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Il cinema è onirico per definizione. Il cinema sogna e soprattutto fa sognare. Certo, tutto vero ma a volte arriva un regista, un autore, un sognatore appunto che rende il meraviglioso mondo onirico del cinema ancora più da sogno e ancora più fantastico.

Il regista, il sognatore si chiama Federico Fellini e ha creato vere e proprie opere d’arte cinematografiche usando poco più che la dissolvenza incrociata e il bianco e nero.

Eppure, da La strada, a Otto e mezzo, da Amarcord a La dolce vita, da Le notti di Cabiria fino ai suoi ultimi lavori come Ginger e Fred e La voce della luna chi si è avvicinato al cinema di Fellini non ha potuto fare altro che amarlo incondizionatamente e sognare con lui.

Federico Fellini nasce a Rimini, una cittadina di provincia che ancora non risente del boom turistico degli ultimi decenni del ‘900 e che si presenta ancora come una località di mare sì ma abitata da i contadini e dagli operai della semplice e affascinante Romagna. Una Rimini dove tutti si conoscono e tutti sanno tutto degli altri. Qui, il giovane Fellini affina l’intelletto e il gusto per i personaggi caricaturali e parodistici di tutte le sue pellicole, nella sua città natale scruta, osserva, prende appunti e confeziona soggetti dal gusto “antico” e grottesco, qui incontra e conosce donne come la Gradisca di Amarcord e come la Carla di Otto e mezzo.

Sposatosi giovanissimo con la non molto affascinante ma superba attrice Giulietta Masina, Fellini ha molteplici amanti tra le attrici che lavorano con lui ma anche tra addette ai lavori e donne comuni ma di bell’aspetto. Restando sempre legato sentimentalmente e professionalmente a sua moglie, protagonista indiscussa di molte delle sue migliori pellicole.

Dal debutto cinematografico con lo Sceicco bianco, interpretato da un giovane ma già riconoscibile Alberto Sordi, fino alla sua ultima fatica, Fellini è sempre stato considerato uno dei più grandi e influenti cineasti della storia del cinema mondiale. Si è aggiudicato quattro premi Oscar al miglior film straniero, per la sua attività da cineasta gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera, ha vinto per due volte il Festival di Mosca e ha inoltre ricevuto la Palma d'oro al Festival di Cannes nel 1960 e il Leone d'oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985.

Il segreto di un successo così ampiamente e universalmente riconosciuto poggia sicuramente, come lui ha sempre detto, sulle sue origini romagnole ma anche sulla sua vita nella Capitale e proprio negli anni in cui fare cinema a Roma ti permetteva non solo di conoscere e collaborare con i migliori attori e sceneggiatori ma anche con le più grandi maestranze che il nostro cinema abbia mai avuto.  A Roma Fellini, fa radio, inizia a scrivere soggetti e sceneggiature e sposta il proprio “sguardo cinematografico” dalla provincia italiana alla capitale e al suo mondo di lustrini e bella vita. Federico Fellini è estroso, impegnato, creativo ma anche semplice e umile sognatore e la sua dimensione onirica si ritrova in tutto in pellicole eccezionali e celebri come Otto e mezzo, considerato da ogni critico cinematografico un capolavoro assoluto e come La dolce vita, icona del film in bianco e nero italiano e tra le pellicole più conosciute all’estero.

Con questo lavoro Fellini crea e dà alla lingua italiana e internazionale perfino un neologismo: Paparazzi. Da quel momento in poi i fotografi e fotoreporter di costume e società si chiameranno solo così, e in tutto il mondo.

Ultimamente si parla spesso e a sproposito di “eccellenza italiana”. Federico Fellini è la nostra eccellenza, è il nostro orgoglio in Italia e all’estero, è il regista che non ha inventato il cinema ma che ha inventato sicuramente un nuovo modo di fare cinema, a metà e in bilico perenne tra quello che vedono i nostri occhi e quello che ci fa vedere la realtà

 

 

Da chi ha portato in Italia il teatro danza e lo ha fatto conoscere e apprezzare al grande pubblico ci si aspetta talento e bravura ma forse non una grande versatilità a farsi dirigere e indirizzare a sua volta. Invece Pippo Delbono ama assorbire e assimilare il mestiere e la tecnica di tutti gli artisti che incontra e con cui lavora e collabora. Lo ha fatto fin dagli esordi in Danimarca, con il gruppo Farfa, diretto da Iben Nagel Rasmussen, ha imparato a meraviglia le tecniche dell'attore danzatore dell'Oriente e lo ha fatto successivamente  nel 1987 quando incontra  Pina Bausch e accetta il suo invito a partecipare ad uno dei lavori del Wuppertaler Tanztheater. Con la Bausch Delbono comprende appieno la metodologia per fondere in maniera sublimale danza e teatro.

In seguito lavora come attore con registi del calibro di Moreau, Bartolucci e perfino Peter Greenaway. Dopo molti riconoscimenti come scrittore teatrale, realizzatore di spettacoli e sperimentatore artistico, nel 2006 scrive, interpreta e dirige il suo primo film, Grido, per cui ottiene il premio come migliore attore protagonista al Sulmona Film Festival.

Il 2013 è l’anno di Orchidee, suo ultimo spettacolo e fatica artistica.

Il titolo esprime già l’intenzione del regista che considera questo lavoro come il sunto di un viaggio di arte e nell’arte che Delbono e la sua compagnia hanno cominciato da tempo. L’orchidea, fiore selvaggio e raro alla fine si ritrova artificialmente e ricoperto di polvere in bella vista in molte case di donne borghesi, per cui l’immagine della realtà rimanda ad essa ma artificialmente e distorta.

Ed è quello che si vede nello spettacolo Orchidee, dove Pippo Delbono viaggia nelle diverse dimensioni dello spazio teatrale, trascina nella sua danza i fantasmi del cinema e guida i suoi attori attraverso gli specchi. Un omaggio all’immagine di una immagine. Prendendo spunto dalla poetica aristotelica Delbono mette in scena il falso di fronte al vero, oppone la finzione filmica all’arte dello spettacolo teatrale dal vivo, rende omaggio ai vivi e alla verità delle cose.

Spesso il regista ha definito se stesso come un “terrorista” delle scene, un guastatore del palcoscenico e basta assistere a uno dei suoi lavori per capire il senso ultimo di queste affermazioni. Delbono è uno spirito libero che dà vita a mondi fantasmagorici. Entrare in essi è più un’esperienza che una semplice partecipazione da spettatori.

Antonia del Sambro

Sarà La grande bellezza, ultima fatica cinematografica del regista Paolo Sorrentino, a rappresentare l’Italia agli Oscar nella sezione miglior film in lingua non inglese.

La pellicola del regista presenta una rinnovata Roma della dolce vita dove un giornalista viveur ultrasessantenne si muove con estrema nonchalance tra ambienti colti, nuovi vitelloni, attricette rampanti e neo arrivisti. È l’Italia del nuovo millennio a essere rappresentata, tra vecchio e nuovo, che non smentisce se stessa e che è lo specchio impietoso di chi l’abita e ci vive.

Il film è girato e scritto molto bene e il protagonista, Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, attore preferito di Sorrentino, è perfetto e credibile. Anzi, si può dire, il miglior Toni Servillo dopo la magistrale interpretazione di Gomorra.

Quante chance ci sono di portarsi a casa l’ambito premio è difficile a dirsi, per ora si può ipotizzare che La grande bellezza per la storia che narra e per come è stata realizzata potrebbe convincere parecchi giurati nella scelta finale. Proprio in questi giorni il film è uscito in Inghilterra ottenendo pareri lusinghieri e critiche molto positive. Il prossimo mese di novembre la pellicola arriverà nelle sale cinematografiche statunitensi e già Il New York Times lo ha presentato con grandi lodi e apprezzamenti definendolo una perfetta metafora del declino italiano.

Sorrentino si dice ovviamente lusingato e soddisfatto, anche perché il film è stato scelto tra altre sei pellicole italiane di tutto rispetto come Viva la libertà di Roberto Andò, Miele di Valeria Golino, Razza bastarda di Alessando Gassmann, Salvo di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, che ha già vinto la Semaine de la critique all'ultimo festival di Cannes, Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi e infine l'outsider, l'horror indipendente Midway tra la vita e la morte di John Real.

Per il regista, inoltre, la candidatura del suo film rappresenta una doppia soddisfazione perché lo ripaga dall’esclusione nel 2008 della sua pellicola Il divo a cui venne preferita Gomorra. La Commissione di Selezione per il film italiano istituita dall'ANICA, su invito della "Academy of Motion Picture Arts and Sciences", è composta da Nicola Borrelli, Martha Capello, Liliana Cavani, Tilde Corsi, Caterina D'Amico, Piera Detassis, Andrea Occhipinti e Giulio Scarpati, che si sono riuniti alla presenza di un notaio e hanno formalizzato la scelta della candidatura. La grande bellezza è un bel film e merita di rappresentare l’Italia agli Oscar ma a prescindere da come la si pensa su Sorrentino e su un film denuncia della nuova società italiana è sempre bene fare il tifo per il cinema nazionale sperando che l’Oscar arrivi in Italia confermando che la cultura del Bel Paese, nonostante tutto, è viva e brillante.

 Indira Fassioni

 

Un altro pezzo di storia e di cultura italiana che se ne va. Con la scomparsa di Carlo Lizzani, morto suicida a novantuno anni, va via una delle ultime firme della cultura italiana del Novecento, il genio di un uomo che ha saputo muoversi con garbo e intelletto tra cinema, scrittura e azione politica.

Che cosa si ricorderà alla nuove generazioni? Il Carlo partigiano, lo sceneggiatore di grandi pellicole, il regista di opere come Cronache di poveri amanti, lo storico del cinema a cui si devono i volumi più belli e completi della nostra editoria? È difficile dirlo perché, quando si è stati così bravi e portanti in tutto, parlare di competenze, successo e genialità diventa sempre un tutt’uno; e così parlare della sua partecipazione alla Resistenza romana o della sua scrittura sulla guerra e nel cinema del realismo cambia poco dato che tutta la sua vita può essere esplicata nella sua grande capacità di partecipazione. Per Carlo Lizzani, esserci nel senso di operare e agire è sempre stato più importante che apparire, che farsi riconoscere per strada o firmare autografi.

L’uomo d’azione desiderava solo fare e costruire. Per questo, i più grandi registi del neorealismo lo hanno sempre voluto al proprio fianco, per questo la sua militanza nel Partito Comunista Italiano è stata una azione anche essa, volta ad un nuovo pensiero culturale e comunitario, dove l’intelligenza e il sapere avrebbero dovuto guidare gli individui.

Carlo Lizzani si mise alla prova quasi in tutto e tutto gli riuscì.

Nel 1979 accetta di prendere in mano le sorti della Mostra del Cinema di Venezia, un evento che dopo i duri fatti di cronaca, le lotte politiche e sociali e la crisi economica italiana aveva perso il suo smalto originale, era snobbata dai grandi nomi del panorama internazionale e rischiava di diventare una mostra cinematografica di provincia.

Lizzani, forte del suo prestigio e della sua grande capacità di creare e dare vita alla cultura, richiama i grandi registi, aggiunge nuove sezioni e porta a Venezia le pellicole più prestigiose del cinema mondiale. La Mostra del Cinema è nuovamente un successo, un evento di cultura e costume, un appuntamento intellettuale e glamour insieme.

Nel 2009 Carlo Lizzani pubblica uno dei saggi più belli degli ultimi anni, Riso amaro. Dalla scrittura alla regia, non solo un vademecum per capire ed entrare nella storia di una delle pellicole italiane che ha vinto più riconoscimenti anche all’estero, ma un manuale di scrittura per tanti giovani sceneggiatori che vogliono apprendere il mestiere dal migliore.

E come sempre aveva fatto nella sua vita, Carlo Lizzani decide anche di essere un uomo d’azione nel porvi fine. Non aspetta, non cede né concede nulla al pietismo, non scende a compromessi con la dignità e muore di propria mano, a novantuno anni e dopo aver vissuto esattamente la vita che voleva.

Addio a un uomo di pensiero e di azione quindi, a un grande intellettuale, a un uomo che la storia del Novecento non l’ha solo scritta.

 

 

Nascere figlia di un artista è cosa tanto bella quanto complicata, crescere come figlia “d’arte” è ancora più difficile, soprattutto se intorno a te tutti sembrano essere portati per la recitazione e la regia.

Il destino di Sofia Coppola sembra scritto e tracciato dalla sua stessa esistenza e quindi la piccola di casa inizia a recitare in piccole parti che poi diventano ruoli sempre maggiori e più importanti e, dato che la recitazione sembra proprio non essere il suo forte, non passa molto tempo perché abbia tutti contro. Certo a una figlia d’arte si perdona anche meno e la carriera di Sofia sembra terminare definitivamente nel 1990 con il suo criticatissimo ruolo ne Il padrino parte III.

 

La ragazza, però, non ci sta. E non perché è figlia di uno dei più grandi registi di Hollywood, ma perché qualcosa dentro di lei le dice che il cinema è tanto altro e tanto di più.

Allora si mette a scrivere. Confeziona sceneggiature brillanti e originali e cerca di farsi conoscere e apprezzare nel difficile mondo delle star di professione.

E ci riesce. Ottiene premi prestigiosi e riconoscimenti importanti per le sue storie e per il suo grande senso nel raccontarle, e allora Sofia decide che se è brave a raccontare senza una macchina da presa, probabilmente lo è anche con una macchina da presa e decide così di dedicarsi alla regia.

 

Nascono pellicole come Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, che oltre a ottenere premi e consensi fanno anche scuola per quello che riguarda il cinema al femminile.

Sofia Coppola capisce che la sua strada è segnata davvero adesso. Che la piccola di casa ha trovato il suo destino e allora si impegna ancora di più. Nel 2010 presenta a Venezia il suo capolavoro assoluto, Somewhere, aggiundicandosi il Leone d’Oro.

Da quel momento in poi è tutto un susseguirsi di successi e di riconoscimenti fino a quest’anno 2013 quando, a giugno scorso, conclude le riprese del suo ultimo film The Bling Ring, attesissimo in Italia e presentato in anteprima a Cannes.

La storia è così realistica e scandalosa da far scrivere ai giornali americani che l’unica regista che poteva narrarla è proprio Sofia Coppola.

La pellicola narra le vicende di un gruppo di ragazzi americani ossessionati dallo stile di vita dei protagonisti di film e programmi televisivi per adolescenti. Tormentati dall’esistenza dei loro idoli allora decidono di prendersi un po’ della loro vita svaligiandogli le case.

Una realtà cruda e per niente filmografica e che sta facendo riflettere l’America sul divismo e sull’ossessione di mettere in piazza la vita dei personaggi famosi.

L’attrice protagonista di The Bling Ring è Emma Watson, la famosa Hermione Granger di Harry Potter, cresciuta anche lei e perfetta nei panni della fan tormentata e della scassinatrice provetta.

Sofia Coppola ha dato ancora una volta prova di essere una grande regista ma soprattutto una superba sceneggiatrice, dimostrando a tutti che il cinema è un universo con mille stanze, aprire la migliore è questione di sintonia.

 

Emma è quello che possiamo definire per la cultura italiana una eccellenza. È un’artista completa che ha saputo coniugare alla perfezione un indiscutibile talento personale con la passione per il suo lavoro, tanto studio e una determinazione che è il tratto caratteristico di molte donne nate e vissute in territori tanto belli quanto difficili.

I risultati non si sono fatti attendere. Dagli anni Novanta, infatti, Emma Dante ha continuato a raccogliere successi e riconoscimenti prima con i suoi progetti teatrali, nei quali come regista ha saputo portare in scena sogni e realtà difficili e marginali e poi come attrice di film e di pièce, lavorando con i maggiori artisti e registi nazionali.

Emma ha la determinazione e il background giusti per parlare di quella parte dell’Italia che gli stessi italiani conoscono appena, se non per sentito dire o per luoghi comuni, e che invece diventa nei lavori e nelle pièce dell’artista il microcosmo necessario per comprendere la realtà tutta di una penisola colma di contraddizioni e incoerenze.

Nel 2009 Emma Dante pubblica il suo primo romanzo, Via Castellana Bandiera, dove al pari di molte sue colleghe iraniane, cilene, nigeriane sfrutta le sue capacità artistiche per dichiarare pubblicamente l’ancora non definita e difficile condizione delle donne in molte parti del mondo.

Il romanzo piace e fa riflettere, tanto che Emma decide di trasformare la trama dello stesso in una sceneggiatura e da questa nasce la pellicola omonima Via Castellana Bandiera, prima prova da regista della Dante e film italiano in concorso a Venezia 70.

La trama e il filo conduttore del film è ancora una volta lo scontro generazionale e culturale tra donne di età diversa e differente nazionalità che però in un contesto geografico e sociale come quello di Palermo si esaspera e si amplifica dato che le stesse donne già vivono e subiscono prevaricazioni e tirannie.

In un caldissimo pomeriggio di domenica la protagonista Rosa e la sua compagna Alba arrivano a Palermo per partecipare al matrimonio di un loro amico ma presto si perdono per le vie della città e finiscono in una strada a doppio senso. La strada è in realtà poco più di un vicolo e quando sopraggiunge dalla parte opposta un altro veicolo tutte e due le macchine si trovano praticamente bloccate senza poter procedere oltre. La via in questione è appunto Castellana Bandiera e diventerà lo scenario per lo svolgersi dell’intera pellicola. Nell’ altra auto, quella di fronte alla macchina di Rosa e Alba c’è Samira, che porta con sé tutta la famiglia Calafiore. La logica e il buon senso vorrebbe che una delle due donne al volante faccia retromarcia per permettere all’ altra di passare e per sbloccare l’ingorgo a vantaggio di entrambe…ma basta un solo sguardo tra Rosa e Samira per capire che il blocco in una stradina di Palermo è in realtà un duello tra loro due e niente altro.

Un duello tra donne di diversa origine e di differente generazione che non è estraneo alla vita di ogni giorno di ogni donna in una qualsiasi altra città. Nessuna delle due quindi è disposta a cedere il passo. E non lo faranno neppure sotto i colpi del caldo, della sete, della stanchezza e delle parole e dei gesti degli uomini che solo da comparse arrivano nella scena.

Via Castellana Bandiera è un film tanto crudele quanto poetico che non mancherà di affascinare molti uomini sull’ universo intenso e molteplice delle donne e permetterà a tante donne di guardarsi in uno specchio il più veritiero possibile del loro mondo.

 

Dario Aggioli, attore, regista e direttore artistico romano ci parla del suo nuovo spettacolo: Porno Mondo, un'interessante sperimentazione intorno al binomio sesso-nuovi media in equilibrio tra mockumentary, mascherine e social dating, il cui debutto è previsto per marzo 2014.

N: Da cosa nasce Porno Mondo?

D: Lo spettacolo nasce da uno scherzo telefonico che un mio alunno del liceo mi ha fatto. Invece di darmi il numero di sua madre mi ha dato quello a cui rispondeva la segreteria (molto fantasiosa) di una prostituta. Poi la ricerca sul web di questa tizia per capire se era vera o meno. E il mondo che gira intorno al porno è stata una scoperta. I forum che recensiscono le escort su tutto!

N: Lo spettacolo è frutto di una coproduzione tra tre realtà del territorio romano: Teatro Forsennato, Teatro dell’Orologio e Teatro Tor di Nona. Chi c'è dietro queste realtà e perché si è deciso di collaborare ad un progetto di questo genere?

D: Per la verità il Teatro dell'Orologio per ora ci ospita soltanto, ma stiamo valutando di farlo entrare per lanciarlo (loro hanno proposto conferenze stampa in club privé o qualcosa di simile) Il Tor di Nona è il teatro che dirigo e che ci ospiterà per le prove (e perciò una spesa si abbatte così facilmente) mentre Teatro Forsennato è la mia compagnia.

N: Dalla presentazione dello spettacolo sembra che lo spettatore sia chiamato a partecipare ad un insolito gioco/reality ispirato ai più comuni social network per "incontri". C'è una propensione verso il voler far vivere un'esperienza al pubblico?

D: Solitamente nei miei spettacoli il pubblico in minima parte è coinvolto, qui verrà rimorchiato prima senza saperlo attraverso delle applicazioni come Grindr oppure verrà coinvolta gente che non sa nemmeno che esiste lo spettacolo...

N: Attraverso la pratica teatrale e la messinscena probabilmente quello spazio protetto dalla virtualità dell'azione viene meno:  da dove nasce l'esigenza quasi scaramantica di rendere pubblico qualcosa che solitamente è assolutamente intimo e personale?

D: L'esigenza nasce dal fatto che intimo e personale ormai non lo è più. Sta mutando. Immaginate solo che per i pochi che hanno i google glass, molti hanno fatto avatar sessuali che su google earth o maps puoi incrociare e sostuire a chi hai di fronte, solo indossando degli occhiali... Oppure immaginate che nei ragazzi sotto i 18 anni, 1 su 4 ha ripreso un atto sessuale (e spesso sono le donne a proporlo).

N: Nella presentazione si parla anche di “Mockumentary”, una sorta di finto documentario, ma la pornografia appartiene già all'ambito della fiction, anche se il tutto è 'realmente giocato dagli attori'. Qualcosa che assomiglia molto al teatro. Qual'è dunque nello spettacolo il confine tra realtà e finzione?

D: Per prima cosa non non parliamo di pornografia (almeno non solo), ma del rapporto tra sesso e nuovi media. Lo facciamo usando il linguaggio del mockumentary, ma ribaltandolo. Nel senso che il mockumentary è un finto documentario che usa quel linguaggio per costruire e raccontare come verità ciò che è finto, mentre noi vogliamo fare un documentario che usi il linguaggio del mockumentary per raccontare quanto c'è di falso in quella verità.

N: Leggendo la sinossi di Porno Mondo mi viene da pensare ad uno studio sociologico. Che ne pensi?

D: Uno studio sociologico? Può darsi... C'è anche quello... E' uno sguardo che non vorremmo, almeno per ora, indirizzare aprioristicamente...

N: Utilizzerete degli elementi particolari durante la messa in scena, come le mascherine per attori e spettatori e i pop-up. Perché questa scelta?

D: I pop-up saranno delle vere e proprie scene, costruite come quelle disturbanti pubblicità. Le mascherine sono un elemento importante nell'estetica del mondo delle cam e funzionale a quel momento. Queste saranno funzionali anche in un momento in cui "qualcuno" vedrà il nostro pubblico e noi per evitare di fare 50/100 liberatorie a replica, le faremo indossare al pubblico presente in sala!

N: Che cos'e per te la pornografia e quali interazioni può avere con l'arte?

D: Non so cosa sia la pornografia o meglio non me lo voglio domandare in questa fase del lavoro. Vorrei approcciarmi al tema come se fossi il Candido di Voltaire (anche se candido non sono). Ma a parte tutto è un termine ottocentesco come origine, anche se in greco vuol dire disegno osceno o qualcosa di simile ed è un termine che è nato proprio per distinguere questi disegni o immagini dall'arte. Perciò interagisce in tutto dato che molte cose possono essere al confine tra una e l'altra.

N: Se dovessimo parlare di "efficacia" e di "confini" (non per forza intesi come limiti) della provocazione praticata nell'oggi, a te cosa verrebbe da dire?

D: Bisogna capire cosa si intende per provocazione: spesso oggi la provocazione, come anche la satira, non è efficace perché è utilizzata per far ridere e non per smuovere. Spesso si fa satira e si provoca il politico per farlo ridere di sé, interrogarlo, ma non farlo incazzare, smuovere qualcosa, fargli ribaltare la sedia, farlo licenziare. L'ormai compianto Salone Margherita, le sue ballerine e i Pippi Franchi, invitavano addirittura i politici a mischiarsi con le loro macchiette. O il Bersani che appare e fa il doppio al Crozza suo sosia/socio. Questa non è satira, non provoca, non è provocazione, perché i confini non sono più presi in considerazione come un luogo da provare a valicare, ma delle linee da rimarcare; l'efficacia non è più un obiettivo, una necessità, ma una opzione alla provocazione.

N: Come vivi il tuo essere un teatrante?

D: Come vivo il mio essere teatrante? Come l'ho iniziato: non sapevo di volerlo fare, non ero intenzionato a farlo, poi ho iniziato per fare altro (il mio primo spettacolo doveva essere la mia tesi in filosofia), poi delle persone mi hanno chiesto di lavorare con me, poi ho continuato, mi sono divertito e continuo a giocare. Lo vivo giocando.

N: Dal libro del significato dei nomi:

Dario. Dal greco Dareios, le parole persiane daraya e vahu significano insieme "che possiede il bene". Dario è pratico, socievole, eloquente e positivo, solo dopo una giovinezza incerta e un po' schiva punta alla meta. Ama la compagnia, la vita comoda e la buona tavola. Non gli piace avere difficoltà sia nella vita che con gli affetti, anzi vuole essere sempre coccolato e protetto dall'amore della sua compagna che la ricerca fedele, serena ed equilibrata. Dario è molto vanitoso, gli piace apparire, per nulla diplomatico ed incapace di curare i propri interessi. Ipocondriaco.

Nomen omen?

D: Totalmente uguale a me, tranne per il vuole essere coccolato. La mia vita è andata oltre al nome, ho passato un momento della mia crescita in totale solitudine e perciò non potevo essere coccolato da nessuno. Perché non avevo nessuno vicino a me, fino ai 18 anni. E per l'ipocondriaco. Non ho paura delle malattie perché non ne ho: ho avuto l'influenza 2 sole volte nella vita (a 8 e 14 anni), ho preso l'ultima volta l'aspirina nel 2005... difficilmente ho la febbre...

https://www.facebook.com/teatro.forsennato

Credits foto by Marco Ventimiglia

Nella prima settimana di giugno uscì una sorta di

, un 'making of' sul nuovo album di David Lynch che, senza approfondire troppo, presentava ai fan del regista il suo secondo disco: 'The Big Dream', a soli due anni dal debutto visionario di 'Crazy Clown Time'. Gli Artisti (sì, con la 'a' maiuscola) spesso non sono molto bravi ad esprimersi a parole, e nel caso di Lynch dobbiamo anche tenere presente quella sua vena yoga ricca di meditazione; ma bisogna lasciar parlare la sua arte.

 

Nel grande sogno di Lynch troviamo buona parte dei suoi film o, forse è meglio, possiamo immaginare le canzoni come parte di una nuova colonna sonora: è qui che si fonde l'ispirazione del maestro, la sua sperimentazione sonora e vocale e quel brivido che David Lynch sente al sound giusto con Twin Peaks, Strade Perdute e Velluto Blu. Per dare una giusta collocazione alla musica vorrei riportare le sue stesse parole: “questo è un blues moderno, i pezzi partono come delle jam session e vanno per la loro strada, una sorta di modernizzazione del blues più scarno, il blues è una forma onesta ed emozionale e continuo a tornarci perché suona così bene”. Musica dell'anima, quindi, per un'anima inquieta e oscura, moderna grazie all'aiuto dell'ingegnere di studio Dean Hurley che mette a proprio agio la sua elettronica in un binomio artistico che viaggia sulla stessa lunghezza d'onda.

 

La title track parte proprio dal blues scarno e ancestrale, con una frase che ci era già stata anticipata dal twitter del regista: “Love is the name, in the wind”; la successiva 'Star Dream Girl' è un omaggio indiretto a Tom Waits, mentre 'Last Call' con quel beat caldo ci porta dalle parti del trip-hop con una semplicità disarmante. 'Cold Wind Blowin' potrebbe essere un omaggio a se stesso, al suo cinema e al famosissimo Twin Peaks; 'The Ballad of Hollis Brown' è una cover di Bob Dylan (pescata da 'The Times they are A-Changin') oltre che un esempio chiarissimo del modern-blues: torbido e psichedelico con un po' di dub. 'Wishin’ Well' è ancora trip-hop, 'We Rolled Together' è tetra e legata agli immaginari lynchiani mentre 'Sun Can’t Be Seen No More' con una voce assai bizzarra viene dai classici rock.

 

'I Want You' è tanto sensuale quanto sporca, seguita da 'Are You Sure' che chiude l'album spostando il tiro su una musica più d'atmosfera. C'è però una bonus track per coloro che hanno la versione digitale o LP (con il 7”): la sognante 'I'm Waiting Here' cantata perfettamente da Lykke Li che questa volta sfoggia tutta la sua bravura, non c'è che dire. La voce di David è unica, riconoscibile, è uno strumento vero e proprio che si unisce perfettamente con il tipo di musica che sta creando; lui lo ammette, e l'ha sempre detto, che non è un musicista e non è un bravo chitarrista ma ama la musica e la musica gli dà quell'eccitazione che difficilmente riesce a provare in altri mondi artistici.

 

Con un carisma simile e questa sua devozione per il suono, 'The Big Dream' non poteva che essere un gran bel disco. Caro David, non smettere e continua a fare tutto ciò che credi, massì anche la meditazione che tanto ti piace, mischia anche i tuoi mondi ma non scendere più da questo livello, promettimelo!

 

www.davidlynch.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

Le coppie più fedeli di Hollywood non sono certo quelle tra marito e moglie, ma tra attore o attrice e regista, soprattutto quando quest'ultimo trova qualcuno che recita in linea con il proprio modo di dirigere, con il quale crea un legame difficile da sciogliere e anche capolavori indimenticabili.

 

Nel mondo del cinema un attore che interpreta numerosi film diretti dallo stesso regista viene chiamato attore feticcio, e spesso incarna l'alter ego sullo schermo di colui che sta dietro la macchina da presa. Le attrici invece possono incarnare il modello femminile o essere le muse ispirartici del regista, che in alcuni casi possono portare alla nascita di relazioni sentimentali.

 

Ci sono le collaborazioni d'obbligo come nel caso delle serie cinematografiche, ma più interessanti sono quelle che scaturiscono da un reale legame, dall'incontro di due persone di talento e di creatività che insieme riescono a creare qualcosa di speciale. E' il caso di quei registi che affidano i loro personaggi sempre allo stesso attore, perché il loro trovano la perfetta realizzazione e interpretazione della loro idea mentale.

 

Partendo dalle origini del cinema fino ad arrivare ai nostri giorni di coppie di questo genere è pieno il panorama cinematografico, ma sono poche quelle davvero riuscite.

Martin Scorsese e Robert De Niro hanno lavorato insieme in nove film di grande successo, come

'Taxi Driver', 'Casinò' e 'New York New York', che una volta conclusosi ha portato il regista a rivolgersi ad un'altro attore italoamericano, con il quale ha avuto la stessa intesa che dura tutt'oggi, ossia Leonardo DiCaprio, che lo stesso De Niro indica come suo erede, e che ha portato alla realizzazione di quattro film, 'Shutter Island', 'Gangs of New York', 'The Aviator' e 'The departed', con il quale Scorsese ha vinto l'unico oscar della sua carriera.

 

Altro due geniale e creativo è quello formato da Tim Burton e Johnny Depp, che oltre ad essere amici hanno portato sul grande schermo personaggi eccentrici ma strepitosi, protagonisti di otto film, tra cui 'Edward mani di forbice', 'La fabbrica di cioccolato', 'Alice in wonderland' e 'Dark shadows'. La versatilità di Depp riesce a penetrare le profonde creazioni del regista, passando dall'ironia alla malinconia con grande naturalezza.

 

Una nuova coppia con appena due film usciti, ma che promette di diventare un'unione vincente è quella tra Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling, che nonostante sia agli inizi è riuscita a riscuotere successo con 'Drive' e 'Solo Dio perdona', acclamati dal pubblico e dalla critica.

 

Un'altro regista che resta fedele agli stessi attori è Quentin Tarantino, che portò Uma Thurman al successo rendendola la sua musa ispiratrice e protagonista di alcuni tra i suoi più famosi film come 'Pulp Fiction'e 'Kill Bill', nei quali l'attrice mostra tra le migliori performance della sua carriera.

Tarantino inoltre ha una stretta collaborazione con Samuel L. Jackson, che considera quasi un portafortuna, infatti è presente, anche solo con piccoli cameo, in molti dei suoi film, da 'Jackie Brown' a 'Django Unchained', quest'ultimo film vede anche l'interpretazione dell'attore Christoph Waltz, già protagonista di 'Bastardi senza gloria', e promettente candidato per una nuova coppia.

 

Anche Woody Allen ha scelto spesso come attrice Diane Keaton, sua compagna anche nella vita per un lungo periodo, trasformandola nella sua musa in 'Io e Annie', per poi passare a Mia Farrow, che lavorò con lui per ben tredici film, tra cui 'Crimini e Misfatti', 'Hannah e le sue sorelle' e 'La rosa purpurea del Cairo'.

 

Tra i sodalizi più conosciuti troviamo anche quello italiano di Federico Fellini e Marcello Mastroianni, che ha permesso a entrambi di raggiungere la fama internazionale con 'La dolce vita' e ''. Anche la relazione artistica e sentimentale tra Michelangelo Antonioni e Monica Vitti ha dato vita a film di grande successo, come 'L'avventura', 'La notte' e 'L'eclisse'.

 

Riguardando agli anni passati si possono trovare brillanti sodalizi anche tra Josef von Sternberg e Marlene Dietrich, sancita dall'opera 'L'angelo azzurro', Sydney Pollack e Robert Redford con 'La mia Africa', John Ford e John Wayne, che realizzarono ventuno film tra cui 'Sentieri selvaggi', Alfred Hitchcock e Ingrid Bergman, che incarnava il modello di femminilità perfetta secondo il regista che l'ha resta protagonista della sua trilogia, di cui va citato il film 'Notorius', per poi fare riferimento a Grace Kelly e a James Stewart e Cary Grant per i ruoli maschili.

 

Alcune di queste coppie sono nate per una casualità, altre per affinità e altre ancora per un'attenta ricerca, ma l'importante è che abbiano generato un grande cinema, con opere eccellenti sia per la struttura che per la performance dei protagonisti, riuscendo ad esprimere al meglio l'idea generale della storia. E' proprio questo che i bravi attori devono fare, cercare di immaginare ciò che esiste nella mente del regista e provare a trasportarlo sullo schermo nella maniera più coerente possibile, mentre i grandi registi devono essere in grado di scegliere gli interpreti migliori e spiegare la loro idea. In questi sodalizi, soprattutto i più riusciti questo processo di immedesimazione avviene in modo semplice e naturale. Per questo si parla di coppie geniali.

Nerospinto vi invita ad intraprendere un viaggio fatto di atmosfere gotico-romantiche, domenica 16 giugno presso Parco Tittoni a Desio.

Ad esibirsi vi sarà infatti The Spleen Orchestra, che porterà in scena il Tim Burton Show, uno spettacolo unico nel suo genere, che unisce musica, teatro, rendendo omaggio alla fantasia visionaria del grande regista americano.

La Spleen Orchestra nasce nel dicembre 2009, quando il pianista compositore (e vero appassionato di Burton) Silvano Spleen organizza una serata in onore del cineasta in un locale della Brianza.

La vicinanza tra le atmosfere burtoniane, rese in musica dal compositore Danny Elfman e il percorso artistico personale di Silvano Spleen , spingono quest’ultimo a reclutare personaggi originali e creativi, tra cui artisti, poeti  e musicisti.

Nasce cosi la Spleen Orchestra, composta da 8 elementi, che ripropone in chiave indie la ricchezza visiva ed emozionale dei film burtoniani, grazie anche ad un imponente allestimento scenico, trucchi, costumi e scenografie createad hoc.

Dopo il successo ottenuto in location prestigiose tra cui Hiroshima Mon Amour ed Estragon, festival , teatri, live show, come quello organizzato a Venezia in occasione del Carnevale 2012, il Tim Burton Show è pronto a stupire il pubblico di Milano e dintorni.

 

THE SPLEEN ORCHESTRA - Tim Burton Show

L'unica orchestra che omaggia il regno incantato di Tim Burton

In una location magica

Ingresso: 5€

Munirsi di tessera ARCI

In caso di pioggia, lo spettacolo si terrà presso l’ARCI Tambourine di Seregno

 

Parco Tittoni Traversi

Via Lampugnani, 62

Desio (MB)

 

Per maggiori informazioni:

http://www.parcotittoni.it/

http://www.thespleenorchestra.it/index.html

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