, ma non come cartolina nostalgica né come terra condannata alla partenza. La Calabria diventa piuttosto un luogo da interrogare. Cosa significa abitare un territorio fragile? Cosa significa restare in un paese, in una regione, in un Sud spesso raccontato solo attraverso la mancanza, l’arretratezza o la fuga?
Il pensiero di Vito Teti offre a questa domanda una cornice antropologica. La restanza non è immobilità, non è rassegnazione, non è semplice attaccamento alle radici. È una forma di presenza attiva. Restare vuol dire prendersi cura dei luoghi, riconoscerne le ferite, ma anche le possibilità. Significa opporsi all’idea che alcuni territori siano destinati solo a svuotarsi.
Brunori Sas porta in questo discorso una sensibilità diversa ma complementare. La sua scrittura musicale è spesso attraversata da memoria, provincia, famiglia, fragilità, appartenenza. Nelle sue canzoni il Sud non è mai soltanto scenario: è un luogo mentale, affettivo, contraddittorio. Un posto da cui si può partire, ma che continua a parlare anche quando ci si allontana.

Brunori, Labate e Teti (foto: CosenzaPost)
Restare non è rassegnarsi
La restanza, nel dialogo tra Brunori e Teti, non coincide con il semplice “non partire”. Non è una forma di immobilità, né una celebrazione ingenua delle radici. È piuttosto un modo per rifiutare la narrazione secondo cui alcuni luoghi non avrebbero più futuro.
Restare significa abitare la contraddizione. Significa sapere che un territorio può essere ferito, fragile, impoverito, e tuttavia non per questo condannato alla sparizione. Significa guardare ai paesi, alle comunità e alle periferie interne non come residui del passato, ma come luoghi da cui può ancora nascere una possibilità.
Se Zerocalcare racconta il corpo esposto al potere, Brunori e Teti raccontano i luoghi esposti all’abbandono. Eppure il movimento profondo è simile: non lasciare che siano altri a decidere cosa deve scomparire.
Resistenza e restanza: due forme dello stesso gesto
Zerocalcare e Brunori Sas sembrano muoversi su piani molto diversi. Il primo attraversa il terreno della militanza, della repressione, della sorveglianza e della giustizia. Il secondo, insieme a Vito Teti, ragiona sul rapporto con la Calabria, con i paesi, con le radici e con lo spopolamento.
Eppure, nella distanza, emerge una stessa domanda: che cosa siamo disposti a non abbandonare?
Nel caso di Zerocalcare, non abbandonare significa non voltarsi dall’altra parte davanti a una vicenda scomoda. Significa non lasciare sola una persona dentro un sistema che sembra sproporzionato rispetto al singolo. Significa diffidare delle tecnologie quando diventano strumenti di controllo e non di emancipazione.
Nel caso di Brunori e Teti, non abbandonare significa restituire dignità ai luoghi marginali. Non raccontare il Sud solo come destino di fuga, ma come spazio ancora capace di produrre pensiero, comunità e futuro. Restare, allora, non è il contrario di partire. È il contrario di cancellare.
Il secondo giorno come giornata dell’ascolto
La forza del secondo giorno del Salone sta proprio qui: nell’avere accostato, forse anche involontariamente, due forme diverse di permanenza. Da una parte la resistenza di chi continua a raccontare le ingiustizie; dall’altra la restanza di chi continua ad abitare i luoghi fragili. Entrambe chiedono ascolto. Entrambe rifiutano l’indifferenza.
Dopo lo sguardo, dunque, l’udito. Il Salone del Libro non è solo il luogo in cui si vedono autori, ospiti, incontri e sale piene. È anche uno spazio in cui alcune voci chiedono di essere prese sul serio: la voce di chi denuncia una sproporzione di potere, la voce di chi racconta territori lasciati ai margini, la voce di chi prova a dare parole a ciò che rischia di essere semplificato, rimosso o dimenticato.
Il 15 maggio, il Salone ha messo accanto due verbi necessari: resistere e restare. Resistere davanti alla repressione, alla sorveglianza, all’opacità del potere. Restare dentro i luoghi, dentro le comunità, dentro le contraddizioni di una terra che non vuole essere ridotta all’abbandono.
In fondo, entrambe le parole indicano una scelta. Non lasciare il campo libero. Non permettere che tutto venga deciso altrove. Non accettare che una persona, una storia, un paese o una comunità scompaiano nel silenzio.
E forse è proprio questo il senso più forte della seconda giornata: il Salone, dopo aver insegnato a guardare, chiede di ascoltare ciò che di solito rimane sotto il rumore. Le vite esposte alla forza del potere, i territori lasciati ai margini, le parole che provano ancora a opporsi alla cancellazione.
Resistenza e restanza diventano così due forme dello stesso gesto: continuare a esserci.
