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Nerospinto ha assistito all'ultima serata milanese di rappresentazione del famoso musical Frankestein Jr, la trasposizione teatrale dell’omonimo film di Mel Brooks del 1974 con musiche e liriche firmate dal regista stesso. Frankenstein Jr è una parodia della narrativa dell’ “orrore cosmico” e dei prodotti cinematografici dedicati all’opera di Mary Shelley.
Il testo, tradotto in italiano da Franco Travaglio e diretto da Saverio Marconi con la regia associata di Marco Iacomelli, riporta fedelmente in scena la comicità del film, le sue battute esilaranti, i suoi personaggi grotteschi, il tutto interpretato da un cast eccezionale, quello della Compagnia della Rancia.
Giampiero Ingrassia veste i panni del protagonista, il dottor Frederick “Frankenstiin”, erede del defunto Dr. Victor Von Frankenstein, interpretato da Roberto Colombo, il folle dottore di Transilvania, creatore di terribili mostri, che nutre il sogno di sconfiggere la morte. Elizabeth, la bisbetica e caustica fidanzata di Frederick, è interpretata da Giulia Ottonello, fantastica attrice e cantante. Mauro Simone è Igor il servo, gobbuto e buffonesco, sicuramente il personaggio più amato ed acclamato dalla sala. La spaventosa governante Frau Blücher, altro personaggio memorabile, è Altea Russo, interprete senza rivali. Valentina Gullace interpreta Inga la bionda e procace assistente di Frederick, che ne conquisterà le attenzioni. Il mostro, l’enorme e terribile creatura di Frankestein, è Fabrizio Corucci . Felice Casciano è l’ispettore Kemp, capo della polizia locale. Davide Nebbia, l’eremita cieco e solo del bosco, stufo della vita in solitudine, alla ricerca di una persona amica. Michele Renzullo è Ziggy, il buffone che abita e rallegra la tetra Transilvania.
Al Teatro della Luna lo spettacolo, un carnevale gotico, esilarante e lugubre allo stesso tempo, si è concluso con successo di critica e pubblico. I dialoghi in italiano adattati sapientemente alla sceneggiatura. Impeccabile la scenografia, la ricreazione delle meste ambientazioni notturne, del castello gotico di Victor Von Frankenstein, della cantina attrezzata a laboratorio, che, nonostante le circoscritte dimensioni del palco, ha funzionato in maniera sbalorditiva. Una visione estatica i costumi, il rosso e nero predominanti in perfetto accordo con il sipario e la scenografia. Le coreografie hanno divertito e coinvolto il pubblico, dando respiro alla trama e trascinando gli spettatori in un turbinio di suoni e colori, balli e risate. Formidabili i suoni dalle eccezionali capacità illusorie: ululati, demoni, solitudine, obbrobriose creature immonde, mostri repellenti sembravano pervadere tutta la sala.
A noi di Nerospinto il musical Frankestein Jr piace perché è diverso dai soliti spettacoli: mette in scena la paura e il divertimento, e, in chiave allegorica, la follia e la realtà.
Sara Negri
Lo spettacolo continua il tour nei principali teatri italiani: Politeama Genovese di Genova, Teatro Alfieri di Torino, Il Rossetti di Trieste, Teatro Augusteo di Napoli, Teatroteam di Bari, Europauditorium di Bologna e tanti altri.
Per info:
www.frankensteinjuniorilmusical.it
www.facebook.com/frankensteinjuniormusical
Twitter @CompagniaRancia #musical #frankensteinjunior #sipuofare
Spesso accade che uno stilista inizi dalla linea di una silhouette per tratteggiare un segno. Un segno che procedendo diventa forma, per poi trasformarsi in abito. All’interno di quei tratti si fondono cromie, pattern e tessuti, sviluppando una collezione di capi. Un guardaroba che rimanda a suggestioni, citazioni, produzioni pittoriche, richiami di un’epoca o tentativi di rottura e dissociazione.
Marcel Rochas fu uno dei pochi stilisti che a metà degli anni ‘20 concepì l’abito con una preventiva ambizione: ridefinire la silhouette, ridisegnare il corpo femminile. Prima del segno, prima della forma, è il corpo a dover essere tratteggiato.
Nei primi due decenni di attività, il presupposto estetico di Rochas trovò espressione nella forzatura dei volumi, volti a modificare o esaltare le linee del corpo femminile. La donna come imbastitura, intorno alla quale il peso dei tessuti e il colore e la trama ne trasformavano la percezione, modificandone la forma.
L’influenza e l’incoraggiamento di artisti come Jean Cocteau, Christian Berard e Paul Poiret, così come il rapido successo conquistato nello star system, consacrarono ben presto Rochas nell’olimpo delle più importanti maison francesi. Mea West, Carole Lombard, Marlene Dietrich sono solo alcune celebrità che contribuirono a portare Rochas alla fama, fornendo anche l’ispirazione per quello che sarebbe stato uno dei più illuminati e pionieristici fenomeni di diversificazione di una griffe: veicolare su un profumo, e in seguito su una sofisticata e complessa linea di cosmetici, l’allure di un brand.
La più diretta manifestazione del lavoro di Rochas sull’anatomia femminile, fu l’invenzione della guêpière nei primi anni ’40. Dal francese “guêpe”, “vespa”, era nata con la funzione di restringere la vita, esasperando il fianco femminile. Da strumento funzionale, correttivo del corpo, negli anni assunse una valenza sempre più squisitamente estetica, in alcuni casi diventando il capo icona di fenomeni stilistici e di diverse divagazioni sul tema.
La breve attività stilistica di Rochas, morto nel 1955 a 53 anni, non si esaurì in questa scoperta: a lui si attribuiscono numerose intuizioni e innovativi sviluppi creativi quali l’introduzione del pantalone di fattura maschile nel guardaroba femminile, le tasche nella camicia, il ricorso a sofisticate fantasie e trame, frutto di contaminazioni artistiche colte. Con la morte prematura del suo fondatore, la maison francese, sotto la presidenza della moglie Hélène, subì una fisiologica dispersione stilistica e non attuò una tempestiva e vincente strategia nel competitivo panorama delle grandi griffe. Nonostante questo, l’azienda riuscì a sopravvivere e a rinverdire l’allure creata dal suo fondatore, attualizzandola nei decenni a venire.
Lo stilista belga Olivier Theyskens, negli anni 90 riportò la griffe sotto i riflettori del sistema moda, grazie anche ad un abito indossato da Madonna per la cerimonia degli Oscar nel 1998 che contribuì a ridare al nome di Marcel Rochas una valenza attuale e contemporanea.
Dal 2008 a oggi Rochas è sotto la guida di Marco Zanini, stilista milanese, la cui formazione vede un passaggio decisivo in Versace e in Dolce&Gabbana. Zanini coglie magistralmente l’opportunità e i limiti di una griffe dal nome altisonante e da una storia dai confini sfumati, dichiarando «Rochas è un nome che risuona da lontano, carico di fascino». Con questo presupposto, i suoi capi evocano grandiosità senza celebrarla o ripercorrerla, senza lasciar trasparire alcuna nostalgia. Le sue collezioni nascono intorno alla sartorialità dell’abito, su volumi precisi e tessuti preziosi. Un linguaggio accennato e raffinato che trova una perfetta sintonia con un’immagine di donna contemporanea: sensibile, complessa, contraddittoria e sofisticata.
I materiali, le fantasie e le cromie sono la tela dei suoi dipinti; quadri che raccontano di donne in movimento senza bustini, a tratti impalpabili e oniriche, che affermano la loro femminilità in un codice solo accennato, mai esasperato, nella consapevolezza che una vita stretta, oggi, è una questione più mentale che relegata a lacci e stecche.
La nostra epoca si caratterizza dalla crescente ricerca di qualcosa che vada al di là del mero materialismo e dei consumi che intorpidiscono l'uomo contemporaneo. Sembriamo non avere mai tempo, siamo sempre di corsa e di fretta; ma arriva, a un certo punto nella nostra vita, l'esigenza di ritagliarci un'ora per staccare la spina, spegnere la nostra testa abbandonare i problemi e costruirsi in un rifugio sicuro.
Molta gente sceglie lo Yoga come mezzo per realizzare questo bisogno e, di conseguenza, la domanda sta diventando ovunque sempre maggiore, Milano inclusa. Nasce cosi il problema di quale insegnante o di quale scuola di yoga scegliere.
Tanta gente si rivolge a me per chiedere un parere. Il consiglio che dò a tutti è quello di provare, provare e ancora provare presso diverse scuole, scegliendo poi l’insegnamento più adatto alla propria personalità, al proprio corpo e alla propria mente. E' come provare diversi vestiti quando si va a fare shopping, perché non dovremmo fare lo stesso con le discipline che ci promettono uno status di vita migliore?
Proverò a riassumere alcuni step che definirei “oggettivi” per valutare, dopo una lezione di prova, una scuola di yoga.
CONOSCENZA YOGICA Mi rendo conto che, per chi si avvicina per la prima volta a questa disciplina, non è facile comprendere appieno la preparazione o meno di un insegnante. Tuttavia può capitare di incontrare molti insegnanti che hanno grande carisma, grandi doti comunicative, ma scarsissima preparazione tecnica riguardo gli allineamenti delle Asana e i rischi in cui un nuovo allievo può incorrere eseguendo determinate posizioni. Un buon insegnante fa due chiacchiere con il nuovo arrivato chiedendo se ha problemi fisici di sorta: nessun maestro vorrebbe mai che una persona che soffre di sciatica inizi a fare Yoga (perché no, tutti possono far yoga) rischiando di rimanere bloccata sul tappetino di pratica. E' bene che anche voi comunichiate, all'inizio di ogni prima lezione di prova, se avete qualche deficit particolare o problemi muscolari. Un buon insegnante saprà adattare la Sadhana (pratica fisica) alle vostre esigenze, senza farvi sentire “in colpa” o “diverso”. Egli dovrebbe essere in grado di far sembrare tutto naturale mentre si occupa di scegliere delle Asana che non vi arrechino danno. E’ bene infatti avvertirvi che, essendoci molta richiesta, vi sono altrettante persone, non tutte, che si improvvisano insegnanti, non conoscono gli allineamenti delle posizioni e i loro effetti e sono spesso totalmente impreparati su quelle che sono sia le radici storiche dello Yoga sia le sue ali, ovvero le sue nuove evoluzioni, sia filosofiche che anatomiche ed energetiche.
“Il vero saggio è colui che sa di non sapere” (cit.Socrate)
Direi che la frase dice tutto. Per orientarsi al meglio nella scelta delle scuole di Yoga è bene sapere che la cultura yogica è davvero sconfinata. I migliori insegnanti sono quelli consapevoli di sapere solo una piccola parte dell'enorme bagaglio filosofico e spirituale dello Yoga.
L'UTILIZZO DEGLI “INGREDIENTI” NEI CORSI Bisogna verificare che le componenti di un determinato stile di Yoga siano tutte utilizzate. Anche un corso di Hata Yoga, lo yoga apparentemente più improntato sulle Asana (posizioni), deve possedere all'interno della Sadhana uno spazio per il Pranayama (esercizi di respirazione) e di meditazione. Ricordiamoci che lo Yoga parte dal fisico per penetrare all'interno della nostra mente, del nostro “io”: è un processo psicofisico, non una semplice serie di esercizi fisici.
MA QUANTO MI COSTI! Ovviamente non è da trascurare la parte dei costi dei corsi delle diverse scuole di Yoga che avrete provato. Se un costo vi sembra maggiore, una volta fatta la lezione di prova, dovreste riuscire a capire perché una scuola costa di più rispetto a un'altra. In caso contrario potrete anche chiedere direttamente alla scuola le motivazioni di un determinato costo. Generalmente a Milano, facendo una media di quello che mi è capitato di vedere, funziona così:
Personalmente, penso che se una cosa fa star bene non c'è da badare a spese. Sempre nei limiti delle proprie possibilità.
DIMMI COME COMUNICHI E TI DIRO’ CHI SEI La comunicazione è importante, soprattutto in una città fondata sull’ immagine come Milano, ma attenzione a come una scuola si propone a livello pubblicitario: ricordiamoci che lo Yoga è una disciplina, un'arte o una scienza quindi va provata, non pubblicizzata con troppi fronzoli. Diffiderei da scuole che fanno troppe promesse. Apprezzo invece le scuole che si limitano semplicemente a descrivere il corso e i suoi benefici.
PRATICA FISICA/PRATICA PSICOLOGICA E' bene capire quale disciplina fa per noi, e ciò si ottiene solo provando. Molti mi chiedono cos'è l'Hata o Satyananda o l'Ashtanga o lo Yoga Integrale, che personalmente io pratico al Parsifal...tuttavia quello che dico sempre è di provare, provare, provare tutto: ovviamente descrivo anche le differenze, non sono così crudele! Anche io sono andato e mi reco a fare delle lezioni di prova in altre scuole, per valutare la differenza tra lo stile di Yoga che pratico e lo stile che mi accingo a fare, traendo le dovute conclusioni e cercando interiormente di percepirne gli effetti. Ecco, provare diversi stili sviluppa anche una capacità di ascolto del proprio corpo: saper ascoltarsi per affinare la propria capacità di giudizio e scegliere una cosa che faccia bene, che crei piacere; capacità che l'uomo contemporaneo sembra aver ormai perso. Fare delle prove aiuta a ritrovare un metro di giudizio per comprendere meglio ciò che ci fa bene. Sbaglia chi giudica una determinata scuola in base alla sua fama o alla pubblicità che sta dietro uno stile di Yoga piuttosto che ad un altro.
IL CONTENITORE E L'AMBIENTE PER LA PRATICA Uno sguardo all'architettura e all'interior design. Una scuola di Yoga dev'esser anche pensata per preparare l'allievo a ricevere i propri insegnamenti, ciò mediante elementi che vanno dai colori alle finiture, dai materiali alla musica, dall'incenso utilizzato (per carità non quello che vendono alle bancarelle) al pavimento, dall'accoglienza alla pulizia. La pulizia è fondamentale: lo yoga va assolutamente praticato in un luogo pulito e ordinato. Come possiamo fissare la nostra mente se avendo gli occhi aperti vediamo un rotolino di polvere che va e viene o se fissiamo un punto con lo sguardo su una parete incrostata? Inoltre, per quanto riguarda il colore nella sala di pratica, studi di colorimetria hanno dimostrato che l'utilizzo di determinati colori caldi o freddi stimolano o rallentano il sistema nervoso simpatico e parasimpatico (simpatico il nome, non trovate?) riuscendo a far scattare meccanismi psicologici atti a rilassarci. In conclusione: guardate i dettagli. Come diceva Mies: “Dio è nei dettagli!”
Un ultimo consiglio: non accontentatevi di quello che pensate o vi dicono sia giusto, ma cercate la scuola in cui vi sentite davvero a vostro agio, che vi permetta un ascolto più in profondità di voi stessi e che vi faccia evolvere, crescere e rilassare.
Namasté, Vittorio Pascale.
2008. Marzo.
Gerusalemme.
La città santa si sta risvegliando dal suo consueto inverno caldo e arido. Mandorli in fiore e profumi di zagare invadono le vie di Gerusalemme. È fermento. Sono i preparativi per la processione cristiana della Domenica delle Palme, e per la “Pesach”– la Pasqua Ebraica.
…un’ordinaria primavera in Terra Santa insomma.
Non per tutti però.
C’è un ragazzo che si muove calmo tra intrecci di stradine di pietra e luoghi sacri, scansando giovani vestiti a festa, armati di cornamuse e tamburi. Ha altro per la testa. Sta per pubblicare il suo primo album, “The Reckoning, insieme agli amici di una vita, i Mojos.
Lui si chiama Asaf.
2012. Giugno.
Berlino.
A giugno le notti sono brevi e il buio sopra Berlino dura solo poche ore.
Jacob Dilßner non ha sonno. È uno studente di filosofia con la passione del djinig. Quando mixa si fa chiamare Wankelmut. Non ha impegni in quei giorni. Nessun ingaggio in qualche club della città. Nessuna voglia di studiare.
Una sera decide di rilavorare con il suo Ableton Live - software di produzione musicale - un pezzo scovato in rete. È “The Reckoning Song” di Asaf Avidan.
Lo spoglia. Conserva solo la voce del ragazzo israeliano e velocizza il riff della sua chitarra, aggiunge una base minimal ed ecco che “The Reckoning Song” diventa “One Day”.
Jacob carica il pezzo su SoundCloud. È subito gloria.
Milioni di ascolti trascinano Wankelmut e Asaf alla consacrazione su Beatport, santuario per ogni Dj che si rispetti.
2012. Dicembre.
Torino – Hiroshima Mon Amour
C’è un chiacchiericcio diffuso in sala, odore di alcool e tabacco.
Sul palco solo uno sgabello, un pianoforte sullo sfondo, qualche foglio sparso vicino al microfono. Una scenografia spoglia arricchita solo da qualche luce morbida che regala all’Hiroshima quell’atmosfera intima e autentica tipica dei piccoli luoghi di culto.
Asaf è solo. Sta portando in giro il suo nuovo lavoro, “Different Pulses”.
Sale sul palco così, chitarra tra le braccia, fisarmonica al collo, fisico asciutto e definito strizzato in una canotta bianca e in un paio di jeans. Solo lui e la sua voce… E che voce! È un suono ancestrale, senza sesso, tocca tutte le tonalità, le graffia e le abbraccia con un controllo assoluto in una serie di smorfie sofferenti e partecipate.
Asaf canta e, cosa ben rara, il pubblico zittisce se stesso. E fa bene, perché Asaf va ascoltato, sia che canti sia che racconti di sè.
"Sono musicista solo da 6 anni, e non sono poi molti... Ho iniziato perché una ragazza mi ha spezzato il cuore. Quando suonavo in casa, lei se ne stava sul divano a guardare qualche soap opera, e mi gridava: “Chiudi la porta Asaf, non c’è bisogno che urli così fucking forte!” Allora chiudevo la porta e cantavo più forte di prima, così che potesse sentirmi comunque. Ecco, è così che ho scritto la prima canzone, per la ragazza dall’altra parte del muro."
(n.d.r. la canzone è
)
Canta anche “
”, quella stessa che Jacob ha trasformato qualche tempo prima in “One Day”, ma la canta piano e le restituisce la sua autenticità.
2013. 23 aprile.
Milano.
Asaf torna in Italia.
Da non perdere.
I biglietti qui.
Si è spenta lo scorso primo novembre uno dei più grandi architetti e designer italiani, Gaetana “Gae” Aulenti, donna dal forte carisma, tanto da segnare indelebilmente la storia dell’architettura contemporanea. Nata in provincia di Udine, nel 1927, si laureò in architettura al Politecnico di Milano, iniziò la carriera accademica prima come assistente di cattedra a Verona e successivamente a Milano. Si formò in un clima come quello degli anni ’50 milanesi, dove si stava tentando un recupero dei valori architettonici del passato, convergendo nel movimento Neoliberty, come reazione al razionalismo.
La critica ha più volte identificato proprio nell’Aulenti colei che per prima, senza finzioni o falsi moralismi, aveva provveduto alla crisi del Movimento Moderno, mettendo da parte il culto dei maestri, metodologie e tecniche per applicarsi senza remore alla sperimentazione di nuovi e più attuali linguaggi.
Soprannominata la “pendolare del bello”, si presentava come una donna fredda ma cordiale, semplice, quasi claustrale, con quel capello corto e quel tono duro, aspro, che le permetteva di tenere testa a qualsiasi interlocutore. Ci si stupisce osservando le sue opere da architetto: ha sempre rifiutato partnership maschili per portare avanti i propri progetti. Apprezzare questo fatto oggi, dopo l’esperienza femminista, con una rivoluzione dei ruoli tra i generi che ancora oggi non si è conclusa, può sembrare marginale; eppure, ripensata agli anni ’50-’70 quando la situazione era certamente diversa, testimonia senza dubbio la forza di carattere di questa donna architetto, che affermava che il profumo migliore fosse l’odore del cemento e il suo obiettivo quello di rincorrere la semplicità, uno dei traguardi più difficili da ottenere.
La notorietà arrivò a metà degli anni Sessanta, quando disegnò la lampada da tavolo Pipistrello, un capolavoro di design dalle forme semplici, ma nello stesso momento ricercate ed eleganti; sarà la collaborazione con la Olivetti, nota produttrice di macchine da scrivere, a portare Gae Aulenti alla fama, tanto che di lì a poco arriveranno le prime importanti commissioni, come le ristrutturazioni chieste da Gianni Agnelli per l’appartamento in zona Brera e per altri progetti.
Membro attivo di numerosi comitati direttivi di riviste del settore, si avvicinò al mondo dei musei, curando la ristrutturazione e l’allestimento di alcuni tra i più prestigiosi edifici storici nazionali: Napoli, Bari, Palermo, Ferrara per citarne alcuni. È proprio in questi esempi che si evince quanto la Aulenti aveva a cuore: la decisione di mettere la sua architettura in stretta relazione con l’ambiente urbano già esistente, che prende a modello, quasi fosse la forma generatrice della sua idea, per creare spazi unitari ma dove i singoli elementi emergono in tutta la loro potenza.
Donna dal carattere forte non si lasciava sconvolgere dalle polemiche: quando nel 2007 il rosso lacca utilizzato per l’Istituto italiano di cultura a Tokyo venne definito “grottesco” e per qualcuno avrebbe potuto minare le relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, la Aulenti rispose “rosso è, e rosso rimane”, chiudendo ogni margine di trattativa.
Anche nella sua Milano non fu esente da polemiche e scontri: alla fine degli anni ’90, viene incaricata di ripensare gli spazi della stazione Cadorna, decidendo di porre al centro della piazza la scultura della coppia svedese Oldenburg, il famoso ago e filo in acciaio e vetroresina di diverso colore, quale omaggio alla famosa industriosità dei milanesi, incapaci di stare con le mani in mano. La critica non perse tempo, anche il sindaco Moratti si scagliò contro l’opera, arrivando a proporre di spostare l’opera in un parco della periferia. I milanesi furono d’accordo: da un sondaggio risultò che parteggiarono per il sindaco. L’opera però è ancora lì!
La fama della Aulenti varcò presto i confini italiani: in Francia, la “magicienne des formes”, realizzò uno dei suoi più grandi capolavori: il Museo d’Orsay, disegnando tutto lo spazio sotto la grande volta di vetro, inventando gli elementi d’arredo, dai mobili alle panchine, dalle sedie al desk d’ingresso, tanto che qualcuno la accusò di essersi fatta prendere un po’ la mano, preoccupandosi di valorizzare di più il suo lavoro che le opere che avrebbero dovuto essere esposte.
Gaetana non fu soltanto designer e architetto: negli anni ’70 cominciò la sua attività in campo teatrale, diventando scenografa e costumista. Il teatro diventa il mondo dove la trasgressione è concessa: lo spazio della scena viene per la prima volta identificato come antitesi alla platea e quindi deve perdere la sua forma codificata per sperimentare. La scena non è più soltanto un contenitore da abbellire ma un vero e proprio spazio in cui giocare.
A noi di Nerospinto piace ricordare Gae Aulenti perché ha saputo far valere i diritti delle donne senza essere femminista, ha saputo dimostrare che l’architettura non è solo un mestiere da uomini, ha saputo diventare uno dei grandi maestri dell’architettura senza essere un archistar.
Jazzista, paroliere e musicista. Il primo marzo 2012 la musica italiana perde uno dei piú compianti cantautori del panorama musicale italiano: il grande Lucio Dalla. Risale ad un anno fa la notizia dell’infarto che lo ha stroncato all’età di 69 anni, subito dopo aver partecipato al Festival di Sanremo di quell’anno, mentre si trovava a Montreux, in Svizzera, per una tourné, lontano dalla sua amata Bologna.
Lucio si avvicina alla musica sin da molto giovane suonando la fisarmonica e il clarinetto. Nasce a Bologna il 4 marzo 1943, data alla quale dedica una canzone che fece un certo scalpore in RAI, causandone la censura del verso “e anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino”. Cantautore audace e senza vergogna, un po’come noi di Nerospinto, comincia la sua carriera suonando jazz con i Rheno Dixieland Band e come turnista con il suo clarinetto per una canzone di Edoardo Vianello. All’etá di 21 anni arriva il suo primo 45 giri contenente ‘’Lei (non è per me)’’ scritta da Gino Paoli e che fu un fiasco clamoroso. Non scoraggiandosi pubblica il suo primo album ‘’1999’’ con la sua band, Gli idoli, ed è con la stessa che presenta la canzone “Paff…bum!” al festival di Sanremo, accompagnato dalla mitica blues band inglese degli Yardbirds. Ma la notorietà arriverà solamente cinque anni e due dischi dopo nel 1971 con “Storie di casa mia”; dopo 38 anni l’ultimo lavoro “Angoli nel cielo”.
Artista eclettico, negli anni ‘90 dirige la sua etichetta, la Pressing , per la quale incide la maggior parte degli artisti da lui scoperti, compone musiche per film, realizza programmi tv, dipinge e fa il gallerista, incide “Pierino e il lupo”, si cimenta con la musica classica, e continua la sua attività di talent-scout. Tra le numerose collaborazioni, la più assidua quella con Francesco De Gregori con il quale incide ‘’Banana Republic’’ nel 1979, poi quelle con altri artisti di spessore come il paroliere Roversi, Bruno Lauzi, Paolo Conte, Gianni Morandi a Francesco Guccini con cui ha scritto “Emilia” come omaggio alla loro regione natale. Dopo trent’anni di produzioni notevoli, nel 2001 esce “Luna Matana“ ispirato a Cala Matana, una spiaggia dell’isola San Domino dell'arcipelago delle Isole Tremiti presso la quale ha un appartamento e che si rivela lavoro non all’altezza delle sue capacitá. Seguono altri album che diventano sempre meno noti, fino alla splendida ‘’Nani’’, ultimo regalo sanremese dell’anno scorso, cantato con l’ultima sua scoperta Pierdavide Carone.
Sono tante le manifestazioni in ricordo della sua scomparsa. Il 4 marzo, giorno del suo compleanno, verrá pubblicato un nuovo vinile in tiratura limitata che conterrà '' Notte di luna calante'', un brano di Domenico Modugno inciso da Lucio Dalla nel 1997. Seguirá, lo stesso giorno, il grande concerto a lui dedicato che si terrá a Bologna, sul palco di Piazza Maggiore, e vedrá la partecipazione di Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Renato Zero, Ornella Vanoni, Ron, Negramaro, Marta sui tubi, Pino Daniele e Gigi D’Alessio. A condurre lo show l’amico e collega Gianni Morandi. Il giorno prima, il 3 Marzo, Bologna ha inoltre ideato per il suo cittadino illustre, un'iniziativa insolita dal nome ''Una canzone per Lucio'' dove propone di aprire finestre, porte, sportelli delle macchine e diffondere le note di Lucio per tutta la cittá lasciando che le sue canzoni la inondino avvolgendola con la sua presenza. Come non citare infine il suo ultimo lavoro ‘’Pinocchio’’, film del disegnatore Lorenzo Mattotti e il regista Enzo d'Aló, autore del lungometraggio d’animazione "La Gabbianella e il Gatto’’, che lo ha visto impegnato negli ultimi anni della sua vita, nel curare la colonna sonora e doppiare uno dei suoi personaggi, il Pescatore Verde. Pinocchio , versione lontana da quella Disney, che vuole avvicinarsi in maniera molto piú fedele al romanzo di Collodi, è stato presentato alla 69esima mostra del cinema di Venezia ed è nelle sale cinematografiche dal 21 Febbraio.
Nerospinto dedica al cantautore e ai suoi lettori questo simpatico backstage, uno degli ultimi e divertentissimi Lucio.
Quello del massaggio è un universo che ha origini molto antiche, da millenni si occupa del benessere fisico, mentale e spirituale delle persone.
Le tensioni, i dolori, gli acciacchi fisici sono quasi sempre problemi che derivano da altrettante tensioni, dolori, malesseri mentali ed emotivi.
Quello che si fa di solito è prendere una pastiglia per far passare il dolore, ma in realtà è la causa che è spesso trascurata e con il passare del tempo quei sintomi si ripresentano portando a conseguenze sempre più gravi.
E' come se si accendesse la spia dell'olio sul cruscotto della macchina e noi pensassimo solo a far spegnere la spia piuttosto che a portare l'auto dal meccanico e risolvere il problema.
I massaggi hanno una funzione non solo di cura verso i dolori che tutti conosciamo, ma piuttosto di benessere, prevenzione dello stress e mantenimento dello stato di buona salute.
In Oriente la persona è considerata come l'unione di corpo, mente e spirito e questi tre elementi non possono essere separati. Proprio per questo motivo discipline come lo yoga, i massaggi, la meditazione sono alla base della vita di tutti i giorni, un'abitudine quotidiana, come da noi bere il caffè al bar.
Le persone in India, in Cina, Giappone, Thailandia da sempre riconoscono il valore profondo di certe discipline e le applicano e praticano per star bene a 360 gradi.
Ad una mente rilassata e serena corrisponde sempre un corpo privo di dolori, di tensioni muscolari, di cervicali dolenti, di malattie.
La maggior parte delle malattie si formano sotto l'influenza del sistema nervoso ortosimpatico e se una persona vive costantemente sotto il controllo dell’ortosimpatico tende a cronicizzare le tensioni e alla lunga ad ammalarsi.
Di notte, durante una pausa, un massaggio o una situazione serena è il sistema nervoso parasimpatico che prende il sopravvento e questo permette all'individuo di aumentare il proprio sistema immunitario, produrre ormoni della crescita etc.
Fondamentale quindi per il proprio benessere fare in modo che il sistema nervoso parasimpatico sia più attivo rispetto a quello ortosimpatico.
Scopo del massaggio è quello appunto di aumentare in modo esponenziale l'attività del parasimpatico diminuendo fino ad annullare quella dell'ortosimpatico.
Un massaggio ben fatto corrisponde in media a 5 ore di sonno profondo!
L'effetto della mente sul corpo è assolutamente collegato e molto potente.
Quante volte siete stati dal medico e lo studio era pieno di gente e quando vi è capitato di andarci prima delle feste o prima dell'estate lo studio è sempre vuoto? Coincidenza o guarda caso la gente con la testa proiettata in un periodo sereno come quello delle vacanze non ha dolori o malattie?
Il massaggio praticato regolarmente scioglie le tensioni, ne previene la formazione, rende flessibili, migliora la circolazione, dona lucentezza alla pelle, previene la caduta dei capelli, rafforza le difese immunitarie, tonifica i muscoli, incrementa l'attività sessuale, rallenta l'invecchiamento.
In Oriente il massaggio è al centro della vita dell'uomo ancora prima che egli nasca.
La donna in gravidanza è massaggiata molto di frequente in quanto il massaggio non solo rilassa la mente ma ammorbidisce i tessuti, i muscoli, porta sangue ossigenato al feto e il parto è per questa ragione sempre molto veloce, con dolori molto limitati.
I bambini in India vengono massaggiati giornalmente fino a diminuire la frequenza verso i sei anni quando a questi viene insegnato a massaggiare così che possono a loro volta praticare sui propri cari.
Nell'immaginario comune se si pensa ad una persona asiatica non ce la si immagina mai con i capelli bianchi o con una pelle vecchia e rugosa.
Se si pensa ad una donna indiana o giapponese ce la si immagina con una folta chioma di capelli neri e lucidi e una pelle di porcellana.
Anche questo l'effetto dei massaggi.
L'aspetto mentale, spirituale ed energetico dei massaggi sull'uomo è molto importante e solo da pochi anni se ne parla anche in Occidente.
A sentire parlare di spiritualità ed energie molti ancora pensano a sette sataniche o comunità hippy.
Albert Einstein rivoluzionò il mondo della scienza ponendo nella sua famosa formula E=mc2 il segno uguale tra "E", energia, e "m", massa,ovvero materia.
Il suo genio pose le basi di un nuovo modo scientifico di vedere il mondo che ci circonda, i rapporti tra le cose e gli uomini dimostrando appunto che l'energia e la materia sono collegate.
Questo riporta al discorso che un uomo che vive in un contesto sereno, di pace, energeticamente positivo vive meglio anche dal punto di vista fisico.
Per concludere pensate che per esempio in India, i massaggi, lo yoga e la meditazione rientrano in quella che si definisce Ayurveda ossia la medicina tradizionale indiana esistente da millenni prima della nostra e ancora in vigore e sviluppo.
Se queste discipline sono incluse in campo medico beh...le conclusioni a voi.
Walter Zanca
Massaggiatore professionista
Era estate quando conobbi per la prima volta i ragazzi di The Mad. Atomic Bar, caldo torrido, serata in fermento e tante aspettative. Sono arrivati direttamente dall'after del giorno prima, o quasi, in un due macchine. Sgommata di fronte al locale (ndr: la sgommata potrebbe essere frutto della fantasia dell'autore) ed eccoli uscire in strada. Una ciurmaglia di loschi individui si parano davanti a me, giacche di pelle, creste e rasta. Ci salutiamo e già l'alone di cattiveria svanisce, affettuosissimi tutti e soprattutto beneducati, qualità rare ormai. Il dubbio però rimaneva: cosa avrebbero suonato? Già immaginavo una selezione rock duro con picchi di metal e una spruzzata di ska, che non fa mai male. Il pubblico avrebbe apprezzato? Abituato com'è a una serata elettro e turbofunk?
Somma gioia e sorpresa nel sentire questo:
Quello che avete appena ascoltato è il pezzo di dj EBF edito per la DAM records , tutt'altro che Gun's 'n Roses o Metallica.
I Set dei due dj, EBF e Fist, è stato un misto tra pezzi dubstep, techno, minimaltechno e house, una goduria per le orecchie e, vi posso assicurare, si è sudato molto quella sera.
Questi sono i ragazzi di The Mad: un'adolescenza passata ad ascoltare il meglio del rock, sui murazzi a far casino con gli amici e trovare un modo per passare le estati. Come idoli James Hetfield, Jimi Hendrix e Jim Morrison, eroi di un tempo in cui si compravano i dischi ed era stupendo trepidare in attesa delle nuove uscite.Bello direte voi, ma prima o poi deve finire la pacchia e bisogna guardare avanti, un lavoro onesto, in ufficio, sveglia alle sette e cravatta stirata. E invece il bello viene proprio adesso che non sono più ragazzini, ora che hanno fatto del divertimento il loro lavoro e molti amici, da tutte le parti del mondo, si sono uniti alla loro ciurma.
The Mad infatti è un'associazione culturale che promuove a tutto tondo la cultura della musica e delle arti a Torino (e non). The Mad Club, The Mad Live e The Mad Incontra: tre facce della stessa medaglia (paradossale eh?), una medaglia fatta di passione, sudore e tanto divertimento.
Non c'è modo a Torino di non conoscerli, tra le serate sui murazzi negli storici locali come l'Acua e l'Alcatraz, e i progetti più alternativi come Torino Sotterranea, per le band emergenti.
Da quest'anno preparatevi a vederli sempre più spesso a Milano, perchè i ragazzi hanno sete di conquista e dopo il Piemonte, anche la capitale della moda è sotto attacco.
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Il primo appuntamento è lunedì 28 all'Atomic Bar, zona porta Venezia, all'interno della serata Human, per una notte in grande stile.
Rimanete Umani, rimanete Vivi!
DJ MADEMOISELLE EM
Emilie Fouilloux nasce ballerina di danza classica, diplomata presso l’Opera di Parigi. A soli diciassette anni, lavora al Manuel Legris, al Miami City Ballet e dal 2006 presso La Scala di Milano. Inizia la carriera di DJ come Mademoiselle EM_labbra rosso fuoco, onde scure, voce fruttata_ resident al Costes, si confronta subito con DJ quali Tom Costino e Simon Rezlem. A Milano lo scorso settembre il lancio come bellissima DJ per la Vogue Fashion Night Out presso Corso Como 10. Et voilà le fabuleux destin d’Emilie…
Da ballerina di danza classica al dj setting, com'è nata questa passione? Mlle EM: Questa passione è nata prestissimo, già da quando ero a scuola, già quando ero piccola facevo le playlist ai miei amici, era una cosa che facevo sempre…
In tre parole, come definiresti il tuo stile musicale? Mlle EM: Non ho uno stile musicale, adesso sto facendo playlist per dei negozi di Parigi che vanno dal pezzo classico rock all’hip-hop: è la mia particolarità, faccio un mix di tutto, però quando suono la sera rimango sull’electro.
Allora parlaci dei tuoi DJ preferiti… Mlle EM: Mi piacciono un po’ tutti i DJ conosciuti, in particolare sono una gran fan di Erick Morillo.
Come definiresti l’esperienza della Vogue Fashion Night Out? Mlle EM: Stupenda, veramente incredibile, perché alla fine della serata tutta la gente si è raccolta a Corso Como 10… Ci siamo divertiti un sacco, è stato bellissimo.
Ti piace Milano? Mlle EM: Amo Milano, ho vissuto e studiato a Milano per anni. Abito a Parigi ma appena posso torno qui.
Come artista femminile senti di rappresentare qualcosa in particolare? Mlle EM: Me stessa, veramente soltanto me stessa. Faccio le mie cose con amore e funziona.
Noi di Nerospinto siamo rimasti incantati da Mademoiselle EM, ci piace perché ha la grazia di una ballerina e lo stile di una DJ alla moda, è genuina e indossa sempre un sorriso, la sua musica è allegra e vivace e dona un tocco di spensieratezza alle nostre serate glamour.
Sara Negri
Emilie Fouilloux dedica ai lettori di Nerospinto questa Compilation ad hoc made by Mademoiselle EM:
* America, 4:46, K'naan, Mos Def & Chali 2na, Troubadour (Champion Edition)
* The Night Was Young Enough, 3:05, Rush Midnight+1 - EP
* What Wouldn't I Do for That Man?, 2:49, Annette Hanshaw Sita Sings the Blues (Soundtrack)
* Love Is the Drug (Todd Terje Disco Dub), 6:37, Roxy Music
* The World's Gone Mad, 5:24, Handsome Boy Modeling School White People
* Hondo (feat. Becky Ninkovic), 3:19, Beta Frontiers Alternative
* Facing the sun, 5:13, Fritz kalkbrenner
* I Don't Know, 3:40, Wax Tailor, Tales of the Forgotten Melodies
* Losing You, 4:22, Solange
* Il Profumo È Sempre Il Solito, 3:00, Telestar, Telestar
LO STRUMENTO UMANO la prima personale di Alessandro Sironi, a cura di Vera Agosti presso il Centro Emmaus Cultura Insieme di Milano.
Lo Strumento Umano, raccoglie una collezione di grafiche in bianco e nero definita dallo stesso artista “… non più la scissione uomo e dio, artista e opera, ma l’unione dei due concetti.” Figure astratte, pure, essenziali, definite da poche linee nere e decise ispirate alla tecnica dei cartoon. Tema delle sue opere: la musica come rappresentazione visiva e performativa, ma anche come esperienza personale di crescita. Strumenti musicali antropomorfizzati, riassumono l’essenza del divino capace di esplorare il mondo interiore dell’individuo umano.
La sera dell’inaugurazione è prevista lunedì 28 gennaio dalle ore 18.30, ad accompagnare la presentazione di Vera Agosti è previsto l’intervento dello psicoterapeuta Mauro Scardovelli, a fare da sottofondo musicale un breve concerto al pianoforte dell’artista Alessandro Sironi, disponibile ad eseguire a richiesta dei presenti un loro “ritratto sonoro”.
Cenni biografici:
Alessandro Sironi
Nato a Milano nel 1976, studia al Conservatorio di Parigi, alla scuola civica di jazz di Milano e si diploma in pianoforte al Conservatorio di Brescia. Vive in Francia dal 1997 al 2002. Viaggia per tournées concertistiche in Europa. Nel 2006 fonda l’Officina sonora, un’orchestra di venti elementi con la quale lavora per il cinema e il teatro. Nello stesso anno porta in scena la sua prima opera musicale: Esercizi di Stile. Pubblica diversi libri e una raccolta di poesie: Confessions d’undiable. Si occupa di musicoterapia e collabora con Mauro Scardovelli.
Mauro Scardovelli.
Nato a Genova nel 1948, è violoncellista, musicoterapeuta, psicologo e psicoterapeuta. Dal 1990 è trainer di Pnl ed esperto di ipnosi ericksoniana. Numerosi gli articoli e i volumi pubblicati nel campo della formazione e della terapia. E’ il fondatore di Aleph, un’associazione di pnl umanistica integrata.
STRUMENTO UMANO di Alessandro Sironi
A cura di Vera Agosti
Inaugurazione: lunedì 28 gennaio ore 18.30
Dal 28 gennaio al 6 febbraio 2013
Spazio Emmaus Cultura Insieme
Galleria dell'Unione 1, Milano (zona Missori)
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