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Se ne è andato Carlo, in punta di piedi e senza clamore come sapeva fare lui, perché quando si ha qualcosa da raccontare, da scrivere, da comunicare lo si può fare anche sottovoce.

Ed è sottovoce che ci ha lasciati impartendo agli improvvisati della cultura, ai beceri della filmografia e ai patiti della parolaccia sullo schermo l’ennesima lezione di stile.

Uno stile e una propensione a fare buon cinema che Mazzacurati ha fin da giovane, da studente del Dams di Bologna dove si laurea a pieni voti.

Carlo sa recitare e lo dimostra dalle sue prime interpretazioni nei suoi ruoli di bambino, ma lo dimostra anche da adulto recitando con Moretti e altri grandi del cinema italiano.

Lui però sa anche scrivere di cinema e confeziona sceneggiature originali e di grande impatto emotivo dove alla passione che lo spinge a parlare, raccontare e mostrare il proprio Paese si aggiunge l’emozione di rappresentare la realtà che gli è più vicina e affine.

E allora germogliano i suoi film sul Veneto, sulle campagne che lui conosce così bene, sulla gente, quelle persone tra cui Carlo ha vissuto e da cui ha imparato fin da bambino.

La sua regione, il suo paese, gli italiani e le storie di tutti i giorni rendono Mazzacurati un regista e un cineasta profondamente “locale” ma che non manca di affascinare anche il pubblico straniero.

Fortunatamente, nonostante le sempre difficoltà economiche che l’autore ha dovuto incontrare nella realizzazione dei suoi lavori, l’Italia ha saputo premiarlo e riconoscerne i meriti nel corso della sua vita. Carlo Mazzacurati ha vinto il Nastro d’Argento, il Leone d’Argento e i David di Donatello e con film come Il toro, L’estate di David e La lingua del santo è riuscito a commuovere il pubblico e a farsi apprezzare dalla critica.

L’eredità che lascia è questa, amare quello che si fa pe farlo bene. Sempre senza clamore.

 

 

Dal 15 al 29 gennaio 2014 presso la Sala Alda Merini - Spazio Oberdan della Provincia di Milano, Fondazione Cineteca Italiana presenta in anteprima italiana Je m’appelle Hmmm…, l’emozionante, limpida e pura storia di amicizia fra una dodicenne in fuga dalla famiglia e un camionista quarantenne che una famiglia non ce l’ha più. In concorso nella sezione “Orizzonti” all’ultima mostra del cinema di Venezia, il film rappresenta l'esordio alla regia della stilista e redattrice di moda Agnès Troublé.

Protagonista della storia è Céline, una ragazzina che dice di chiamarsi Hmmm, rinnegando il suo nome e la sua vita, profondamente segnata dagli abusi continui da parte del padre e dall'indifferenza della madre. Il desiderio di evasione la porterà a fuggire e a incontrare Peter, un camionista scozzese distrutto dalla scomparsa della moglie e della figlia. Il loro viaggio senza meta a bordo di un camion rosso li unirà in un'amicizia particolare e unica, grazie alla quale ritroveranno una serenità che pensavano di aver perduto per sempre. Il film affronta con delicatezza e originalità un tema difficile come la violenza sui minori, senza azzardare risposte o giudizi, ma lasciando aperta una porta alla fiducia e alla speranza.

Alla proiezione di venerdì 24 gennaio ore 21 sarà presente in sala la regista Agnès Troublé.

Scheda del film

Je m’appelle Hmmm… R.: agnès b (Agnès Troublé). Sc.: agnes b., Jean-Pol Fargeau. Int.: Douglas Gordon, Lou-Lélia Demerliac, Sylvie Testud, Jacques Bonnaffé, Marie-Christine Barrault. Francia, 2013, col., 120’, v.o. sott. it. Céline è una dodicenne che durante una gita al mare con la scuola decide di fuggire. In un parcheggio trova un autotreno rosso, la portiera è aperta, Céline sale e si nasconde. Il camionista Peter, scozzese sulla quarantina, quando torna a bordo non vede la ragazzina e parte. Accortosi della sua presenza, l’uomo non fa una piega, non le chiede spiegazioni e continua a guidare. Durante il loro viaggio on the road nel nord della Francia, Céline vive per la prima volta, con leggerezza e fiducia, i veri momenti dell’infanzia e con Peter, lentamente, nasce una bellissima amicizia. Quel viaggio si trasforma per lei in una nuova speranza di futuro, per lui in un nobile congedo dalla sofferenza.

Calendario

MERCOLEDÌ 15 GENNAIO h 21.00 GIOVEDì 16 GENNAIO h 17.00 VENERDÌ 17 GENNAIO h 21.15 SABATO 18 GENNAIO h 19.00 DOMENICA 19 GENNAIO h 16.00 MERCOLEDÌ 22 GENNAIO h 17.0 GIOVEDì 23 GENNAIO h 18.45 VENERDÌ 24 GENNAIO h 21.00 SABATO 25 GENNAIO h 15.00 h 19.00 DOMENICA 26 GENNAIO h 21.00 MERCOLEDÌ 29 GENNAIO h 16.15

Sala Alda Merini Spazio Oberdan Viale Vittorio Veneto 2, Milano

MODALITÀ D’INGRESSO Biglietto d’ingresso: intero € 7,00 Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50 Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50

Presso la Sala Alda Merini - Spazio Oberdan della Provincia di Milano arriva il documentario presentato al festival di Roma 2012: un ritratto divertente, intimo e sincero di Carlo Verdone, che da trent’anni riesce a farci ridere e pensare. Gianfranco Giagni e Fabio Ferzetti, autori del film, sono riusciti ad analizzare le molte facce del “mito” Verdone: dell’artista parlano i suoi indimenticabili personaggi, le scene dei suoi film, le molte testimonianze di attori e collaboratori; dell’uomo Verdone parlano i suoi familiari e soprattutto lui stesso, seduto su una sedia, in uno studio teatrale, disposto a confessare i dubbi e le fragilità, a ripercorrere i momenti più importanti della sua vita e della sua carriera, sempre indossando lo sguardo, i gesti, la mimica e il tono di voce di chi sembra quasi non voler disturbare troppo.

 

Scheda del film        

R.: Gianfranco Giagni, Fabio Ferzetti. Mont: Roberto De Bonis. Int.: Carlo Verdone, Margherita Buy,  Pierfrancesco Favino, Goffredo Fofi, Claudia Gerini, Marco Giallini, Eleonora Giorgi, Laura Morante, Micaela Ramazzotti, Toni Servillo, Giulia Verdone, Luca Verdone, Paolo Verdone. Italia, 2012, col, 75’.

Carlo Verdone e il suo cinema visti da dentro. Gli attori, le attrici, i collaboratori, gli amici, la famiglia, le strade e le voci di Roma, il gioco infinito di riflessi da cui nascono personaggi, caratteri, storie. Ma anche la capacità di osservazione, l’uso del corpo e della voce, la nascita e la psicologia dei personaggi maschili, il rapporto complicato con quelli femminili. E poi i film e gli attori di riferimento, il rapporto con il pubblico, la casa in cui è cresciuto, l’importanza della figura paterna, gli studi al Centro Sperimentale. Il tutto ripercorso nei luoghi più tipici del cinema di Verdone, Ostia, Ponte Sisto, Cinecittà, in un viaggio contrappuntato da foto e filmati inediti. Un gioco a tratti spassoso ma serio fra le proprie ansie e quelle dei suoi personaggi, le loro “patologie” e quelle del paese in cui vivono, che forse è la chiave di un cinema molto meno leggero di quanto sembri.

 Calendario

MERCOLEDÌ 18 DICEMBRE h 21.15

VENERDÌ 20 DICEMBRE h 19.30

DOMENICA 22 DICEMBRE h 17.00

GIOVEDÌ 26 DICEMBRE h 19.00

VENERDÌ 27 DICEMBRE h 17.00

SABATO 28 DICEMBRE h 19.00

 

MODALITÀ D’INGRESSO

Biglietto d’ingresso:intero € 7,00

Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50

Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50

 

 

Fondazione Cineteca Italiana

Viale Vittorio Veneto 2, Milano

Sala Ada Merini- Spazio Oberdan

Un nuovo spettacolo arricchisce la già ricca stagione del Teatro Delfino, sempre pronto a riserbarci sorprese entusiasmanti.

Dal 14 al 17 dicembre, alle ore 21.00, domenica ore 16.00 (lunedì riposo), andrà in scena lo spettacolo “Lo stesso giorno, il prossimo anno”, diretto dal regista Federico Zanandrea e liberamente tratto dalla commedia di Bernard Slade “La stessa ora, l’anno prossimo”

 

La commedia narra di due personaggi-persone, Doris e George, che s’incontrato in una fredda sera qualunque del febbraio 1951. Entrambi fuori casa per motivi diversi, entrambi trincerati nei loro personalissimi universi di-versi.

Una bistecca è il classico mazzo di fiori che fa scattare la scintilla, ed in men che non si dica i due si ritrovano in una camera di motel, in California. Entrambi sposati, entrambi con figli, sono stati folgorati da un amore folle ed irreale, che spazia oltre i limiti degli oneri e degli onori.

Decidono assieme di ritrovarsi un anno dopo, lo stesso giorno, alla stessa ora, nella medesima camera di motel che conobbe il loro pazzo amore. Anno dopo anno, sempre lo stesso incontro, sempre la stessa promessa per trent’anni, che li farà scoprire cambiati, come chiusi in una bolla spazio temporale mentre il mondo attorno a loro è in continuo mutamento. Dal febbraio 1951 al febbraio 1981.

 

Federico Zanandrea, il regista, commenta così lo spettacolo:

Leggendo la commedia non puoi che rimanere innamorato dalla delicatezza delle parole, dall’ironia e dalla semplicità di una storia di amore vissuta una volta l’anno, un weekend speciale, lo stesso, ogni anno, per trent’anni. Nelle parole dei due protagonisti si raccontano gli eventi mondiali, le guerre, le paure, i sogni, le ambizioni; tutto rimane fuori da quella stanza d’albergo, non si vede, ma lo leggiamo negli occhi dei due interpreti

Quella stanza” prosegue Zanandrea, “ è un rifugio, dove i due protagonisti sono liberi di rivelarsi, di essere se stessi, di sognare; George e Doris si sentono al sicuro in quella camera e proprio per questo riescono ad essere così vicini l’uno all’altro da parlare la stessa lingua, pur provenendo da mondi tanto distanti.”

 

Al di fuori del loro mondo, la sorte imperversa, ma gli amanti sono stati capaci di costruire e condividere uno spazio unico ed universale, diverso da ogni altro. Fuori dal loro amore, la guerra, caduta di idoli e dei, nascita di nuove società.

Gli dice lei:"Ci conosciamo da così tanto tempo… che se senti freddo, a me viene da starnutire!".

Le risponde lui: "Tanto tempo? Un giorno all’anno, ci conosciamo da una ventina di giorni, abbiamo si e no rotto il ghiaccio"…

 

“Lo stesso giorno, il prossimo anno”

Con Laura Locatelli e Diego Baldoin, regia di Federico Zanandrea

Dal 14 al 17 dicembre 2013 - ore 21.00, domenica ore16.00 – lunedì 16 riposo

Teatro Delfino – Via Dalmazia 11, 20162 Milano

Prezzo biglietto 18 euro - www.teatrodelfino.it

Tre parole, per raccontare il buio e la rassegnazione di una generazione costretta a vivere in una landa desolata dove la criminalità stringe e soffoca la gente per bene ogni giorno un po’ di più, toglie sogni e speranze e non fa arrivare fondi, investimenti e vita.

Il sud è niente. Chi ci ha vissuto anche sono qualche anno può testimoniare che è vero, che le cose stanno proprio così e che non c’è più forza né volontà per cambiarle.

Non si può lottare contro i mulini a vento, non si può lottare quando alla fine del tunnel quello che si intravede è ancora buio e tenebre.

Fabio Mollo, regista nato e cresciuto a Reggio Calabria, sulla difficile e a volte orrenda realtà che si consuma nello Stretto, lo sa perfettamente e riporta nella sua opera prima Il sud è niente tutto il mondo reale e sommerso del meridione italiano, sempre più lontano e isolato dal resto dell’Europa e del mondo ma anche della stessa Italia del nord.

Protagonista del suo racconto è Grazia, una adolescente timida, introversa e complicata che non riesce ad avere un dialogo con il papà Cristiano, che vende il pesce alla periferia di Reggio Calabria e che subisce come tanti altri uguali a lui le richieste di racket di un malavitoso locale.

Grazia da sola e con fatica cerca e ricerca risposte a domande esistenziale e a quesiti difficili. Una sera, durante un bagno notturno, crede di vedere il fratello Pietro, morto anni prima in circostanze poche chiare, uscire dall'acqua e avviarsi verso la città, la visione è così reale e veritiera che la ragazza cercherà allora di avere quelle risposte che non ha mai avuto. E anche l'incontro con Carmelo, figlio di giostrai che dopo la festa del patrono cambieranno di nuovo città, servirà moltissimo a Grazia ad aiutarla in una difficile crisi di passaggio da una adolescenza finta e buia a una consapevolezza di se stessa e di un mondo crudele ma ancora ricco di sfumature da cercare.

Di nuovo sola ma con una forza interiore diversa la giovane calabrese comprende di non essere più disposta a lottare contro i mulini a vento o contro qualcosa più grande e antico di lei e cerca nella fuga verso il nord quella speranza in grado di poterle ridare la vita e l’occasione per viverla.

Prodotto da due giovani francesi, Jean-Denis Le Dinahet e Sebastien Msika, Il sud è niente è da considerarsi come la nuova frontiera del cinema indipendente, un lavoro coraggioso ed essenziale dove la storia è unicamente affidata al racconto che ne fa la macchina da presa con primi piani e panoramiche degne del miglior realismo francese.

Fabio Mollo si candida a rappresentare l’Italia più intima e sconosciuta, quella di cui tanti parlano anche all’estero ma che davvero in pochi conoscono intimamente e sulla propria pelle.

Una pellicola struggente che fa dimenticare l’importanza degli effetti speciali e delle nuove costosissime tecniche e che fa riscoprire la purezza del cinema d’autore.

 

 

Io non ti conosco è il titolo del primo cortometraggio diretto e scritto, insieme a Marianna Cappi e Francesco Bruni, dall’attore Stefano Accorsi che è stato presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma, nel museo Maxxi. Negli 8 minuti di proiezione viene raccontata la storia di Massimo, interpretato dallo stesso Accorsi, che ancora profondamente innamorato della moglie Viola, Vittoria Puccini, dopo tanti anni di matrimonio decide di farle una sorpresa regalandole dei fiori. Questa vicenda però avrà dei risvolti inaspettati. In pochi minuti vengono raccontati con immagini e colori, emozioni, ricordi, particolari in modo magistrale. Nel cortometraggio, prodotto da YOOX Group e presentato per il sito thecorner.com, compaiono anche Gianfelice Imparato e Gianmaria Martini.  Durante un’intervista l’attore-regista ha confessato che “Quando mi è stato proposto di realizzare un cortometraggio ho accettato senza esitare. Qualche anno fa un fioraio mi raccontò una vicenda che non ha mai smesso di girarmi in testa, una storia semplice che però dice tanto della vita dei protagonisti”. Una sfida importante per l’attore bolognese che per la prima volta, e forse non l’ultima, si cimenta nel ruolo di regista.  “Emozione più che sfida” ammette Accorsi “ Su sei giorni che ho girato, in cinque ero sia davanti che dietro la macchina. Il sesto ero solo dietro la macchina e devo dire che me lo sono goduto tantissimo. Quindi è stata una bella esperienza più che una sfida”.

Per il regista più newyorkese di tutti i tempi essere apprezzato e amato nella propria terra di origine non è mai stato difficile, anzi. E la sua ultima pellicola conferma appieno questo successo.

Allen che negli ultimi anni si è lasciato affascinare da Londra, Parigi, Roma e Barcellona, sperimentano un nuovo modo di fare cinema nelle metropoli europee più famose, con il suo nuovo film ritorna alle origini e gira l’intera pellicola negli Stati Uniti.

Blue Jasmine è un prodotto americano nel senso più ampio del termine. Lunghe panoramiche su grattacieli e su strade a quattro corsie, location glamour e frequentate da donne borghesi e benestanti, case da rivista patinata e coppie di sposi all’apparenza impeccabili.

Il regista, però, è proprio su questo che gioca e che costruisce la trama del suo racconto in immagini. Un matrimonio dall’aspetto perfetto in cui una moglie bella e sofisticata passa le sue giornate a preoccuparsi di cose futili e a sfoggiare il suo status e le sue buone maniere fino a che non comprende di essere sposata in realtà con un truffatore e che il suo piccolo mondo moderno è poco più che una farsa che gli si sta sgretolando sotto gli occhi.

Allora la bella ed elegante Jasmine decide di lasciare New York, il suo prestigioso appartamento cittadino, chiedere il divorzio e raggiungere la sorella a San Francisco, in un modesto e affatto grande appartamento. Sembrerebbe apparentemente una vera rivoluzione di vita.

E invece Jasmine è troppo ancorata alle sue abitudini, al suo modo di vivere e di relazionarsi con gli altri e al suo aplomb connaturato e non cede né concede.

Inveisce contro il fidanzato della sorella, che considera un perdente, contro il suo ex marito che odia quasi visceralmente, contro le abitudini che vigono a San Francisco e contro la sua stessa sorella colpevole di non essere abbastanza ambiziosa o glamour per gli standard colti ed eleganti che continua a mantenere Jasmine.

In realtà la bella e sofisticata donna newyorkese è annebbiata da psicofarmaci e antidepressivi e non riesce neppure a badare bene a se stessa, per cui la sorella si fa in quattro per cercarle una occupazione e sollevarla dallo stato di torpore, indolenza e farneticazione.

Jasmine così trova lavoro in uno studio dentistico ma anche qui le cose non sembrano andare per il verso giusto fino al finale tutto alleniano che gli spettatori non mancheranno di apprezzare.

Commedia pura e da intrattenimento assoluto Blue Jasmine ha sbancato il botteghino delle sale americane confermando Woody Allen autore amatissimo e il cinema made in USA apprezzato e tanto dai suoi spettatori. La protagonista della pellicola è Cate Blanchett, e a mio avviso non poteva essere nessun altra. Bella, bionda, sofisticata e credibile nel ruolo della snob newyorkese anche se lei americana non è. Ma le grande prove artistiche sono anche queste.

 

 

Non è un romanzo, non è un saggio, non è un manuale: L’odore del legno e la fatica dei passi, la prima fatica di Alberto Oliva, è il racconto di una vita, delle esperienze, delle gioie e dei dolori di un giovane che, a soli 28 anni, ha già un bagaglio notevole di cose da raccontare e di insegnamenti da offrire.

Laureato in Scienze dei Beni culturali all’Università degli Studi di Milano, e si è diplomato in regia alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi. Nonostante la sua giovane età, può vantare numerose regie teatrali, sia nell’ambito della drammaturgia contemporanea che nella rivisitazione in chiave moderna dei grandi classici, e il prestigioso “Premio Internazionale Luigi Pirandello” del 2012 come miglior regista emergente.

Non un “bamboccione”, non lo specchio della gioventù svogliata e nullafacente che ci viene spesso presentata, ma un ragazzo che ha sempre tenuto vivi i suoi interessi, che si è rimboccato le maniche per realizzare i propri sogni.

Con sguardo ironico e lucido Oliva racconta il suo percorso: le fortune e le sventure, i compagni di viaggio, i buoni consiglieri e i cattivi maestri sono i protagonisti di un racconto che esprime lo spirito del nostro tempo. Un percorso di formazione che con passo leggero attraversa le aule universitarie, i corridoi dei teatri, le sale prova, gli studi medici e perfino la sala di aspetto di uno stralunato Vittorio Sgarbi, protagonista involontario di uno degli episodi più divertenti del libro.

Attraverso il percorso di Alberto, si racconta l’Italia di oggi, le sue problematiche, la difficoltà di essere giovani con un futuro ancora da costruire, ma anche le sue bellezze, la voglia di una rinascita che serpeggia e la possibilità di realizzarsi anche qui, nel paese più bello del mondo.

 

dal 15 novembre in libreria

L’odore del legno e la fatica dei passi Resto in Italia e faccio teatro di Alberto Oliva ATì Editore introduzione di Giorgio Galli

Il film vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013 ha entusiasmato la Giuria del Festival, ricevuto applausi a scena aperta dagli spettatori e mandato letteralmente in estasi i critici che per giorni non hanno fatto altro che parlare del talento di Abdellatif Kechiche e della bravura delle due attrici protagoniste Lea Seydoux e Adele Exarchopoulos.

Kechiche però è tunisino di origine e nella madre patria il suo capolavoro che parla di amore lesbo e mostra scene erotiche esplicitamente omosessuali non è piaciuto affatto, tanto che il leader del partito laico Union Patriot Libre, Slim Rihai, è giunto ad affermare con vera indignazione di essere disonorato dal fatto che un suo compatriota abbia vinto il massimo premio al Festival di Cannes, dicendo che la Tunisia non ne è affatto orgogliosa né onorata e che l'oggetto di un film che difende l'omosessualità lede il loro essere arabi e musulmani. E Rihai è il leader del partito laico!

Insomma, come sempre Nemo profeta in patria. Nel caso del regista Kechiche, inoltre, le polemiche si estendono anche ai costi effettivi della pellicola, in principio considerati e immaginati come quelli di un lungometraggio d’autore e in seguito levitati a quelli di una produzione americana e con tempi di lavorazione lunghissimi e massacranti tanto che sul set allestito nella città di Lille l'atmosfera è stata piuttosto tesa e il lavoro dell’intera troupe e delle maestranze è passato da due mesi e mezzo a cinque, con tecnici e operai che hanno denunciato condizioni lavorative non facili.

Ma Abdellatif Kechiche ha dimostrato di avere tempra resistente e caparbietà da vendere e alla fine ha realizzato il suo lavoro più importante, la pellicola che lo consacrerà negli annuali della storia del cinema. In realtà, il film non è bellissimo nel senso cinematografico più puro.

Non emoziona per la regia o per le scelte dei movimenti di macchina. Non ci sono scelte autoriali che fanno pensare al capolavoro filmico vero e proprio. Anzi, a volte alcune scene si ripetono cadenzatamente pur con mutamenti di scena e di location. È vero che il rispetto delle unità aristoteliche è stato abbandonato ormai da tempo dai cineasti internazionali ma è anche vero che la storia deve reggere proprio nei passaggi e nei momenti più importanti e difficili della narrazione.

E da un film vincitore della Palma d’Oro ci si aspetta sempre che sia da esempio per tutti gli altri.

Allora perché tutto questo entusiasmo? Sicuramente per il coraggio.

Il coraggio di portare sul grande schermo una storia così forte e soggetta a critiche e il coraggio per averla saputa raccontare senza mezzi termini. A questo possiamo aggiungere sicuramente la capacità di Kechiche di dirigere i propri attori, soprattutto se ancora giovani e poco conosciuti e, in questo suo ultimo lavoro, se donne in particolare.

La pellicola racconta la vita di Adele, innamorata di una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay. Un cocktail e una panchina sono l’inizio di una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle e che la porta fuori dall’adolescenza. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore e sconvolta dal sentimento travolgente che prova per quella donna, Adèle diventa adulta imparando molto presto che la vita è molto di più di quello che si legge nei libri. Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, e attingendo al suo celebre romanzo  "La Vie de Marianne" confeziona e realizza  La vie d'Adèle, storia d'amore e di formazione di un'adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Il desiderio delle due protagoniste, il loro amarsi e concedersi reciprocamente restano il vero senso del film. Niente di morboso o scabroso. Solo amore omosessuale e passione. Chi si aspetta di sbirciare dal buco della serratura rimane deluso. La vie d’Adèle è solo cinema.

E così va preso e va visto.

 

Nonostante fallimenti, tradimenti e precarietà c’è sempre un modo per ricominciare e rimettersi in gioco. Questo il messaggio diretto e cinematografico che l’attore e regista Rocco Papaleo proclama nel suo ultimo film Una piccola impresa meridionale.

Che la pellicola non abbia altre velleità che far divertire e riflettere gioiosamente sulla vita e sul senso che ognuno di noi riesce a darle lo si intuisce dai primi fotogrammi accompagnati musicalmente in una sorta di canto e controcampo con la voce del protagonista.

Appunto, parliamo del protagonista, interpretato magnificamente da Rocco Papaleo.

Don Costantino. Che don in realtà non è più perché ha deciso di “spretarsi” e stare con la ragazza di cui si è innamorato, per finire con l’essere mollato anche da lei e non sapere che altro fare della propria vita. Coraggio alle mani e gioco forza decide allora di ritornare al paese natale, giù al sud, e vedere di ricominciare in qualche modo, anche se non sa ancora come. La vita lo aspetta proprio in quel posto per dargli una seconda, o meglio, una nuova possibilità e ad affiancarlo in questo nuovo percorso gli regala anche degli improvvisati, improponibili e divertentissimi compagni di viaggio.

L’ex cognato, tradito dalla sorella di Costantino e anche lui allo sbando emotivo e concreto, la sorella della badante di sua madre, ex prostituta con tante idee in testa e anche tanta voglia di rimettersi in gioco lavorando onestamente, arrangiati muratori e ristrutturatori che di mestiere facevano i circensi e una comunità paesana che diventa una scenografia naturale per l’intera trama della pellicola. È ovvio che non ci troviamo di fronte a un capolavoro, nemmeno della comicità italiana, ma l’esperimento di Papaleo funziona. Ottima la scelta del cast con uno Scamarcio in versione ridimensionata ma molto convincente e una strepitosa Barbara Bobulova, bella, convincente, perfettamente inserita nella storia e nel suo personaggio. Brave e divertenti anche Claudia Potenza e Mela Esposito, più offuscata e meno brillante del solito invece la Felberbaum, forse il suo personaggio non la convinceva molto o probabilmente non ne aveva solo voglia.

A differenza della sua prima fatica da regista, Una piccola impresa meridionale, segna per Papaleo un nuovo percorso verso il film di autore rendendolo un regista più consapevole e meglio propenso a dirigere colleghi attori di una certa bravura. Il risultato è una pellicola “corale” dove ognuno recita a perfezione la sua parte, dove non si sono prime donne, e dove la distribuzione dei ruoli è talmente perfetta da lasciare lo spettatore, per buona parte del film, con la convinzione che quelli che sta vedendo non siano affatto attori ma veri protagonisti di una storia tanto surreale che convincente.

A sottolineare l’elemento corale del film il commento musicale, una tecnica molto amata da Rocco Papaleo fin dai suoi esordi teatrali e che il regista ci ripropone in questa pellicola come l’altra metà del film stesso. In Una piccola impresa meridionale si canta, si balla e si ascolta la musica, anche quella solo mentale, quella che ognuno di noi ha come sottofondo musicale in molti momenti della nostra vita. Il risultato è una commedia affascinante, divertente, che fa riflettere.

E vi pare poco!

 

 

 

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