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Nerospinto a spasso per la città alla scoperta di Mister Tea
E’ la bevanda piú diffusa e consumata al mondo, seconda solo all’acqua. Se si considera che l'acqua è una necessità per la vita allora si potrebbe dire che il tè occupa un posto davvero importante tra le migliaia di bevande. Nemmeno la Coca Cola puó superarlo…
Dall’ infusione di una bustina in acqua bollente il gioco del piacere inizia, il gioco di godere di un biscotto, una cupcake, una tazza calda di tè: il tea time che si trasforma in momento irrinunciabile.
Considerato la quintessenza della tradizione inglese deve le sue origini ad Anna, la settima duchessa di Bedford, una giovane donna vissuta agli inizi del 1800 in un tempo in cui era usanza comune consumare solo due pasti principali al giorno, la prima colazione della mattina presto e la cena in tarda serata. Indebolita e irritata dai morsi della fame, decise cosí di abbandonarsi ogni pomeriggio ad una tazza fumante di tè coccolandosi con i suoi aromi avvolgenti, meglio se accompagnati da qualche delizioso snack, dolce o salato che fosse. Questa cerimonia, inizialmente intima e consumata quasi di nascosto nella piú totale tranquillitá della sua camera da letto, diventa successivamente un vero e proprio rendez-vous, una deliziosa e immancabile parentesi delle sue giornate, da condividere con amici che la raggiungevano intorno alle 5 per sorseggiare assieme una tazza di tè. La tazzina di porcellana del periodo Vittoriano, il cucchiaino d'argento, la tovaglia ricamata, il profumo che inebria la mente: la tradizione secolare che continua a riproporsi sino ad oggi grazie alle sempre piú numerose tea rooms, che hanno iniziato a proliferare prima a Londra, poi in tutto il mondo; atmosfere di relax e gusto: il salotto di Anna.
Molti tè sono praticamente indistinguibili, altri racchiudono in una tazza qualcosa di unico nel loro genere, ma ció che li accomuna tutti sono le loro proprietà benefiche e rilassanti, una coccola per il corpo e la mente.
Come assicurarsi una selezione personale di gusto? Per gli acquisti speciali vi consigliamo nel cuore di Brera l'esclusiva boutique Kusmi Tea, dove potrete trovare un'eccellente scelta di tè provenienti dalla Russia o dalla Francia, fragranze aromatizzate con le migliori essenze di Grasse, Calabria o Madagascar. 80 varietà di tè: dalle tipiche miscele russe ai tè classici alla linea benessere Detox. Le confezioni in vendita possono essere adatte anche per dei piccoli cadeaux, in quanto la confezione super esclusiva è un vero e proprio oggetto da collezione, le sue scatole argentate rimandano allo stile dei tempi degli zar. Ogni giorno potrete degustare un tè differente in modo da scoprire e apprezzare le diverse varietà di aromi disponibili.
In piazza XXV Aprile 12 troviamo Damman Frères, la più antica boutique da tè francese, in attività dal 1692. Per chi fosse un neofita del mondo del tè il negozio organizza degustazioni e corsi.
L’arte di offrire il tè di via Macedonio Melloni 35 è un’elegante boutique di tè pregiati che offre oltre 250 varietà di infusioni, tra cui una selezione bio e fair trade per i clienti più sensibili all’eco-sostenibile. Pratico e innovativo il servizio di consegna a domicilio.
Se vi siete appassionati all’articolo e volete approfondire l’argomento vi consigliamo la lettura di:
Tè: guida al tè di tutto il mondo di Jane Pettigrew, Ed. IdeaLibri.
Oro verde, la straordinaria storia del tè di Alan e Iris Macfarlane. Laterza.
Alessandra Sporta Caputi
Pipilotti Rist, una visual artist smarrita nel mondo delle meraviglie carnali. Viaggio itinerante attraverso lo specchio, tra visioni antropomorfiche e impressioni sonore.
Pipilotti, pseudonimo che combina Lotti, soprannome di Charlotte, con Pippi, riferimento al personaggio Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, nasce come Elisabeth Charlotte Rist nel 1962 a Grabs in Svizzera.
Dal 1982 al 1988 frequenta l’Università di Arti Applicate di Vienna e la Scuola di Design di Basilea. Ancora studentessa produce la sua prima opera, I’m Not the Girl Who Misses Much (1986), video in cui si sposta da una parte all’altra dello schermo, scoprendosi il seno, mentre ripete la frase del titolo estratta dalla canzone dei Beatles "Happiness Is a Warm Gun".
Dopo aver fondato la rock-band tutta al femminile Les Reines Prochaines, gruppo col quale, dal 1988 al 1994, realizza alcuni album, concerti, video e performance dal vivo, ha inizio la sua vera e propria carriera artistica .
Nel 1992 raggiunge la notorietà con Pickelporno (Pimple porno), un lavoro sul corpo femminile e l’eccitazione sessuale, in cui le riprese, cariche di colori intensi, ambigue e sensuali, si spostano lungo i corpi di una coppia. Pipilotti Rits sviluppa un suo linguaggio estetico peculiare che si avvicina a quello dei video musicali: l’artista appare in molti dei suoi video, spesso cantando sulle soundtracks; i suoi lavori durano generalmente solo qualche minuto e contengono alterazioni di colore, velocità e suoni; i temi trattati sono principalmente collegati alla femminilità, alla sessualità e alla fisicità.
Si dedica inoltre alla creazione di installazioni multimediali, come Flying Room(1995) e Himalaya’s Sister’s Living Room (2000), in cui videocamere e monitor proiettano direttamente i filmati sugli spazi delle gallerie, e tra il 2005 e il 2009 si occupa della realizzazione del suo primo cortometraggio intitolato Pepperminta, presentato lo stesso anno al Festival del Cinema di Venezia.
Al contrario di molti artisti concettuali, i suoi lavori sono pervasi di sonorità insolite, carichi di colore, trasmettono un senso di spensieratezza e semplicità, aprono i nostri percorsi emozionali, istintivi, vitali.
Le sue riproduzioni sono affascinanti, sanno trasformare il cemento in pelle e carne, ogni installazione cambia a seconda del luogo in cui viene proiettata, le decorazioni murali prendono vita, le superfici si animano.
Pipilotti Rist gioca con la nostra sensibilità e con i nostri sensi, media per noi una nuova esperienza, che diventa esperienza endogena: esplora i nostri corpi dando forma ai nostri desideri reconditi, alle nostre perversioni, ma anche ai nostri sogni, evocando immagini rubate all’immaginario collettivo, come quelle del giardino dell’Eden e di Adamo ed Eva, ci riporta dentro il grembo materno, ad un panteismo in cui l’unico Dio è donna, una Demetra metafora della natura e del nostro ciclo vitale.
“L'unica cosa autentica che ho sono i sentimenti e i litri di silicone”. Agrado ha avuto un figlio, morto tragicamente in un incidente stradale, ne ha avuto un altro ma da un’altra donna, e non una donna qualunque. Una suora. Una suora che ha avuto un figlio da un uomo che ora per vivere fa divertire gli altri, che litri di silicone hanno trasformato in Agrado, un travestito bellissimo e pieno d’amore. E’ solo una parte, questa, del mondo di passione e colore in cui ci si immerge guardando Tutto su mia madre, premio Oscar come miglior film straniero nel 1999, espressione piena dello stile Almodovar. Il divino Pedro apre in Spagna una nuova era nella storia del cinema, gli anni ’80 condensano nelle sue pellicole le esplosioni artistiche e le contraddizioni di un paese dalla storia forte, intensa, che non potrebbe raccontarsi come succede negli interni borghesi di molto altro cinema europeo. Lo sguardo del regista entra dentro l’anima dei suoi personaggi con sfrontatezza, con violenza persino, alla continua ricerca di un’autenticità da imporre ai suoi spettatori, costretti ad abbassare le difese, incapaci di decifrare scelte stilistiche – si pensi a Parla con lei, all’incursione nel surrealismo che scorre nelle vene almodovariane, come spesso sottolineato dalla critica – legate a una visione del mondo e delle relazioni umane eccessiva e originale. L’eccesso diventa colore, rabbia e amore spinti fino alle estreme conseguenze, in un universo di personaggi mai riconciliati con se stessi e con la vita, perché lo schermo non maschera, non è finzione ma esasperazione di sentimenti selvaggi, dolci e disperati interpretati da attori-feticcio legati al regista quasi da un culto: Antonio Banderas e Penelope Cruz, per citare i nomi legati anche all’orizzonte cinematografico hollywoodiano, ma altri grandi nomi in Spagna come Carmen Maura, Bianca Portillo e Marisa Paredes. Un gruppi di attori che in 30 anni ha lasciato i set di Pedro per poi tornarci come si ritorna al primo amore, che incarna nel corpo, prima ancora che nello spirito, le parabole esistenziali estreme definite dal regista film dopo film. Specchi sporchi di vita, riflessi distorti della realtà. Le amatissime donne di famiglia, la loro forza di generazione in generazione – quella forza che in Volver si scontra con l’orrore, nel surreale spazio di una canzone portata dal vento – i variopinti travestiti alla continua ricerca d’amore in fuga dalla prigione delle apparenze, sembrano delle maschere, ma l’intima unione del regista con i loro volti, con i loro corpi – attraversati da inquadrature di poetica simbiosi – restituisce al pubblico la loro autenticità, anche quando questa significa violenza, disperazione e morte, come succede all’Antonio Banderas de La pelle che abito, apoteosi del male oltre ogni umana comprensione. Almodovar alza i toni per raccontare qualcosa che esiste, confinato nell’abisso della normalità, senza giudicare, senza risolvere con un lieto fine l’estrema ricerca di amore e di verità delle sue creature. con un linguaggio denso di riferimenti alla storia del cinema – il conterraneo Luis Bunuel prima di tutto, ma anche i maestri italiani – che diventano citazioni d’arte, pennellate dal tocco leggero e al tempo stesso abbagliante su una tela affascinante e mai banale, freneticamente animata, col segno netto e inconfondibile del grande Pedro, lui stesso icona dei suoi personaggi, affamato di verità senza compromessi, senza rinunciare a dire e mostrare perfino l’indicibile e l’inguardabile, restituendo al corpo e all’immagine il valore di simulacro perso nelle logiche consumistiche, con la bruciante passione per l’arte in tutte le sue forme.
Il male è il bene. Fino a che punto la cosiddetta morale può essere messa in discussione, tanto da sovrapporre e confondere la bontà con la cattiveria, il delitto con la giustizia?
La domanda sorge spontanea nel momento in cui si diventa spettatori di alcune tra le fiction made in USA più geniali degli ultimi anni.
Sembrano ormai storia vecchia i piccoli mafiosi di periferia (The Soprano’s) che facevano del crimine e delle ruberie la loro routine, inquadrando il male solo da un punto di vista “lavorativo” e prettamente malavitoso. Ora, a calcare le scene del piccolo schermo sono personaggi completamente diversi. Geni del male cattivi in tutti i sensi, uomini in grado di svelare il loro lato oscuro in maniera totale e, finalmente, priva di striature moralistiche.
Ed è dalla mente brillante di sceneggiatori come James Manos o Vince Gilligan che nascono due tra gli antieroi più riusciti e amati di tutti i tempi: Dexter Morgan e Walter White.
Il primo, Dexter, da il titolo all’omonima serie, arrivata oggi alla settima stagione.
Dexter Morgan (Michael C. Hall) è un ematologo in forza alla polizia di Miami. Prende molto seriamente il suo lavoro, è preparato e attento, tanto da capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer, ma non è un pazzo maniaco qualunque, è un omicida che segue un “codice”, poiché è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone più spregevoli, che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia, continuando a perpetrare i loro crimini o nascondendosi dietro figure di padri di famiglia.
Ma Dexter non uccide per vendetta o per un’innata sete di giustizia: l’unica motivazione che lo guida è il bisogno, un bisogno senza possibilità di redenzione, che lo spinge a versare sangue fin dalla sua tenera infanzia. Un bisogno certamente pericoloso, ma reso più accettabile e persino controllabile dal padre, un poliziotto. Egli, decise di crescerlo non sopprimendo i suoi istinti, ma incanalandoli all’interno di un codice, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. E certo, questa sua doppia vita lo porterà spesso a dover mentire e imbrogliare persone a lui care e vicine (la sorella, anche lei poliziotta, i colleghi, la fidanzata…) Ma il rimorso scivola via nel momento in cui il suo “dark passenger” prende il sopravvento, trascinando anche il pubblico in un buio mentale senza via d’uscita.
Il nostro secondo antieroe, Walter White (Bryan Cranston), protagonista della serie Breaking Bad, sembra inizialmente diverso.
Conduce una vita ordinaria nell’afosa Albuquerque, è il padre di un adolescente disabile e marito di una splendida donna. Mantiene la famiglia con il suo stipendio da professore di chimica e, per racimolare qualche dollaro in più, è impiegato in un autolavaggio. Tutto cambia quando, il giorno del suo cinquantesimo compleanno, scopre di avere un cancro incurabile ai polmoni. Disperato per la precaria situazione economica, sapendo di dover affrontare spese enormi per le sue cure e per una nuova bimba in arrivo, sembra aver perso ogni speranza del futuro. Attraverso suo cognato Hank, che lavora alla DEA, scopre che gli spacciatori di metanfetamine guadagnano un sacco di soldi, se nessuno li scopre, è in quel momento che decide di contattare un suo ex alunno, Jesse, che sa essere nel giro delle droghe, per fare un accordo: Walter, grazie alle sue conoscenze di chimica, cucinerà cristalli mentre Jesse li spaccerà.
Inizierà in questo modo l’evoluzione del personaggio verso i più oscuri abissi dell’animo umano. Inizialmente pervaso da sensi di colpa e spinto a delinquere solo dal bisogno di soldi, pian piano emergerà un uomo completamente diverso, nel quale la sete di potere e la voglia di superare ogni limite si farà largo così naturalmente da portaci a giustificare ogni suo crimine più efferato.
Sarà forse proprio la naturalezza e l’esattezza con cui i due registi ci mostrano la dinamica dei crimini (non sembra poi così spaventoso pugnalare al cuore un uomo e nemmeno cucinare droghe dal potenziale mortale), sarà forse la novità di trovarci a seguire delle vicende umane atipiche o sarà piuttosto un’ innata propensione verso il male, insita in ognuno di noi, che spingono queste serie verso un successo mondiale?
Infatti non si può non provare simpatia per il giovane assassino di assassini, e, sotto sotto, non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti, in fin dei conti, di un serial killer. Così come risulta impossibile non sperare che Walter riesca a farla franca ancora una volta, tifando per il suo cinismo pragmatico.
Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo personaggi come Dexter o Walt White sono le persone che tutti vorremmo essere, il lato oscuro che ci portiamo dentro ma a cui solo loro danno sfogo. Loro incarnano la vera redenzione dal “peccato” degli uomini comuni e la tendenza innata che ci distingue da ogni altro animale: il male può diventare un bene.
C’è un momento in cui l’arte lascia spazio al senso umano dello stupore e della grazia. Un momento in cui l’occhio ignaro dello spettatore/passante riesce a cogliere quel nonsoché di mistico e trascendentale che sembra riportare, anche se per poco, ogni uomo all’origine della sua forma e della sua essenza.
Ed è proprio questo che accade recandosi a visitare la mostra di Alberto Garutti (Galbiate, 1948) al PAC di Milano.
L’esposizione, curata da Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist prende il titolo “Didascalia”, parola molto importante per l’artista perché sottolinea la necessità di un’arte spiegata e da spiegare, dunque non chiusa in una turris eburnea di incomunicabilità e distanza dal suo pubblico.
Il percorso espositivo traccia l’intera evoluzione delle ricerche di Garutti, a partire dagli anni 70 fino ad oggi, che attraverso una fenomenale commistione tra arti visive, conversazione e insegnamento inquadra il lavoro dell’artista in una dimensione narrativa dell’opera d’arte.
Una sorta di racconto partecipe dell’umanità, all’interno del quale tocca temi quali il rapporto tra artista e committenza (nella serie Orizzonti - dipinti a partire dal 1987 su vetro in bianco e nero, in diverse dimensioni, ogni quadro porta il nome del suo committente) o come la riflessione dello spazio e del ruolo dell’artista nella città, basti pensare all’istallazione “Ai Nati Oggi” (realizzato in varie città dal 1998 al 2005) dove l'artista collega alcuni lampioni presenti in aree pubbliche ai reparti di maternità degli ospedali, in modo che la nascita di un bambino coincida con l’intensificarsi della luce che aumenta per poi decrescere lentamente. Facendo questo Garutti inserisce l’arte non solo nei luoghi di “cultura” ma fa diventare arte la vita comune, ridando giustizia e poeticità alle zone d’ombra dell’esistenza.
Si tratta di arte concettuale evocativa, spesso non immediata, che merita un secondo sguardo. Per l’artista l’arte è un luogo eclettico, un’epifania del vero in cui tutti fanno la loro parte, l’artista come il passante.
Una ricerca di luce sul mondo, dunque, per ridare sensibilità e bellezza attraverso l’arte, la forma più antica di rappresentazione dell’uomo, l’unica in grado di rappresentarci sempre e comunque, da un’eterna dimensione del cuore.
Stare seduti nascosti al buio, guardare le immagini che l'obiettivo, intrufolato oltre le porte chiuse, ruba ad attori compiacenti. La posizione dello spettatore ha sempre qualcosa di voyeuristico, se poi si tratta di un film erotico...
Ecco quindi dieci pellicole dal sapore piccante che si sono ritagliate per vari meriti e curiosità un posto nella storia del cinema.
1933, un industriale austriaco cerca di far scomparire tutte le copie del film girato dalla moglie. Il motivo? Per la prima volta un nudo femminile integrale fa bella mostra di sé sul grande schermo. Le grazie sono quelle di Hedy Lamarr, l'opera si chiama Estasi e racconta di una giovane insoddisfatta dal marito anziano, volgare e tutt'altro che focoso. Eva lo lascia per un ritorno alla natura presso la fattoria paterna, dove incontra il suo Adamo con cui si abbandona alla liberazione delle pulsioni in un'atmosfera di sensualità bucolica.
Italia, primissimi anni settanta: scandali e censure. Nel 1972 esce tra forti polemiche Ultimo tango a Parigi: il famoso panetto di burro rappresenta l'apice del rapporto, solo carnale, tra Paul e Jeanne, privo di sentimenti e di nomi, in un appartamento che lascia il mondo fuori. “Esasperato pansessualismo fine a se stesso”, con queste parole il film viene ritirato dalle sale, a dimostrazione di come la censura abbia ben compreso il senso della relazione tra i protagonisti, troppo scomodo e da cancellare.
Il censore è già intervenuto l'anno precedente, ma per motivi diversi, nei confronti di un altro maestro del cinema italiano: Pier Paolo Pasolini, che trasferisce le novelle del Decameron a Napoli, per la prima parte della sua Trilogia della vita. Qui il sesso assume un significato gioioso: mentre fuori infuria la peste nera, le novelle celebrano la vitalità ingenua e innocente dei corpi, che si fa beffa della morte. Libertà eccessiva per l'epoca: pellicola sequestrata.
Un effetto collaterale del Decameron è il proliferare dei “decamerotici”, film di infimo valore ma di grande successo per un pubblico guardone. L'ambientazione medievale offre possibilità narrative, quali avvenenti nobildonne oppresse da cinture di castità, mariti gelosi ed ottusi, stratagemmi contadini e clero di dubbia moralità.
Tra tutti il celebre Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972), il cui livello poetico è interamente contenuto nella rima del titolo. La trama non è altro che una serie di pretesti per far spogliare Edwige Fenech e Karin Schubert, intervallati da gag piuttosto fiacche. Ma resta a suo modo un cult.
Nel 1974 arriva dalla Francia un altro notevole successo di pubblico, in confezione raffinata e patinata, Emmanuelle. L'immagine-manifesto di Sylvia Kristel nuda e svogliata su una sedia di vimini racchiude gli elementi del film: una giovane dagli occhi trasparenti, oziosa e insoddisfatta, che si apre alle emozioni offerte dal connubio erotismo-esotismo. L'attrice resterà poi imprigionata in un'inutile serie di sequel.
1975, Russ Meyer lo definisce “la sintesi di tutti i miei film”, è Supervixens: eccessivo e strabordante come le forme delle sue eroine, una sequela di scene di sesso e violenza tanto ingenue e inverosimili da risultare innocue, nel tipico stile cartoonesco del regista californiano, concluse da un significativo “That's All Folks!”. Pop e pulp.
L'anno successivo, a Cannes, i critici si entusiasmano per Ecco l'impero dei sensi, opera rigorosissima del nipponico Nagisa Oshima, che trae da una storia vera il tragico estraniarsi dal resto del mondo di due amanti in un susseguirsi ossessivo di rituali d'accoppiamento sempre più estremi, nel tentativo di impadronirsi letteralmente dell'altro. La macchina da presa aderisce ai corpi, mentre Thanatos, compagna di Eros, resta in agguato.
Ritroviamo l'eterno binomio Amore-Morte ne La legge del desiderio (1987), pellicola che decreta il successo in Italia dello stile trasgressivo ed eccessivo di Pedro Almodòvar, poi mitigato e maturato nel corso degli anni. Un intreccio di amori omosessuali impossibili ad altissimo tasso di passione, in cui ognuno è trascinato dalla legge che dà titolo al film, a partire dal protagonista Pablo, regista gay, evidente alter ego dell'autore.
Non è certo la sua opera migliore, ma è l'ultima (e Kubrick è sempre Kubrick), Eyes Wide Shut (1999). La coppia Cruise-Kidman viene messa a nudo, la solidità della loro relazione abitudinaria, scossa dall'esplorazione della trasgressione, reale o immaginaria che sia. Il sesso come apparenza, ma anche come turbamento, ritualizzato in una magistrale sequenza orgiastica con corpi privi di passione.
Per chiudere andiamo prima a Hollywood e poi torniamo in Giappone: non un intero film, ma tre sequenze leggendarie. Per la prima basta un accenno della voce di Joe Cocker, “Baby, take off your coat... real slow”, e subito si materializza l'immagine di Kim Basinger maliziosamente seminascosta da una tapparella: lo spogliarello più celebre del cinema, offerto agli occhi di Mickey Rourke. Stiamo parlando, naturalmente, di 9 settimane e ½ (1986).
Per la seconda, visto che lo spettatore è sempre un po' voyeur, ecco gli sguardi bramosi e i respiri sospesi dei detective che ispezionano l'accavallamento di gambe di Sharon Stone: il meglio di Basic Instinct (1992).
L'ultima scena è quella delle pratiche sadomaso di Ai (Miho Nikaido) in Tokyo Decadence (1991). Tratto dal romanzo Topâzu del regista e scrittore Ryu Murakami, la pellicola è un tuffo nei più estremi costumi sessuali nipponici, brutalmente mischiati allo squallore di una megalapoli in disfacimento.
Ho sempre pensato che sia la semplicità a caratterizzare le cose belle. Un progetto semplice funzionerà sicuramente, nella semplicità troviamo la sicurezza di un ottimo contenuto, perchè solo il vuoto ha bisogno di essere riempito. Lasciamoci quindi alle spalle i lustrini, i ricchi premi, le luci colorate e i vestiti sgargianti per parlare di musica. Questo articolo è il primo di una rubrica in cui andremo ad approfondire ogni settimana un artista diverso attraverso gli occhi, e soprattutto le orecchie, di Uabos, dj resident di Le Cannibale, serata del venerdì del Tunnel. Un modo diverso di approcciarsi alla musica, con la guida esperta di uno dei migliori dj di Milano.
Per questo primo appuntamento introduciamo il nostro ospite d'onore: Matteo Pepe, in arte Uabos, nasce a Milano a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, e fin da piccolo capisce che la sua strada sarà dietro a due giradischi e un mixer. Giovanissimo inizia a lavorare per le discoteche milanesi, dai magazzini all'allora gasoline, e nell'arco di pochi anni si ritrova ad aver suonato in praticamente tutti i locali della città. Se lo aveste sentito almeno una volta non vi verrebbe difficile capire il perchè abbia fatto tanta strada in così poco tempo.
Ricordo la prima volta che andai al Tunnel, ormai due anni fa, di venerdì ovviamente, la fama del posto già mi precludeva un giudizio imparziale e fomentato. Entrai nel locale pieno di speranze, a mettere dischi era proprio il nostro amico, in chiusura a Alexander Robotnick, ero arrivato troppo tardi per godermi il superguest, ma non mi importò molto perché il banchetto era comunque più che succulento con Uabos dietro la consolle. Mi conquistò con un remix di Enola Gay e Ny Lipps dei Soulwax, d'altronde il tocco di classe di riuscire a passare i CCCP tra pezzoni elettro-techno con una disinvoltura paurosa non poteva che lasciarmi esterrefatto.
E penso sia proprio la disinvoltura a renderlo un grande dj. Dimenticate i soliti Steve Aoki che saltano, sbracciano, fanno facce strane (e vien da chiedersi dove trovino il tempo per mettere a tempo i dischi) Matteo è serio, professionale, impeccabile. Sembra un chirurgo, chino su un ventre aperto, e con la mano sul fader da un colpo preciso, elegante, fa assaporare la nuova melodia e ritorna rapito alla cassa dritta, quindi non ti accorgi del passaggio in un mashup spontaneo, in un'unica onda sonora che assorbe il pubblico in visibilio.
Da quel giorno se mi chiedessero chi sia il migliore dj di Milano non avrei dubbi sulla risposta.
Conoscendolo, mi ha colpito moltissimo la sua modestia e onestà, pur avendo diviso la consolle con i più grandi nomi della musica elettronica internazionale, da Tiga ad A-trak, passando per The Hacker e Wolfang Flur, non ha mai fatto lo spocchioso o lo snob; un comportamento da apprezzare visto che nell'ambiente di solito si gioca a chi se la tira di più. Ma dietro quella timidezza apparente si nasconde un gigante di cultura musicale e tecnica.
Cercando di sviscerare il suo iter musicale, appare chiaro che le influenze sono molteplici, dalla new wave più cupa in un'evoluzione naturale verso un'elettronica più disinvolta, passando per l'elettrofunk, il big beat, la drum 'n bass e la techno più elementare. Tra i suoi punti di riferimento troviamo Zombie Nation, piuttosto che Dopplereffekt e Legowelt, ma anche Purity Ring e Japanese Telecom, nomi che valgono come garanzia di una ricerca musicale magistrale, affinata in anni e anni di dischi e vinili. Immagino che ficcando il naso nelle sue borse porta cd si possa sentire l'odore di quegli anni a cavallo tra i novanta e i duemila, un misto di fumo, birra, sudore e speranza. Quando i club erano underground non perché faceva figo scriverlo su zero, e ci si andava a ballare per godersi la musica, unica protagonista, e non per farsi vedere con l'ultimo outfit griffato.
Ovviamente Uabos è anche produttore, nasce infatti come polistrumentista prima che dj; il suo primo progetto è il duo Say Dubai, nel quale, insime a Nobel (Francesco Bocchini), evolve il suo stile verso sonorità tropical bass e uk funk, non è un caso che i due vengano notati prima dal tedesco Malente, che pubblica il loro primo ep “Bum” per la sua etichetta No Brainer Rec, e subito dopo pubblichino un remix per Keith & Supabeatz uscito per Southern Fried (etichetta del leggendario Fatboy Slim).
Da quest'anno, i ragazzi di Le Cannibale dopo aver trovato (dicono quasi casualmente) nel computer di Uabos delle produzioni da solista, lo hanno convinto a iniziare un progetto parallelo. Nasce così una nuova esperienza dai toni più melodici, quasi un misto tra triphop e breakbeat, un progetto al naturale, senza guardare in faccia a nessuna moda o tendenza.
-Faccio quello che mi diverte e che mi fa stare bene. - la dichiarazione del Pepe.
Con Need, il singolo uscito sei mesi fa, si apre una nuova stagione musicale che si sposta verso un'elettronica più concettuale, con ritmi meno incalzanti, ma non per questo meno valida, anzi: i tratti minimalisti che evolvono in qualcosa di più complesso tra drum machine, synth leggeri e midi sequencer, aprono le porte a un ep gustosissimo di cui possiamo assaporare la preview su soundcloud.
In attesa dell'uscita del nuovo ep da solista (di cui possiamo anticipare solo i 5 minuti di mix online) e dell'altro con i Say Dubai, previsto per gennaio 2013, possiamo goderci le sue performance ogni venerdì al Tunnel Club e leggere una retrospettiva/articolo/intervista su questo sito.
Vi lascio con il remix per Iori's Eye – Winter Olimpycs.
[soundcloud]https://soundcloud.com/uabos/ioris-eyes-winter-olympics?utm_source=soundcloud&utm_campaign=mshare&utm_medium=email&utm_content=http://soundcloud.com/uabos/ioris-eyes-winter-olympics[/soundcloud]
Il francese Jacques Rigaut (1898-1929) seppe essere una singolare incarnazione di dandy dadaista e fuori da ogni schema letterario.
Hermétiquement ouverte.
l’amore il torrente il vuoto la sedia
la sedia vuota
la sedia torrenziale e vuota sospesa nel metavuoto
la metasedia è sospesa alla corda torrenziale del metavuoto
la metacorda serra e assorbe il metacollo torrenziale
di colui che è sospeso per la corda
al collo della donna
al collo fluido e fluttuante della sua metadonna
vuota torrenziale e seduta
la metadonna torrenziale è seduta sulla sedia
seduta sul vuoto della sua sedia
lei metafluttua perpetuamente nel metavuoto assoluto
dei miei desideri assolutamente torrenziali
assolutamente meteorica e sostanziale
la metatesta della metadonna sostanziale e meteorica
spunta come una freccia
tra la metacoscia dei miei sogni e il metadente dei miei desideri
freccia pungente e veloce
che s’appoggia leggermente inclinata
allo schienale della metasedia dei miei sogni e desideri
sempre seduta sempre imprevedibile e assolutamente folgorante
la metadonna fluttua e metafluttua sempre nel vuoto
la sua piccola metafiamma visibile in trasparenza
brucia nell’interno torrenziale della sua testa
mentre vicino all’incandescenza della sua testa
poco al di sopra della sua grande capigliatura meteorica
passa come una nuvola
nuvola proveniente dall’evaporazione istantanea
dei suoi vasti torrenti mentali
la grande tartuca metafisica
la famosa tartuca della metatortura eterna
che minaccia col suo peso grigio torturante e metametafisico
il bel fisico carnale della metadonna
concretamente seduta sulla sua metasedia volante
volante fluttuante e seduta a sua volta
sulla sedia voluttuosamente sostenuta dai piedi dei miei sensi
dai miei cinque sensi dai mille artigli
e dalle mille zampe della metasensualità passionale
sorta tumultuosamente nel metasudore
nella metasostanza infinita dei miei sensi
assolutamente sostanziali
i begli occhi i bei seni le belle natiche metafisiche
della metadonna assolutamente sostanziale
sostanziale torrenziale e meteorica
trasgrediscono l’aldilà torturante
della metafisica senza fisica
trasgrediscono e annullano il grande nulla metafisico
perché sempre seduta sulla metasedia meteorica
dei miei desideri meteorici infiniti e torrenziali
la metadonna apre la donna
lei apre e discopre la sua carne traslucida
le sue viscere trascendenti la sua capigliatura trasmissibile
eruttiva divorante e dormiente
il suo cuore trapassato dalle pallottole trasparenti
delle mie carezze in trance
la sua dolce metavulva
il trapianto innocente del fiore della sua bocca
nelle terre aeree delle mie cosce
la trasmigrazione della bocca della sua anima
verso le cosce del mio respiro
i trasferimenti insoliti
le trasfusioni insondabili
la trasmutazione gigantesca di tutti i metametalli amorosi
meteorici torrenziali metameteorici e sostanziali
la trasmutazione gigantesca perpetua e trionfante
del latte materno
in lava meteorica in metavuoto sostanziale
in sperma in sperma e in metasperma universale
in sperma del diamante
in sperma del tuo cuore
in sperma nero della metalussuria assoluta
assolutamente lussuriosa e assolutamente assoluta
Poesia tratta da Héros-limite (1953).
GHERASIM LUCA CHEZ VICTOR BRAUNER, 1938 / VICTOR BRAUNER /sc
Sono passati dieci anni dalla morte di Carmelo Bene. Dieci anni in cui l’Italia, assieme al suo panorama culturale e sociale, ha conosciuto profondi cambiamenti, diventando un paese in cui sembra che le arti espressive fatichino a trovare una propria dimensione. Ma in questi anni la figura dell’eclettico Carmelo Bene non ha cessato di suscitare interesse e fascino, anche nelle generazioni più giovani.
Carmelo Bene nasce a Campi Salentina, in provincia di Lecce, nel 1937.
Bene svolge i primi studi classici presso un collegio di gesuiti e nel 1957 si iscrive all'Accademia d'Arte Drammatica per lasciarla appena l'anno dopo, definendola semplicemente inutile. Dal 1959 inizia la sua carriera di attore e regista teatrale, sempre orientato verso la rielaborazione dei classici; rielaborazioni che, in realtà, erano veri e propri esercizi di decostruzione e smembramento, ma che lui si limitava a definire semplicemente come “variazioni”.
Il centro della riflessione artistica di Bene è una radicale riconsiderazione della parola e dell’immagine: egli applica ai suoi spettacoli teatrali una quantità tale di erudizione, di impegno teoretico e di ricerca, che solo un filosofo potrebbe applicare in un trattato. Sperimentatore assoluto (si avvarrà spesso di sofisticate apparecchiature elettroniche costituite da amplificatori, microfoni ipersensibili, monitor-spie da diecimila watt) egli tenta il superamento della dimensione linguistico-comunicativa attraverso la manipolazione tecnica del significante.
Fu così che, in poco tempo, l’attore-autore riuscì a far parlare di se’, facendo esplodere in Italia un vero e proprio “caso Carmelo Bene”: portato alla ribalta della cronaca artistica, Bene affascinò personaggi del calibro di Pier Paolo Pasolini, il quale lo volle come interprete del suo Edipo Re e con il quale ebbe inizio la sua parentesi cinematografica.
Nel 1965 Bene si avvicinò al mondo della scrittura, pubblicando il romanzo Nostra signora dei turchi, che verrà messo in scena l'anno seguente. Trasformato in film, Nostra signora dei turchi venne presentato al festival del cinema di Venezia, dove ricevette il premio speciale della giuria. Seguirono altri film: Capricci (1969), Don Giovanni (1970), Salomè, (1972) e Un Amleto in meno (1973), con cui si concluse la sua esperienza cinematografica.
Nel 1974, torna al suo primo vero amore, il teatro, proponendo una sconvolgente interpretazione de La cena delle beffe, la quale aprì la strada ad una svolta "concertistica" che culminò con il poema sinfonico Manfred, del 1980, costruito su musiche di Schumann ed apprezzato tanto dalla critica quanto dal pubblico.
Negli stessi anni Bene porta sulle scene i grandi classici della poesia italiana, sono memorabili le sue interpretazioni dei Canti orfici di Dino Campana, dei Canti leopardiani e le sue letture dantesche; performance che sono viste ancora oggi tra gli omaggi più toccanti e sentiti che un attore abbia potuto fare alla poesia.
Lui stesso nel 2000, pubblicando la raccolta ‘L mal de’ fiori, si cimentò con la scrittura in versi, vista da Bene come la possibilità ultima di una ricerca linguistica che doveva culminare verso un totale e vero “svuotamento” . Sarà proprio lui a dire, in un’intervista:
“Nel 'mal di questi fiori' si fa sempre più solare il fatto che laddove il tutto possa sembrare una eruzione vulcanica, è invece somma-sottrattiva che, mediante le più svariate soluzioni chimico-linguistiche, via via si svuota.”
Incensato da filosofi del calibro di Gilles Deleuze, ma quasi totalmente incompreso dagli intellettuali italiani del suo tempo, Bene si cimentò anche in performance televisive (memorabili le sue due apparizioni al Maurizio Costanzo show, dove esordì con la frase “È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”) nelle quali seppe fare sfoggio di tutte le sue doti di provocatore e seduttore delle masse.
Ma al di là dell'idea provocatoria ed eccessiva che Carmelo Bene ha potuto suscitare, resta viva la potenza di una ricerca radicale dell’uomo e dell’ “artista in quanto uomo”, di una personalità mai sottoponibile a schematizzazioni, ma anzi generosa in maniera multiforme anche se contraddittoria. Per citare le sue medesime parole: “Il problema è che l'io affiora, per quanto noi vogliamo schiacciarlo, comprimerlo. Ma finalmente, prima o poi, questa piccola volontà andrà smarrita. Come dico sempre: il grande teatro deve essere buio e deserto".
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