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A volte succede che la fama e il successo non interessano, che non essere riconosciuti per strada quando si crea e si fa arte risulta più proficuo, interessante e affascinante di una copertina su una rivista o un articolo sul giornale.
Perché a volte fare arte implica mistero, trasformismo, segreti e anche bugie.
Vivian Maier aveva deciso di fare della sua vita un palcoscenico nascosto dove la sua arte sarebbe stata celata attraverso i suoi innumerevoli travestimenti, il suo lavoro da baby sitter in casa di famiglie agiate, il suo falso accento francese e la sua noncuranza nell’interpretare ruoli e personaggi. Solo così Vivian sapeva di poter sperimentare tutte le mille sfaccettature delle forme artistiche in cui amava cimentarsi. Prima di tutto la fotografia. Intensa, realistica, cruda eppure modificata dal suo genio, dalla sua percezione sconfinata della realtà circostante.
Raccontare per immagini è qualcosa di estremamente suggestivo e affascinante. Lo sanno tutti i maggiori fotografi ma lo sanno anche i più grandi registi. E dalla fotografia al cinema il passo è quasi inesistente. Così Vivian Maier sperimenta anche forme di cinema personali, scrivendo sceneggiature e storie e dando vita a particolari documentari di cronaca, anche questi smitizzati nella loro durezza e modificati come reportage ironici.
In poche parole tutto un mondo creativo che fa di Vivian Maier una delle artiste più complete della sua epoca.
Ma chi è Vivian Maier e come mai nessuno o quasi ne ha mai sentito parlare fino a ora?
Sicuramente Vivian non voleva che si parlasse di lei e non voleva essere famosa per cui aveva inventato un escamotage dietro l’altro per rendersi invisibile e per celare a tutti la propria arte.
Però la vita è strana, piena di coincidenze inspiegabile e forse meno prevedibile di quanto si pensi.
Così succede che un giovane filmaker con la passione per la fotografia, John Maloof, trova in un mercato delle pulci di Chicago una scatola piena di negativi non ancora sviluppati. La compra, sviluppa le foto e si imbatte nella vita e nell’arte di Vivian Maier. Donna poliedrica e artista nascosta. Persona dura e riservata ma anche ironica e visionaria.
Ne nascono una mostra di grande successo e ora un documentario in proiezione nella sale italiane.
Alla ricerca di Vivian Maier così diventa l’unico modo per avvicinarsi a questa artista, morta nel 2009, e che ha desiderato rimanere nascosta per tutta la sua vita.
Ma soprattutto vuol dire avvicinarsi alla sua arte e al suo mondo onirico e fisico insieme.
Non sapremo mai cosa penserebbe Vivian di tutto questo tardivo successo e di questa fama postuma e questa in realtà è la domanda primaria che ci si dovrebbe fare scoprendo Vivian Maier.
Ebbene sì, ci tocca!
Come ogni primavera ecco in arrivo l’ennesima commedia newyorkese garbata e ironica, dove si sorride un po’ e ci si annoia nelle parti centrali della storia.
A proporcela questa volta è John Turturro alla sua quinta prova da regista, che si ritaglia per sé il ruolo da protagonista ma che soprattutto convince un recente appannato Woody Allen a farsi dirigere e a interpretare il ruolo del coprotagonista. Fioravante e Murray, amici nella Grande Mela che si divertono a improvvisarsi l’uno gigolò di donne sole e particolari e l’altro manager e consigliere smaliziato e disincantato.
Non è una commedia sul sesso e neppure sulla seduzione vera e propria e più una pellicola per raccontare la crisi economica e sociale anche nella città più viva e frenetica del mondo.
Un crisi condotta e vissuta da due uomini di mezza età che nonostante tutto si giocano gli ultimi sprazzi di una esistenza che non vogliono triste e dimessa.
Fiorante, che come Turturro nella realtà delle cose ha sia origini italiane che ebree presenta inevitabilmente il mondo americano che conosce e tratteggia i personaggi con maestria e consapevolezza. Le donne che lui incanta con fiori, parole e azioni non sono affatto lontane dalla realtà del mondo newyorkese contemporaneo e perciò risultano più belle e più credibili, e la stessa Comunità ebraica dove incontra la donna du cui si innamora è abbastanza vicina all’essenza e al portamento di molte comunità chiuse e gelose delle proprie origini e dei propri costumi.
Sia Turturro che Allen in questo caso lo possono fare. Un po’ come fanno i fratelli Cohen nei loro affreschi impietosi e divertenti.
Il romanticismo della commedia di Turturro poggia sulla grazia e sulla raffinatezza con le quali il suo “gigolò” si muove e conquista e sulla speranza di vivere un amore reale e dolce con Avigail, vedova di un rabbino e donna che lui immagina al proprio fianco.
Tra amore cortese e corteggiamento artificiale e fasullo Fioravante e Murray si muovono ognuno a proprio agio in una fiaba contemporanea dove all’ingenuità del protagonista si contrappone la saggezza e il pragmatismo del coprotagonista nel ruolo del grillo parlante.
Gigolò per caso è una commedia senza infamia e senza lodo, dove si ride il giusto ma in compenso si può riflettere molto sulla solitudine maschile, un tabù che se sdoganato bene come fa Turturro può risultare indubbiamente interessante per molti spettatori.
Dal 15 al 17 Aprile tre incredibili giorni di proiezioni a Milano. Va in scena #nuovocinemamilano!
Festival MIX Milano e Milano Film Network organizzano #nuovocinemamilano: una rassegna di tre giorni! In programma tra il Cinema Nuovo Orchidea, riaperto eccezionalmente per l’occasione, e lo Spazio Oberdan, una selezione di titoli che hanno riscontrato maggior successo di critica e pubblico nelle ultime edizioni dei sette Festival del Network.
Martedì 15 Aprile al cinema nuovo Orchidea si terrà l’inaugurazione delle giornate dedicate al grande cinema. Alle 19.30 si terrà il cocktail inaugurale e musica live con i Nema Problema Orkestar e a seguire la proiezione di “Is the Man Who Is Tall Happy?: An Animated Conversation with Noam Chomsky” di Gondry. Attraverso illustrazioni, fantasiose tecniche d´animazione e riprese in 16mm, Gondry anima una conversazione con Noam Chomsky, professore del MIT, libero pensatore e padre della linguistica moderna. Gondry "entra" nella testa di Chomsky per un ritratto intimo e filosofico, un dialogo tra parole e disegni che indaga il senso della vita, quel bisogno tutto umano di soddisfare l´eterna e infantile domanda di felicità. Dopo il nuovo film di Gondry sarà proiettato Aeterna di Leonardo Carrano (Italia, 2012, 58’, Videoanimazione). Il progetto presenta una video animazione sperimentale per ciascuno dei quattordici movimenti della celebre Messa di Requiem di Mozart. Un insieme organico ma variegato per tecniche d’animazione e linguaggi espressivi. “Un’opera straordinaria, unica ed eccezionale. Il Requiem è esaltato dalle invenzioni di immagini dove appare un mondo più alto di noi” afferma Ennio Morricone.
Mercoledì 16 Aprile al cinema Nuovo Orchidea alle 22.30 Interior. Leather Bar (di James Franco e Travis Mathews, USA, 2013): un docufiction ammantato di gloria già allo stadio di pre-produzione, si rumoreggiava infatti che ricreasse in toto quei 40 minuti di sesso esplicito tagliati di netto dal mitico Cruising di William Friedkin, Interior. Leather Bar è l'analisi delle tensioni, dei conflitti tra libertà e censura, di una troupe alle prese con quei mitici 40 minuti, la loro ricostruzione e che cosa ha significato per Al Pacino girarli nei primi anni 80. Backstage, interviste, prove trucco e sì, anche alcuni minuti molto coreografici. Diciamo così. La promessa del cinema indipendente Travis Mathews alla guida della factory di James Franco... Yes, James Franco!
Il programma completo è visionarie su MILANOFILMNETWORK.IT
Una rassegna sul grande cinema in questi giorni a Milano da non per perdere!!
#nuovocinemamilano
Mediapartnership: Radio Popolare, Fred Film Radio In collaborazione con: ceCINEpas
Ingresso gratuito con tessera del MFN (10 euro)
Cinema Nuovo Orchidea Via Terraggio, 3 - Milano
Spazio Oberdan Via Vittorio Veneto, 2 - Milano
facebook.com/milanofilmnetwork twitter.com/MilanoFilmNet
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Dal 19 Aprile al 4 Maggio una rassegna dedicata ai migliori film americani degli anni Sessanta e Settanta vi aspetta allo Spazio Oberdan.
Presso la Sala Alda Merini, Fondazione Cineteca Italiana presenta “America: controcultura e nuova Hollywood”: una rassegna di film in lingua originale.
Dalla metà degli anni Sessanta gli Stati Uniti conobbero una stagione di eccezionale fermento politico, sociale e culturale.
Numerose furono le manifestazioni che videro protagonisti i giovani, gli studenti e la parte più progressista della nazione, contro la discriminazione razziale, la guerra in Vietnam e a favore dei diritti delle donne e per l’emancipazione sessuale.
Il cinema fu investito da questa onda di controcultura libertaria e, grazie a una schiera di agguerriti nuovi cineasti (registi, attori, sceneggiatori e produttori), la scena hollywoodiana si rinnovò profondamente e con essa lo stesso linguaggio filmico. Nel giro di pochi anni si affermarono artisti che avrebbero fatto la storia del cinema mondiale dei decenni successivi e si realizzarono decine e decine di indimenticabili capolavori.
La rassegna, che si terrà allo Spazio Oberdan nel capoluogo lombardo, ha come obiettivo far rivivere quell’incredibile periodo storico.
15 titoli, fra i quali, segnaliamo 3 titoli per il loro valore e la loro rarità: Maharishi Mahesh Yogi – Sage of a New Generation, l’unico documentario mai realizzato con Maharishi Mahesh Yogi, mistico e filosofo indiano fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta raggiunse un’enorme popolarità anche grazie al fatto di avere avuto tra i suoi discepoli numerose celebrità dell’epoca come il gruppo musicale dei Beatles, Mia Farrow e altri; Free at Last, documentario che riprende con lo stile del cinema-verità l’organizzazione e la realizzazione della marcia su Washington di Martin Luther King nel 1968 chiamata “The Poor People’s Campaign” e che, in seguito all’assassinio di King avvenuto qualche giorno dopo la fine delle riprese è un documento eccezionale delle sue ultime settimane di vita; e infine il magnifico Lo spaventapasseri, ritratto impietoso dell’America con due giovani formidabili protagonisti allora ai loro primi passi: Gene Hackman e Al Pacino.
Questi sono solo alcuni dei titoli presenti nella rassegna; saranno proiettati anche “Ciao America!” di Brian De Palma, “Cinque pezzi facili” con Jack Nicholson, “Easy Rider” di Dennis Hopper e molti altri film imprendibili per la loro rarità e bellezza.
Il programma completo è consultabile visitando il seguente sito: http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/america-controcultura-e-nuova-hollywood/.
Nerospinto consiglia di non mancare a una rassegna così interessante! Un’occasione per immergersi in un periodo storico vivace e importante!
America: controcultura e nuova hollywood
DAL 19 APRILE AL 4 MAGGIO
Sala Alda Merini - Spazio Oberdan - Provincia di Milano
Viale Vittorio Veneto 2, Milano
MODALITÀ D’INGRESSO
Biglietto d’ingresso:intero € 7,00
Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50
Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50
La pellicola chiude ideologicamente la trilogia del regista e autore Von Trier sulle mille sfaccettature della depressione umana che dopo Antichrist e Malancholia presenta allo spettatore un film sulla sessualità più cruda e dolente.
Il mondo della ninfomania raccontato e descritto da una vittima e protagonista della stessa patologia.
Von Trier è il regista che riconoscendo nel porno la più brutta forma di espressione filmografica ma anche quella più redditizia cerca con un pool di esperte sessuologhe, di dottoresse e psicologhe di parlare della pornografia nel modo più sociale e intellettuale possibile e di presentarla al pubblico rivestita di una nuova forma narrativa e cerebrale.
Nymphomaniac è diviso volutamente in due parti perché il regista ha bisogno di tempo e spazio per esplorare tutto l’universo che si nasconde sotto e dentro questa estrema forma di masochismo mentale che attraverso lo sfinimento del corpo cerca di appagare un vuoto spirituale e mentale sintomo di una grande patologia.
Il film si apre con suoni e rumori che richiamano volutamente a una periferia distratta e fintamente impegnata a vivere dove in una sera di inverno l'affascinante scapolo Seligman trova Joe, una donna riversa in un vicolo, picchiata quasi a sangue e priva di forze. L’uomo così decide di portarla nel proprio appartamento e di curarle le ferite. Subito dopo comincia a farle domande sulla sua vita e Joe risponde apaticamente che se lui vuole lei è pronta a raccontargli tutto ma che lo stesso racconto sarà lungo e richiederà molto tempo. Seligman accetta e la donna esordisce confessando di essere una ninfomane e tutto d’un fiato comincia a raccontare in otto differenti capitoli la sua parabola erotica, dalla nascita fino a quel momento. Un'esistenza fatta di incontri e disgrazie, di episodi immorali e di desideri da accontentare, di conflitti e di richieste viziose e depravate.
Non si nasconde Joe, anzi, vuole raccontare, descrivere minuziosamente, far entrare in quel mondo negativamente straordinario il suo spettatore Seligman che incarna e rappresenta a sua volta tutti gli spettatori della pellicola, tutto il pubblico a cui vuole rivolgersi Von Trier nella sua visione personale del sesso.
Quanto Nymphomaniac sia immorale è difficile dirlo. Il regista non risparmia nulla allo spettatore né dal punto di vista della narrazione né da quello delle immagini ma se qualcuno si aspetta il porno classico sarà probabilmente deluso.
In realtà nella pellicola di Von Trier c’è troppa filosofia, antropologia e distacco per fare della stessa un film immorale per definizione.
Incommensurabile, invece, la prova artistica di Charlotte Gainsbourg nel ruolo della protagonista.
La gente continua a morire per mano della setta del killer più persuasivo degli Stati Uniti.
Muore per caso, perché si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, muore per un disegno preciso come i coniugi fondatori della setta usurpata da Carroll, muore perché tra la redenzione o il carcere sceglie di immolarsi ancora per l’idea del mondo che il proprio mentore gli ha instillato.
Joe invece è vivo e più determinato che mai. In un video inviato ad una emittente nazionale il serial killer più famoso del momento parla addirittura di restaurazione, di una nuova era di paura e sconforto, di morte e uccisioni, di stragi e di vittime da sacrificare perché nessuno deve e può sentirsi al sicuro. Hardy è messo con le spalle al muro. La caccia spietata al suo alter ego negativo lo fa girare in tondo inutilmente, facendolo passare dall’ex professore e guida di Carroll all’università, alla sua adepta con contatti nell’FBI, dagli esecutori dell’ultima strage in libreria alle tracce di lasciate dal killer nei suoi luoghi di passaggio, ma niente. Joe Carroll è imprendibile.
E soprattutto sembra davvero immortale.
Furbo, spietato, manipolatore di menti e di personalità, dissimulatore professionista Joe si infiltra nelle vite degli altri e le fagocita. Entra come un povero rifugiato e derelitto con Emma e Mandy nella setta segreta e nascosta dei coniugi visionari e mistici e finisce con l’uccidere entrambi e prendere il comando dell’intero gruppo che lo investe come nuovo sacerdote e guida spirituale e lo loda come nuovo dio. Sia lode perciò a Joe Carroll che restaurerà il clima di terrore e morte con nuove forze e con nuovi adepti e farà in modo che nessuno si senta più al sicuro.
Intanto, mentre Hardy brancola nel buio e prosegue nella sua caccia infruttuosa gli agenti dell’FBI e i suoi ex collaboratori hanno un asso nella manica che sconvolgerà tanto le azioni future di Ryan che quelle del serial killer.
Claire è viva! L’ex moglie di Joe Carroll ferita a morte sotto gli occhi del suo amante Hardy in realtà è stata salvata in ospedale e posta nel programma di protezione dell’FBI.
Con il suo rientro nella serie si capovolgerà tutto di nuovo e tra i due protagonisti sarà guerra all’ultimo sangue. Le vittime si moltiplicheranno e il duello sarà più feroce che mai.
Dal 6 al 23 aprile 2014 presso il MIC - Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta una rassegna dedicata a uno tra i più grandi registi del cinema contemporaneo mondiale “Takeshi Kitano – Made in Japan”.
Già molto conosciuto nel suo paese come attore e comico, esordisce come regista nel 1989 ma solo nel 1993 viene conosciuto dal pubblico di tutto il mondo grazie al capolavoro “Sonatine”, originale storia yakuza. Il successo vero e proprio arriva insieme con una delle pellicole più particolari e fantasiose del cinema moderno ci abbia regalato, vincitrice del Leone D’Oro al Festival di Venezia, “Hana-bi. Fiori di fuoco”, il film è un’originale celebrazione della leggerezza dell'arte come soluzione alla pesantezza del vivere, filtrata dalla concezione orientale dell’esistenza come coesistenza di opposti.
Nel 1999 esce la commedia dedicata all'amicizia tra uno yakuza da quattro soldi, interpretato da Kitano stesso, e un bambino intitolata “L'estate di Kikujiro”, mentre l’anno successivo è il turno della suo unico film americano, “Brother”, che attraverso una gangster story nasconde una sottile critica alla società americana e al contempo a quella giapponese.
Negli anni successivi il regista giapponese cambia diverse volte genere come per il film “Dolls”, caratterizzato da un romanticismo esasperato, o per la pellicola “Zatoichi”, storia di sangue e vendetta ambientata nel Giappone dei samurai.
In “Achille e la tartaruga”, racconto della difficile vita di un pittore costretto a sacrificare il suo talento per compiacere il pubblico, Kitano evidenzia un tema molto importante per lui, l’arte.
Per ulteriori informazioni sul programma completo della rassegna visitare il sito: http://www.cinetecamilano.it
Un evento che ti offre la possibilità di conoscere, o rivedere, film di un regista di fama mondiale…da segnare sicuramente in agenda!
“Takeshi Kitano – Made in Japan”
dal 6 al 23 aprile 2014 presso il MIC - Museo Interattivo del Cinema situate nella Ex Manifattura Tabacchi di Viale Fulvio Testi 121 a Milano
MODALITÀ D’INGRESSO ALLE PROIEZIONI
Biglietto d’ingresso intero: € 5,50
Biglietto d’ingresso ridotto: € 4,00
Biglietto d’ingresso adulto + bambino: € 6,o0
Fino al 23 Marzo 2014 alla Triennale di Milano e allo Spazio Oberdan, XXI Sguardi altrove film festival, cinema e arte al tempo della crisi.
Una delle più importanti rassegne italiane, Sguardi Altrove Film Festival, dedicate al cinema e ai linguaggi artistici al femminile ritorna a Milano.
Il festival festeggia la sua XXI edizione con un calendario ricco di anteprime, proiezioni, incontri e mostre. Il fil rouge dell’evento è quello della crisi e della rinascita nelle sue molteplici declinazioni.
Organizzato dall’Associazione Sguardi Altrove - Donne in Arti Visive con il patrocinio del Comune di Milano - Assessorato alla cultura e con la direzione artistica di Patrizia Rappazo, il festival si svolge secondo una formula consolidata e di successo, affinata nel corso degli anni e centrata sul connubio tra due diverse aree tematiche: Tasselli d’Arte - Oltre Il Cinema (mostre fotografiche, installazioni, proiezioni e workshop) in corso fino al 23 marzo presso La Triennale di Milano; e Il Cinema (lungometraggi, corti, e documentari) in programma quest’anno dal 13 al 23 marzo allo Spazio Oberdan e al Cinema Beltrade.
Il programma completo del festival è visibile su sguardialtrove.it oppure su facebook.com/sguardi.altrove.
Anche sui social network è possibile seguire l’evento:
facebook Festival MIX Milano twitter @mixfestival youtube MIX MILANO
Milano Film Network che organizza e gestisce il festival è un progetto realizzato grazie al contributo di Fondazione Cariplo che mette in rete 7 festival milanesi. Offre quindi una proposta culturale lungo tutto l’anno e alcuni servizi per chi si occupa e interessa di cinema. I 7 festival sono: il Festival del Cinema Africano d'Asia e America Latina, Festival MIX Milano, Filmmaker, Invideo, Milano Film Festival.
Godetevi le anteprime, le proiezioni e i numerosi eventi del festival! Per tutti gli appassionati di cinema è un evento imperdibile!
Festival Mix Milano vi invita a:
XXI Sguardi altrove film festival
Cinema e Arte al tempo della crisi
Tasselli D’Arte. Oltre Il Cinema - dal 28 febbraio al 23 marzo 2014 La Triennale di Milano
Cinema - dal 13 al 23 marzo 2014 Spazio Oberdan, Cinema Beltrade
Una lezione imperdibile all’Anteo spazioCinema con Edoardo Winspeare.
Lunedì 24 Marzo dopo la proiezione in anteprima del film In grazia di Dio, presentato nella sezione Panorama all’ultimo Festival di Berlino, seguirà la lezione di cinema con Edoardo Winspeare, il talentuoso regista.
La lezione sarà condotta dalla giornalista Alessandra De Luca e sarà ad ingresso libero previa prenotazione al numero 0243912769 interno 3 (da lunedì 4 novembre orario: 10-13; 15.00 – 18.00) o collegandosi al sito www.spaziocinema.info.
In grazia di Dio è interamente girato nei luoghi di Finis Terrae, luoghi cari al regista di Pizzicata, presentato a Festival di Berlino e grande successo all’estero soprattutto in Francia e USA ma anche negli altri 26 paesi dove viene distribuito.
La pellicola è interpretato da attori non professionisti, come il protagonista Celeste Casciaro, moglie di Winspeare. Il film racconta la storia di quattro donne di una stessa famiglia in un piccolo paese del basso Salento, ai nostri tempi di epocale crisi economica. Il fallimento dell’impresa familiare e il pignoramento della casa sembra distruggere tutto, compresi i legami. L’unico modo per uscirne è trasferirsi in campagna, lavorare la terra e vivere con il baratto dei propri prodotti. Questa scelta obbligata sarà l’inizio di una catarsi che porterà le protagoniste a riconsiderare il loro senso della vita e soprattutto le loro relazioni affettive.
Il regista Edoardo Winspeare nel 2000 lavora a Sangue Vivo che vince il Festival di San Sebastian (Nuevos Directores), 4 Grolle d’oro e soprattutto è il primo film italiano al Sundance Film Festival. Nel 2002 viene presentato in concorso al Festival del Cinema di Venezia Il Miracolo. Nel 2007 esce Galantuomini, presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma. Alla protagonista Donatella Finocchiaro va il Marco Aurelio per la Migliore Interpretazione Femminile. Nel 2009 sempre alla Festa del Cinema di Roma viene presentato il documentario Sotto il Celio Azzurro. Edoardo Winspeare è anche autore di una trentina fra documentari, videoclip, cortometraggi e spot pubblicitari.
La lezione di cinema è inserita all’interno del progetto OffiCine, frutto della collaborazione tra Anteo spazioCinema e Istituto Europeo di Design
Una lezione ricca di spunti e per immergersi nel mondo di un talentuoso e affermato regista. Un appunto che Nerospinto consiglia di segnarsi in agenda.
Anteo spazioCinema – lunedì 24 marzo ore 17.40
Lezione di cinema con Edoardo Winspeare ore 15.30 proiezione in anteprima del film IN GRAZIA DI DIO ore 17.40 lezione di cinema con Edoardo Winspeare
Biglietti per il film: Interi € 5.00 Amici del cinema € 4,50 per prenotazioni e acquisto biglietti www.spaziocinema.info
Anteo spazioCinema, Via Milazzo 9 Milano
INFO: 02.43912769
02.43912769
Non sono una fanatica di cinema; non saprei descrivere le mirabolanti bellezze registiche di film ora sotto l’opinione pubblica, spesso i film culto m’infastidiscono. Mi bastano belle storie e immagini che vibrino, quasi di vita propria viventi.
Per questo intervistare il regista Cosimo Alemà m’ha da subito incuriosita: mi piace vedere ciò che si nasconde sotto un prodotto finito.
Non avendo la possibilità di chiacchierare di persona, lo incontro su Skype: siede comodamente davanti al computer, spesso sorride, ma con discrezione, la voce è sicura e calda.
Di primo acchito, mi sembra una persona che sa ciò che vuole, che punta dritto alla sostanza delle cose. Cominciamo.
Partiamo dalla più classica delle domande: quando hai maturato l’idea di voler percorrere la strada del cinema? Con che mentalità hai affrontato questo percorso, a quando i primi successi e le prime sconfitte?
Cominciai con la musica,: seguendo questo percorso approcciai l’idea del cinema mediante i video musicali, ti parlo di più di vent’anni fa; lavorai per un regista appunto di questo settore, migliorando le mie conoscenze e facendomi, in un certo senso, le ossa.
Oltre ai video musicali avevo una forte passione per la fotografia, ereditata da mio padre. A diciannove anni mi trovai già con molta voglia di fare, delle esperienze e una discreta attrezzatura fotografica; nel ’92 feci il mio primo set: fu un evento importante, sebbene lavorassi nell’ambiente degli effetti speciali, assieme a Sergio Stivaletti. Mi occupai della produzione di Fantaghirò, non so se hai presente. (eccome, eccome se ho presente. La mia infanzia! N.d.R.).
Dopo i video musicali lavorai come aiuto in film e pubblicità, sempre portando avanti miei esperimenti in campo registico, dunque, per darti qualche riferimento cronologico direi dal 97/98, ho iniziato a fare il regista full time.
I videoclip musicali sono una categoria registica particolare e complessa: bisogna avere la capacità di raccontare storie o trasmettere sensazioni in un tempo relativamente breve. Qual è la tua poetica a riguardo? E quanto affidi, nelle scelte estetiche e concettuali, al committente? Quanto si estende il tuo margine d’inventiva?
In realtà il margine è piuttosto alto: conta che siamo in Italia, un paese dove l’industria musicale è così allo sbando che vi sono delle tematiche che altrove non sarebbero nemmeno prese in considerazione. Già quindici anni fa tuttavia, quando cominciai a realizzare i miei primi lavori, c’era un atteggiamento, da parte dei discografici, molto più attento e simile al mondo pubblicitario.
Il limite sostanziale più grande e gravoso, è quello di dover aver sempre come protagonisti gli artisti, con le quali presenze limitano l’inventiva e la creatività. Del resto l’Italia, in campo musicale, è davvero un paese pavido. Non esiste una poetica unica: mi piace applicarmi in idee e tentare sviluppi sempre nuovi. In 500 video che ho fatto, approcciandomi sempre con una mentalità quasi artigianale, sono riuscito a introdurre una sorta di narrazione cinematografica. Posso vantarmi di essere in un certo senso l’inventore di un certo tipo di regia, nei video: spesso introduco, come testa, coda o intermezzo, dei pezzi di vera e propria fiction, con dialoghi ed effetti sonori.
Hai registi ai quali t’ispiri per le tue scelte stilistiche e sceniche? Hai influenze, preferenze o avversioni?
Devo fare un discorso molto separato: essere regista pubblicitario e regista invece di film; tra questi due aspetti v’è una certa attinenza, ma molto labile. Per quanto riguarda i video musicali, mi sono formato con la scuola britannica anni ’90, per intenderci. Un approccio molto english in un paese del terzo mondo qual è l’Italia.
Parlare di estetica nei video è difficile, non ho mai avuto particolare fascinazione per i registi di spot e video più originali, come Michel Gondry, mi sono formato con un gusto e sapore più cupo e british, con un riferimento al cinema piuttosto forte.
Dal punto di vista cinematografico ho vari cineasti che stimo e seguo moltissimo: sono un patito di Roman Polanski, soprattutto fino alla fine degli anni ’80. Apprezzo Walter Hill, e sempre tra gli americani si confà al mio gusto anche un certo genere di cinema commerciale, sempre negli anni ’80. Qualche esempio? Non solo Spielberg, per dirci.
Sono sempre stato molto attento all’Europa, mentre invece, per quanto riguarda i registi giovani extraeuropei, apprezzo il canadese Reitman, che attua una sorta di commistione tra commedia e dramma, chiamata per questo dramedy, molto interessante e originale.
Apprezzo anche i film che affrontano tematiche importanti, di politica o di attualità, come Zero Dark Thirty.
Pochi sono i film capaci di essere veramente moderni, sia a livello di tematiche che d’estetica: questo è importante per me, questo sarà il mio leit motiv per i miei prossimi film.
Vorrei che tu mi parlassi di The Mob: di come sia nato il progetto e di quali difficoltà si siano presentate durante la sua crescita. È faticoso far crescere e prosperare questo genere d’iniziative, in Italia?
Dietro a The Mob si nasconde un concetto ben poco romantico: a un certo punto della propria carriera, ciascun regista sente il bisogno di non essere più strapazzato tra cento case di produzione, così abbiamo fatto noi, decidendo di creare una piccola casa di produzione.
Questo discorso procede dal 2001; abbiamo creato una piccola realtà romana dove eravamo capaci di gestirci autonomamente. Lì ho prodotto molti spot e videoclip, ma anche altri registi ne hanno usufruito: penso a Daniele Persica, Romana Maggiolaro e Paolo Marchione.
Nel 2009 abbiamo curato la produzione esecutiva del mio primo film, e da lì le cose sono cambiate.
The Mob continua a esistere, ma con i miei soci abbiamo un'altra casa di produzione, chiamata 99.9 Film.
Come ti sei approcciato, invece, all’horror? E di questo genere, quali sono le caratteristiche che t’incuriosiscono?
Non sono un grande fan degli horror, né lo sono mai stato: è stata un’esigenza comune, un film con un cast internazionale, in inglese, da esportare in tutto il mondo. Ci siamo detti: “magari a qualche ragazzetto brufoloso dell’Oklahoma potrebbe interessare questo film.” E così è stato.
Abbiamo deciso di realizzarlo dunque quasi più per motivi produttivi che per altro: è stata una grande soddisfazione, sebbene questo fosse un film indipendente, vederlo uscire nelle sale di quasi quaranta paesi. Da un punto di vista più personale, questa è stata una sfida: non mi sento molto portato per la commedia, nemmeno nei miei skills di regista pubblicitario, prediligendo atmosfere più cupe.
Il film in se stesso, At The End Of The Day, è una commistione di istanze americane, ma girato come un qualsiasi film europeo.
Un horror alla luce del sole, questa è l’idea che fa da colonna portante al tutto.
Potresti riassumermi, in poche parole, l’ambiente del cinema italiano?
Guarda, è meno disarmante di quanto io abbia pensato fino a poco fa, qualche film buono esce ancora: ben poca cosa, ma vedo una serie di registi interessanti, sia giovani che meno. Ogni anno mi ritrovo a stilare un elenco di film che ho avuto modo di apprezzare; ad esempio recentemente ho visto “Viva la libertà”, per non parlare poi di Virzì, nutro anche grandi aspettative per la nuova serie televisiva “Gomorra”, di Sollima.
Mi sembra che qualcosa si stia muovendo.
Chiaramente sono molte le cose che mi fanno incazzare: detesto la maggior parte dei film e dell’approccio non solo registico, ma autoriale del cinema più commerciale. I registi in Italia sono perlopiù o attori o autori, e questo a va a discapito della qualità stilistica del lavori.
Molto preoccupante è invece la questione commerciale:film interessanti molto spesso non riescono a raggiungere molte sale, non ottenendo poi cifre buone di botteghino. Stesso problema all’inverso: l’ultimo film di Verdone, un qualcosa di assolutamente indecente, una monnezza integrale, ha un passaparola terribile, ma è uscito quasi in 600 sale.
La Santa: un film con una trama insolita. Perché hai scelto proprio il Sud come ambientazione? E perché una Santa? È parto della tua fantasia, o collegato a qualche avvenimento della tua vita?
Vorrei specificare innanzitutto che questo film è un lavoro sul quale ho “messo le mani” quando era già ben abbozzato e finanziato dalla Rai: sono stato chiamato a girarlo e ho partecipato ad una riscrittura; la trama tuttavia m’interessava molto, e aveva anche delle inquietantissime analogie con il mio primo film, nonostante si tratti di una cosa completamente diversa. Marco Muller ha apprezzato molto il film e lo ha voluto al Festival del Cinema di Roma, definendolo come un “western meridionale”, in realtà proprio di questo si tratta: piccoli farabutti, uno strano colpo, risvolti inquietanti. Da questo film stiamo traendo tantissime soddisfazioni: nonostante sia un film piccolo, ha una trama incredibilmente originale e una forza visiva pregnante. (e poi questo film, l’ho visto. Scioccante e tetro, getta luce su dinamiche che potrebbero benissimo avvenire in questa nostra Italia, ma che non nemmeno sogneremmo. N.d.R.)
Tanto s’è detto e tanto si dirà su La Grande Bellezza, il film di Paolo Sorrentino: cosa pensi a riguardo? Può rappresentare, se non in toto almeno in parte, il panorama cinematografico italiano di questi anni?
Premetto che ho apprezzato questo film: non sono un grande patito dei film di Sorrentino, che ovviamente stimo. Non mi piace il suo approccio così manieristico alla realizzazione, mentre le storie che racconta invece sono sempre molto acute e interessanti.
Sono molto stupito da questa polemica: ho avuto l’impressione di vedere un film abbastanza epocale nel suo genere; è imperfetto, con tratti bellissimi e altri molto meno. Sostanzialmente, è incredibilmente interessante. Dunque, da un certo punto di vista mi rallegro dei riconoscimenti che sta ottenendo un po’ ovunque, credo siano molto importanti per l’industria cinematografica italiana, d’altro canto non penso sia un’opera rappresentativa del cinema italiano; non lo è a livello di modernità, se non dal punto di vista strettamente narrativo, con un arco narrativo quasi inafferrabile. È molto difficile che un film solo possa rappresentare un paese intero, come Gomorra, qualche anno fa.
Parlami del rapporto regista – attore: come lo gestisci? Che tipo di legame s’instaura con chi veste il ruolo da te scritto? Cosa ne pensi degli attori, in generale?
È un rapporto veramente sostanziale: durante la lavorazione di un film questo legame è uno degli elementi più delicati e cruciali per la riuscita dell’opera.
Detto questo, le mie esperienze sono sempre state molto positive, anche se c’è da dire che ho fatto solo due film (ridacchia. N.d.R.).
Una volta ho avuto a che fare con un cast internazionale, ed è stato leggermente più difficile: è nato tuttavia un legame fortissimo, che continua ancora oggi.
Con “La Santa” ero invece molto preoccupato, un po’ per una sfiducia cosmica nei confronti di tutti gli attori italiani. Le mie preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: io non riesco a non creare dei legami fortissimi con gli attori, e lavorare diventa qualcosa di davvero creativo ed artistico. A differenza di molti registi, poi, sono anche l’operatore di macchina di tutto ciò che giro: gestisco al 100% le operazioni di ripresa. Per il tipo di storie che racconto sono immerso completamente nella scena, divento quasi uno degli attori, e non posso dunque avere altro che un rapporto viscerale.
Cos’è per te il “blocco creativo”, o la fobia da pagina bianca? Se l’hai mai avuto, come l’hai risolto? Sei stato aiutato e supportato nel tuo percorso, o hai dovuto gestire le tue ansie da te?
Probabilmente questa domanda la fai alla persona sbagliata: ho un approccio troppo pragmatico e troppo di mestiere per potermi permettere dei blocchi creativi. Non considero la possibilità che esista questo genere di problema in quanto non considero il mestiere di regista come un lavoro artistico, se non in una percentuale variabile.
Sono tantissimi anni che mi sono lasciato alle spalle l’ideale romantico e abbastanza giovanile dell’ispirazione da cogliere: la mia visione è estremamente professionale, se ho da scrivere venti pagine in un giorno, le scrivo, ho un planning di lavoro da rispettare.
Questo discorso non esclude tuttavia che vi siano momenti, settimane, mesi, nelle quali si sia più prolifici ed altri meno. Il discorso però s’incentra più sulla qualità, non sulla produzione.
L’arte è qualcosa d’incredibilmente artigianale, e il blocco creativo, in un regista, credo sia indice di cose ben poco belle.
Essere regista, che tipo di lavoro è?
È necessaria grande concentrazione e dedizione. È un lavoro di passione pura, talmente totalizzante che può esistere solo se supportato da un amore per il cinema che prevarichi qualunque cosa.
Si tratta di un lavoro impegnativo, soprattutto anche in questione di economia dei tempi.
Una cosa molto importante nel lavoro di regista è la self promotion: bisogna essere capace di vendersi bene, ed è primario.
Immergiamoci in un mondo utopico: se tu non avessi intrapreso questa strada, in che mestiere ti rivedresti?
Mi sembra abbastanza improbabile pensarmi in qualcos’altro che non tocchi uno qualsiasi degli aspetti del mio lavoro: la scrittura, la fotografia, musica eccetera. Mi sento incredibilmente proiettato verso questo genere di cose, se penso quando avevo la tua età, per me è quasi pensare alla vita di un’altra persona, ora che ho quarant’anni.
Infine, se tu potessi dedicare le tue parole, per chi sarebbero?
Per tutte le persone che hanno voglia d’intraprendere un cammino faticoso quale quello che ho intrapreso io.
Dal momento che sono uno che non ha avuto più occasioni di altri, né ricco di famiglia né figlio d’arte, è stata la mia passione e la mia volontà a portarmi qui. Questo basta, anche in un paese terribile come l’Italia.
Io sono la dimostrazione del fatto che se si sbatte il muso su qualcosa che interessa veramente, si riesce.
Se qualcuno dovesse leggere e, incredibilmente, essere così pazzo da voler ascoltare le mie opinioni, deve sapere che questa professione non è impossibile da fare; basta iniziare.
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