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Giuseppe Penone al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino 1991|||

Dal 22 al 24 maggio Torino ospita la settima edizione della fiera dedicata alla fotografia e all’immagine contemporanea. Tra 42 gallerie, talk internazionali e nuove ricerche visive, le Officine Grandi Riparazioni si confermano laboratorio di cultura e innovazione.

Dalle officine dei treni alla fabbrica delle immagini

Un tempo luogo di manutenzione dei treni, oggi spazio di arte, innovazione e tecnologia. Le OGR di Torino raccontano, già nella loro architettura, una delle grandi trasformazioni urbane avvenute all’ombra della Mole dall’inizio degli anni Duemila: il passaggio da città industriale a laboratorio culturale capace di reinventare i propri luoghi simbolici.

È proprio dentro questo scenario che, da venerdì 22 a domenica 24 maggio, trova casa la settima edizione di The Phair | Photo Art Fair 2026, presentata questa mattina nella Sala Fucine delle Officine Grandi Riparazioni. Una fiera che, anno dopo anno, si è ritagliata uno spazio riconoscibile: non solo mercato, ma luogo in cui gallerie, istituzioni, artisti e nuove ricerche visive provano a parlarsi davvero.

L’edizione 2026 riunisce 42 gallerie italiane e internazionali, confermando una crescente apertura europea con realtà provenienti, tra gli altri Paesi, da Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Montenegro e Svezia. Il percorso espositivo non si limita a mettere in fila stand e opere, ma prova a costruire un racconto unitario, in cui la fotografia diventa documento, memoria, interpretazione e costruzione del reale.

 

Un dialogo tra istituzioni, mercato e nuove visioni

A guidare simbolicamente questa edizione è il visual ufficiale della fiera: uno scatto di Nanda Lanfranco che ritrae Giuseppe Penone negli spazi del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. Una scelta che rafforza il legame tra The Phair e le istituzioni culturali torinesi, ma anche il rapporto tra corpo, spazio e trasformazione, temi che attraversano molte delle ricerche presenti in fiera.

Il peso delle istituzioni, l’arrivo di gallerie straniere e la cornice delle OGR danno alla manifestazione una dimensione che supera il semplice appuntamento di settore. The Phair si muove infatti su un confine sempre più interessante: quello tra fiera, piattaforma culturale e osservatorio sulle trasformazioni dell’immagine contemporanea.

Accanto agli spazi espositivi, il Talk Program porta alle OGR oltre trenta ospiti e sedici incontri dedicati al futuro della fotografia. Musei, archivi, collezionismo, pratiche artistiche femminili, nuove piattaforme creative e intelligenza artificiale diventano i temi centrali di un confronto che guarda alla fotografia non soltanto come oggetto da esporre o collezionare, ma come strumento per leggere la complessità del presente.

Tra gli appuntamenti più attesi, il dialogo tra Duncan Forbes, responsabile della fotografia del Victoria and Albert Museum, e François Hébel, direttore artistico di CAMERA Torino, sul ruolo dei grandi musei e dei centri specializzati nella fotografia contemporanea. Spazio anche alle riflessioni sugli archivi, sulla legacy artistica e sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella costruzione dell’immaginario visivo.

Jacopo Di Cera - Pentagram, Sassolungo, 2021. Deodato Arte (Milano)

 

Tra gli stand, la notte romana di Kri Babusci

Camminando tra gli spazi espositivi, la fiera cambia passo. Le grandi traiettorie culturali diventano incontri, dettagli, lavori che chiedono tempo. Tra le gallerie presenti c’è anche RAW Messina, realtà romana con sede a Trastevere. Qui, una chiacchierata con l’artista Kri Babusci apre una prospettiva più intima sul rapporto tra fotografia, confessione e segreto.

Le sue immagini nascono nella notte romana, dentro uno spazio mobile e quasi privato: l’abitacolo della sua auto. Babusci incontra persone, le intervista, le ascolta. In cambio riceve un segreto, che viene riportato sul retro della fotografia. Ma per leggerlo bisogna compiere un gesto irreversibile: rompere l’opera.

È qui che il lavoro acquista forza. In quel momento la fotografia smette di essere solo qualcosa da guardare: diventa una scelta, quasi una piccola prova per chi la ha davanti. Conservare l’immagine intatta o violarla per accedere a ciò che nasconde. Proteggere il mistero o cercare la rivelazione.

Il dispositivo è semplice, ma efficace. Mette in crisi il rapporto tra autore, soggetto e spettatore, portando dentro l’opera una domanda precisa: quanto siamo disposti a rompere, simbolicamente e materialmente, pur di conoscere ciò che resta nascosto?

In una fiera che ragiona sulle nuove forme dell’immagine contemporanea, la ricerca di Babusci intercetta uno dei nodi più vivi del presente: il confine tra esposizione e intimità, tra visibile e invisibile, tra ciò che raccontiamo e ciò che continuiamo a custodire.

Kristina Babusci - "Pertra". RAW Messina (Roma)

 

Torino e il tempo lento delle immagini

The Phair 2026 conferma Torino come una delle città italiane più attente alla fotografia contemporanea. La presenza di gallerie internazionali, il dialogo con le istituzioni culturali e la scelta delle OGR come sede costruiscono un contesto in cui l’immagine non viene solo mostrata, ma messa alla prova.

In un tempo in cui le fotografie scorrono ovunque e spesso si consumano in pochi secondi, una fiera come The Phair prova a restituire loro peso, durata e complessità. Uscendo dagli stand, resta addosso proprio questa sensazione: che certe immagini non chiedano soltanto attenzione, ma tempo. E oggi, forse, è già molto.

 
 
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Un progetto internazionale per rileggere Gaza oltre l’emergenza

 

Martedì 21 Aprile si è tenuta, alla Fondazione Merz di Torino, la conferenza inaugurale di "GAZA, il futuro ha un nome antico", uno sguardo radicalmente diverso sulla città più popolosa di Palestina, non più solo simbolo di conflitto contemporaneo, ma crocevia millenario di culture, commerci e relazioni tra Africa, Asia e Mediterraneo. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Fondazione Merz, Museo Egizio di Torino e MAHMusée d’art et d’histoire di Ginevra, con il consenso dello Stato di Palestina. La mostra, visitabile dal 22 Aprile al 27 Settembre 2026, è stata presentata "come grande opportunità per risollevare l'attenzione sul genocidio di Gaza e sul patrimonio culturale perduto" come sostenuto da Beatrice Merz, presidente della Fondazione dal 2005. 

Alla presentazione del progetto erano presenti, tra gli altri, Christian Greco, direttore del Museo Egizio e Tomaso Montanari, rettore dell'Università per stranieri di Siena.

Proprio Montanari, nel corso del suo intervento, ha sottolineato la rilevanza dell’iniziativa, evidenziandone non solo il valore culturale ma anche quello profondamente umano. Un passaggio del suo discorso ha posto l’accento sul ruolo di questi progetti, che “riescono a fare qualcosa che le nostre autorità costituite non hanno ritenuto di fare” e che, in questo contesto, fanno sì che “oggi Torino dice una parola importante in un grande silenzio”.

Archeologia e arte contemporanea: un dialogo tra tempi

Il percorso espositivo mette in relazione circa ottanta reperti archeologici – dall’Età del Bronzo al periodo ottomano – con le opere di artisti contemporanei palestinesi e internazionali. Ceramiche, monete, manufatti e oggetti quotidiani dialogano con pratiche artistiche che interrogano il presente, costruendo un ponte tra passato e contemporaneità.

Accanto ai reperti, una selezione di fotografie provenienti dall’archivio dell’UNRWA amplia lo sguardo, restituendo immagini di vita, trasformazione e perdita. I materiali esposti provengono in parte da una collezione destinata alla creazione di un museo archeologico in Palestina, mai realizzato a causa dei conflitti: un dettaglio che rafforza il senso profondo del progetto, sospeso tra conservazione e mancanza.

Il patrimonio culturale tra perdita e responsabilità

La mostra si inserisce nel dibattito globale sulla distruzione del patrimonio culturale nei contesti di guerra. Non si tratta solo di siti archeologici o monumenti danneggiati, ma anche di comunità disperse, memorie interrotte, identità fragili. Gaza diventa così un caso emblematico di una condizione più ampia, che riguarda molte aree del mondo.

Attraverso il percorso espositivo emerge con forza l’idea che il patrimonio non sia un elemento statico, ma un organismo vivo, strettamente legato alle persone che lo abitano e lo tramandano. La sua perdita, quindi, non è solo materiale, ma anche culturale e simbolica.

Quattro sezioni per attraversare storia e memoria

La mostra si articola in quattro sezioni tematiche che accompagnano il visitatore in un viaggio stratificato. Si parte da Passato, presente e futuro in pericolo, dove il tema della distruzione del patrimonio viene affrontato attraverso materiali documentari, opere contemporanee e testimonianze visive.

Segue Gaza: ponte tra Europa, Africa e Asia, che restituisce il ruolo storico della città come nodo strategico di scambi e relazioni, evidenziando le connessioni tra civiltà diverse. In Culture, incontri e dialoghi emerge la dimensione umana degli scambi: oggetti, pratiche e conoscenze raccontano un Mediterraneo dinamico e interconnesso.

Infine, Corpi, riti e memorie approfondisce la pluralità religiosa e culturale del territorio, mostrando come tradizioni diverse si siano intrecciate nel tempo, anche attraverso pratiche funerarie e simboliche.

Le voci degli artisti: memoria come materia viva

Le opere degli artisti contemporanei attivano un confronto diretto con la storia palestinese, trasformando la memoria in uno strumento critico. L’intervento di Khalil Rabah introduce il visitatore a una riflessione sulla fragilità della memoria e sullo sradicamento, mentre il lavoro di Wael Shawky rilegge la storia attraverso linguaggi teatrali e stratificati.

La dimensione domestica e quotidiana emerge nei lavori di Samaa Emad, che utilizza collage, immagini e cibo come strumenti di narrazione e resistenza. Le opere di Vivien Sansour e Mirna Bamieh riflettono invece sul legame con la terra, tra perdita e continuità.

La fotografia come traccia di memoria è al centro della ricerca di Akram Zaatari, mentre Dima Srouji chiude il percorso con opere che intrecciano dimensione spirituale e esperienza contemporanea, tra fragilità e resistenza.

 

Un invito a guardare oltre

Nel suo insieme, la mostra si configura come uno spazio di confronto tra tempi, linguaggi e narrazioni. Un luogo in cui il passato non è distante, ma continua a interrogare il presente e a suggerire possibili futuri.

Attraverso archeologia e arte contemporanea, il progetto invita a superare visioni semplificate, restituendo complessità a un territorio centrale nella storia del Mediterraneo. E soprattutto, sollecita una riflessione urgente: quella sulla responsabilità collettiva di custodire la memoria, anche – e soprattutto – nei momenti in cui rischia di scomparire.

Forme di luce, la mostra di Man Ray a Palazzo Reale di Milano|||

A Palazzo Reale di Milano, la grande retrospettiva “Man Ray. Forme di luce” propone al pubblico uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento, in mostra dal 25 settembre 2025 all'11 gennaio 2026

Martin Parr in mostra al Mudec con "Short & Sweet"|||

«Se in un anno riesco a scattare sei foto buone, è stato un anno fertile» Il fotografo inglese Martin Parr si racconta alla presentazione della mostra Short & Sweet, dal 10 febbraio al 30 giugno al Mudec di Milano

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A partire dal 20 gennaio, fino all'11 febbraio 2024, il Comune di Cesano Maderno (MB) ospita la mostra personale di Nadia Nespoli “LESS IS MORE”, un’indagine a cura di Margherita Zanoletti sulle ricerche recenti dell’artista milanese, realizzate a partire dal 2018 sino ad oggi, per definire la sua poetica sul tema dell’essenzialità.

A Genova la mostra ITADAKIMASU sul cibo degli anime, da Miyazaki a One Piece|||

Onigiri, bentō e pietanze tradizionali che hanno ispirato e unificato generazioni di otaku, nerd e appassionati di anime e avventure nel Sol Levante: Palazzo della Meridiana di Genova celebra le opere dei grandi Maestri del disegno animato come Hayao Miyazaki, Eichiro Oda e Masashi Kishimotola nella mostra "Itadakimasu. Piccole Storie Nascoste nella Cucina degli Anime"

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"Ogni cosa ripete se stessa. È stupefacente che tutti siano convinti che ogni cosa sia
nuova, quando in realtà altro non è se non una ripetizione." - Andy Warhol

Questa sembra essere la filosofia dell'artista Andy Warhol, che viene raccontata nella spettacolare mostra aperta a Milano il 22 ottobre 2022 intitolata "Andy Warhol: la pubblicità della forma". Precisamente alla Fabbrica del Vapore sino al 26 Marzo 2023, la mostra presenta oltre trecento opere divise in sette aree tematiche e tredici sezioni - illustrando la vita dell'artista dagli inizi negli anni Cinquanta come illustratore commerciale sino all’ultimo decennio di attività negli anni Ottanta connotato dal rapporto con il sacro.

La mostra, è promossa e prodotta dal Comune di Milano–Cultura e Navigare, curata da Achille Bonito Oliva con Edoardo Falcioni per Art Motors, Partner BMW e Hublot, ed risulta essere un viaggio nell’universo artistico e umano di uno degli artisti che hanno maggiormente innovato la storia dell’arte mondiale.

Alla Fabbrica del Vapore di Milano la mostra fotografica sensoriale Kyiv Review|||

Fino all'8 maggio 2022 alla Fabbrica del Vapore di Milano sarà esposta la mostra fotografica sensoriale “Kyiv review” del fotografo e artista Enzo Dell'Acqua, dedicata all'Ucraina, Paese attualmente afflitto dalla guerra

In Sardegna la Mostra di gioielli La fabbrica delle parole : il 30 aprile inaugurazione e reading poetico “I reticoli dell’anima|||

Il secondo appuntamento della “Prima Rassegna d’Arte Il Calice d’Oro”si apre il 30aprile (ore 19:30) con l’esposizione di Gioielli Poesia a stralcio-L’arte della cancellatura incontra la poesia di Maria Teresa Tedde, di  Ljuba Spreafico.

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Costa Paradiso-"Per me è un'emozione essere in questa terra, perché la Sardegna è uno dei miei posti del cuore, se non il Posto del cuore. Qui ho trovato la bellezza, data dai paesaggi stupendi e incontaminati, ma ho trovato anche l'amicizia, l'amore... e ho trovato soprattutto delle persone vere. Secondo me la cosa importante dei posti, al di là del fascino della natura, è l'affetto e il calore emanato dalle persone che ci vivono. 

Questo calore, per altro verso, quello "artistico" io l'ho trovato in un materiale solo apparentemente freddo, la roccia. Le rocce che vedete in questa mostra sono quelle di Capo Testa, a pochi chilometri da qui, ma in realtà le meravigliose rocce di Costa Paradiso, allo stesso modo, nascondono delle immagini, dei mostri, delle fate...ognuno può trovarci della suggestioni intime e incredibili.

Ho voluto, con queste foto, narrare i miei sogni e le mie visioni alla vista dei paesaggi galluresi, in particolare al cospetto delle rocce che sembrano mimare figure umane, animali e mitiche, regalandoci emozioni e voli di fantasia."

 

 

 

 

Queste le parole di Irene Franchi, che ha inaugurato con la mostra "Stones", dedicata alle formazioni rocciose di Capo Testa, la "Prima Rassegna D'arte Il Calice D'oro", che spazia tra le più disparate declinazioni dell’arte, inscritte nella magia ineguagliabile della Gallura.

Sponsor della rassegna sono: Costa Paradiso Resort, Li padulazzi Resort, Lola comunicazione e Re/max Mistral Costa Paradiso.

 

La promozione della rassegna è curata da Verbatim Ufficio Stampa.

Le opere di Irene Franchi saranno visitabili (e acquistabili) presso il Ristorante "Il Calice D'Oro" negli orari di apertura del locale (12.30/ 14.30 e 19.30/23.00) fino al 25 aprile.

La Gallura è già stata lo scenario di molti videoclip della regista, cha ha voluto fortemente il paesaggio dell'Isola ad accompagnare diversi brani prodotti dall'etichetta sarda La Stanza Nascosta Records, del musicista e produttore Salvatore Papotto (cha ha accompagnato, tra l'altro, il vernissage con delle musiche confezionate in instant composing)

 

Irene Franchi, che ha curato anche il Catalogo d’arte della Rassegna, è filmaker e fotografa professionista formatasi all’Accademia di Belle Arti di Carrara e docente di Editing video al biennio specialistico del Dipartimento di Fotografia all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova.

Da 14 anni lavora con entusiasmo e dedizione nel mondo dell’arte, nello specifico della produzione video e foto professionale.

 

Figlia d'arte (il padre è il noto scultore e pittore Franco Mauro Franchi) Irene Franchi racconta: "Sono nata e cresciuta nello studio di mio padre scultore, imparando a conoscere i linguaggi tradizionali delle arti, integrandoli e sviluppandoli in nuove forme visive, così da ampliare costantemente la sperimentazione di nuovi linguaggi."

 

Stones- scrive la curatrice della rassegna Claudia Erba nello scritto critico all'interno del Catalogo d'arte della rassegna (curato dalla stessa Irene Franchi, N.d.R)- si pone a valle di un processo di spoliazione, di sottrazione sistematica e “asciugatura” del dettaglio, che rivela infine l’essenziale, nella sua forma primaria e ancestrale, finendo col delineare geografie quasi scultoree, che sembrano sottrarsi al flusso del tempo e farsi pura presenza.

 

Il linguaggio video- racconta Irene Franchi- è quello a me più congeniale, consentendomi una grande libertà di espressione artistica- ma, aggiungiamo noi, l'attitudine ibridante che caratterizza la sua espressione artistica le consente di padroneggiare con maestria anche quello fotografico.

Le fotografie di Irene Franchi sembrano presentare, ai nostri occhi, una sorprendente cifra materica, una consistenza viscerale e tattile che coniuga geometria e lirismo, restituendo un paesaggio reale che è nel contempo territorio dell'anima.

 

Barbara Spadafora

 

 

 

 

 

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