CHIAMACI +39 333 8864490
Questo sito usa solo cookies tecnici e di sessione, non installiamo cookies di profilazione o marketing.
I cookie sono piccoli file di testo inviati dal sito al terminale dell’interessato (solitamente al browser), dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi al sito alla successiva visita del medesimo utente. Un cookie non può richiamare nessun altro dato dal disco fisso dell’utente né trasmettere virus informatici o acquisire indirizzi email. Ogni cookie è unico per il web browser dell’utente. Alcune delle funzioni dei cookie possono essere demandate ad altre tecnologie. Nel presente documento con il termine ‘cookie’ si vuol far riferimento sia ai cookie, propriamente detti, sia a tutte le tecnologie similari.
I cookie possono essere di prima o di terza parte, dove per "prima parte" si intendono i cookie che riportano come dominio il sito, mentre per "terza parte" si intendono i cookie che sono relativi a domini esterni. I cookie di terza parte sono necessariamente installati da un soggetto esterno, sempre definito come "terza parte", non gestito dal sito. Tali soggetti possono eventualmente installare anche cookie di prima parte, salvando sul dominio del sito i propri cookie.
Relativamente alla natura dei cookie, ne esistono di diversi tipi:
I cookie tecnici sono quelli utilizzati al solo fine di "effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica, o nella misura strettamente necessaria al fornitore di un servizio della società dell'informazione esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente a erogare tale servizio" (cfr. art. 122, comma 1, del Codice). Essi non vengono utilizzati per scopi ulteriori e sono normalmente installati direttamente dal titolare o gestore del sito web. Possono essere suddivisi in: • cookie di navigazione o di sessione, che garantiscono la normale navigazione e fruizione del sito web (permettendo, ad esempio, di autenticarsi per accedere ad aree riservate); essi sono di fatto necessari per il corretto funzionamento del sito; • cookie analytics, assimilati ai cookie tecnici laddove utilizzati direttamente dal gestore del sito per raccogliere informazioni, in forma aggregata, sul numero degli utenti e su come questi visitano il sito stesso, al fine di migliorare le performance del sito; • cookie di funzionalità, che permettono all'utente la navigazione in funzione di una serie di criteri selezionati (ad esempio, la lingua, i prodotti selezionati per l'acquisto) al fine di migliorare il servizio reso allo stesso.
I cookie di profilazione sono volti a creare profili relativi all'utente e vengono utilizzati al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dallo stesso nell'ambito della navigazione in rete. Per l'utilizzo dei cookie di profilazione è richiesto il consenso dell'interessato. L’utente può autorizzare o negare il consenso all'installazione dei cookie attraverso le opzioni fornite nella sezione "Gestione dei cookie". In caso di cookie di terze parti, il sito non ha un controllo diretto dei singoli cookie e non può controllarli (non può né installarli direttamente né cancellarli). Puoi comunque gestire questi cookie attraverso le impostazioni del browser (segui le istruzioni riportate più avanti), o i siti indicati nella sezione "Gestione dei cookie".
Ecco l'elenco dei cookie presenti su questo sito. I cookie di terze parti presentano il collegamento all'informativa della privacy del relativo fornitore esterno, dove è possibile trovare una dettagliata descrizione dei singoli cookie e del trattamento che ne viene fatto.
Cookie di sistema
Il sito NEROSPINTO utilizza cookie per garantire all'utente una migliore esperienza di navigazione; tali cookie sono indispensabili per la fruizione corretta del sito. Puoi disabilitare questi cookie dal browser seguendo le indicazioni nel paragrafo dedicato, ma comprometterai la tua esperienza sul sito e non potremo rispondere dei malfunzionamenti.
Se è già stato dato il consenso ma si vogliono cambiare le autorizzazioni dei cookie, bisogna cancellarli attraverso il browser, come indicato sotto, perché altrimenti quelli già installati non verranno rimossi. In particolare, si tenga presente che non è possibile in alcun modo controllare i cookie di terze parti, quindi se è già stato dato precedentemente il consenso, è necessario procedere alla cancellazione dei cookie attraverso il browser oppure chiedendo l'opt-out direttamente alle terze parti o tramite il sito http://www.youronlinechoices.com/it/le-tue-scelte Se vuoi saperne di più, puoi consultare i seguenti siti: • http://www.youronlinechoices.com/ • http://www.allaboutcookies.org/ • https://www.cookiechoices.org/ • http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/3118884
Chrome 1. Eseguire il Browser Chrome 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Impostazioni 4. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 5. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti“ 6. Nella sezione “Cookie” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: • Consentire il salvataggio dei dati in locale • Modificare i dati locali solo fino alla chiusura del browser • Impedire ai siti di impostare i cookie • Bloccare i cookie di terze parti e i dati dei siti • Gestire le eccezioni per alcuni siti internet •
Eliminare uno o tutti i cookie Mozilla Firefox 1. Eseguire il Browser Mozilla Firefox 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Opzioni 4. Selezionare il pannello Privacy 5. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 6. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti“ 7. Nella sezione “Tracciamento” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: • Richiedi ai siti di non effettuare alcun tracciamento • Comunica ai siti la disponibilità ad essere tracciato • Non comunicare alcuna preferenza relativa al tracciamento dei dati personali 8. Dalla sezione “Cronologia” è possibile: • Abilitando “Utilizza impostazioni personalizzate” selezionare di accettare i cookie di terze parti (sempre, dai siti più visitato o mai) e di conservarli per un periodo determinato (fino alla loro scadenza, alla chiusura di Firefox o di chiedere ogni volta) •
Rimuovere i singoli cookie immagazzinati. Internet Explorer 1. Eseguire il Browser Internet Explorer 2. Fare click sul pulsante Strumenti e scegliere Opzioni Internet 3. Fare click sulla scheda Privacy e, nella sezione Impostazioni, modificare il dispositivo di scorrimento in funzione dell’azione desiderata per i cookie: • Bloccare tutti i cookie • Consentire tutti i cookie • Selezionare i siti da cui ottenere cookie: spostare il cursore in una posizione intermedia in modo da non bloccare o consentire tutti i cookie, premere quindi su Siti, nella casella Indirizzo Sito Web inserire un sito internet e quindi premere su Blocca o Consenti.
Safari 1. Eseguire il Browser Safari 2. Fare click su Safari, selezionare Preferenze e premere su Privacy 3. Nella sezione Blocca Cookie specificare come Safari deve accettare i cookie dai siti internet. 4. Per visionare quali siti hanno immagazzinato i cookie cliccare su Dettagli Safari iOS (dispositivi mobile) 1. Eseguire il Browser Safari iOS 2. Tocca su Impostazioni e poi Safari 3. Tocca su Blocca Cookie e scegli tra le varie opzioni: “Mai”, “Di terze parti e inserzionisti” o “Sempre” 4. Per cancellare tutti i cookie immagazzinati da Safari, tocca su Impostazioni, poi su Safari e infine su Cancella Cookie e dati Opera 1. Eseguire il Browser Opera 2. Fare click sul Preferenze poi su Avanzate e infine su Cookie 3. Selezionare una delle seguenti opzioni: • Accetta tutti i cookie • Accetta i cookie solo dal sito che si visita: i cookie di terze parti e quelli che vengono inviati da un dominio diverso da quello che si sta visitando verranno rifiutati • Non accettare mai i cookie: tutti i cookie non verranno mai salvati.
A fine agosto l’estate non è ancora finita, ma la città sembra averlo già deciso. Tornano le mail, gli appuntamenti, le agende che ricominciano a riempirsi, mentre fuori fa ancora caldo e la voglia di vacanza è tutt’altro che archiviata.
Il rientro, allora, diventa anche un piccolo esercizio di resistenza: tenersi addosso qualcosa delle settimane appena passate. Un vestito comprato al mare, una playlist, l’abbronzatura che resiste ancora qualche giorno. Oppure un profumo.
Ed è qui che entra Freevola, la collezione di fragranze gourmand firmata The First S.p.A., sei profumi diversi pensati per essere scelti seguendo l’umore più che l'occasione.
a fine agosto la cosa acquista tutto un altro senso.
Non si tratta tanto di trovare “il profumo dell’estate”, quanto di decidere quale parte dell’estate tenere con sé.
C’è la dolcezza cremosa di Milky Way, la leggerezza più luminosa di Oh Lily My Love, l’energia di My Lucky Star. Poi la vaniglia di Meet Me in Vanilla, interpretata in chiave più contemporanea e sensuale, e il lato apertamente gourmand di Pralina Party.
E infine Piña Colada Dream, quella che già dal nome sembra avere meno voglia delle altre di tornare a casa: tropicale, esotica, costruita intorno a un immaginario che sa ancora di vacanza.
Più che una collezione da indossare tutta nello stesso modo, Freevola sembra funzionare proprio nella possibilità di cambiare. Un giorno qualcosa di più dolce, il giorno dopo una fragranza più luminosa, poi magari quella capace di riportare immediatamente la testa altrove.
Perché i profumi hanno questa capacità particolare: restano legati ai periodi della vita senza bisogno di spiegazioni. A volte basta sentirne uno per ritrovare una sera, una persona, un viaggio. E forse è proprio per questo che, tra tutte le cose che possiamo portarci dietro da una stagione, una fragranza è quella che occupa meno spazio ma conserva più atmosfera.
A rappresentare Freevola nella campagna di lancio è Elettra Lamborghini, scelta per incarnare quell’idea di spontaneità e libertà che attraversa tutta la collezione. Non un’identità unica, quindi, ma sei possibilità diverse di raccontarsi.
Che è poi un piccolo lusso soprattutto al rientro: quando ricominciano gli orari, gli impegni e le abitudini, almeno il profumo può continuare a non seguire nessuna regola.
Settembre arriverà comunque, ma non è obbligatorio avere già addosso l’autunno.
Nel fine dining contemporaneo si parla molto di esperienza. Di percorsi, gesti, narrazioni, effetti scenici. Emin Haziri, invece, parte da una parola molto più semplice: stare bene.
È forse questa la chiave migliore per entrare nel mondo di Procaccini, il ristorante di via Giulio Cesare Procaccini 33 a Milano, aperto nel 2024 e oggi insignito di una Stella Michelin. Haziri, classe 1995, originario del Kosovo e cresciuto in Italia, ne è executive chef e socio. Alle spalle ha un curriculum importante, costruito nelle brigate di alcuni dei nomi più influenti dell’alta cucina europea: Antonino Cannavacciuolo, Enrico Bartolini, Carlo Cracco, René Redzepi e Gérald Passédat, oltre a Philippe Léveillé.
Un percorso che potrebbe facilmente trasformarsi in manifesto tecnico e che invece, quando Haziri racconta la propria cucina, torna continuamente all’essenziale. Pochi ingredienti, sapori leggibili, ricordi. E soprattutto l’idea che un ristorante, per quanto raffinato, non debba mai mettere soggezione.
La stessa filosofia dichiarata da Procaccini, che si definisce non come un “tempio della gastronomia”, ma come una casa moderna, costruita attorno a materia prima, tecnica contemporanea e ospitalità.
Una direzione che si legge anche nella nuova proposta gastronomica introdotta nel 2026 e, in particolare, in “Ci pensa…”, il percorso di otto portate pensato esclusivamente per lo Chef’s Table. Un menu senza anticipazioni e senza un ordine prestabilito, costruito di volta in volta sulla materia disponibile, sulla stagionalità e sull’istinto dello chef. Più che un gioco al buio, una sorta di patto tra cucina e ospite: per una sera si rinuncia al controllo e ci si affida.
È da qui che siamo partiti per parlare con Emin Haziri di cucina, memoria, pane, grandi maestri e di quella sottile differenza che passa tra stupire qualcuno e riuscire davvero a farlo stare bene.
La sua cucina viene spesso definita contemporanea, ma senza mai perdere il contatto con l’emozione. Quanto conta oggi sorprendere un ospite e quanto, invece, farlo sentire “a casa”?
«Per me la cucina è semplicità. Quando una persona entra in un ristorante vuole staccare la testa, rilassarsi e mangiare qualcosa di buono. Credo che sorprendere significhi innanzitutto riuscire a far stare bene qualcuno. Non voglio che ci sia paura davanti a un piatto o che l’ospite debba sentirsi in difficoltà perché si trova in un ristorante importante. Deve poter vivere la cena con serenità».
Un approccio particolarmente interessante proprio in un momento in cui molta alta cucina sembra muoversi nella direzione opposta, trasformando il pasto in una sequenza sempre più codificata. Da Procaccini, pur all’interno di una proposta gastronomica precisa e ambiziosa, rimane invece centrale anche la libertà dell’ospite. La Guida Michelin descrive quella di Haziri come una cucina contemporanea e fortemente personale, accostando alle creazioni più elaborate anche una proposta dedicata ai grandi crudi di mare.
La carta più recente rende ancora più evidente questa volontà di non confondere la contemporaneità con l’accumulo di tecnica o con l’effetto spettacolare. Animella con nocciola, ricci di mare e pomodoro, sgombro con caviale, barbabietola e yogurt o carciofo alla brace con zafferano, provola e tartufo raccontano piuttosto una ricerca fatta di equilibrio, continuità e profondità del gusto.
In un momento in cui molti ristoranti inseguono l’effetto scenico, qual è allora il dettaglio invisibile che distingue davvero un’esperienza gastronomica memorabile?
«Fare capire al cliente che può chiedere. Che può dire quello che desidera, che può sentirsi libero. Voglio che chi entra da Procaccini sia sereno. La cucina e la sala devono essere capaci di ascoltare. Non dovrebbe mai esistere quella distanza per cui l’ospite ha quasi timore di esprimere una richiesta».
La spettacolarità, così, perde importanza rispetto all’ospitalità. Una visione che non cancella tecnica e precisione, ma le mette al servizio di qualcosa di molto meno misurabile: la sensazione di essere nel posto giusto.
E la memoria, nella cucina di Haziri, continua ad avere un ruolo altrettanto importante.
Se dovesse descrivere la sua cucina attraverso un solo ingrediente, non necessariamente il più prezioso, quale sceglierebbe?
«Il limone. È legato alla mia infanzia, al vaso di fiori, a ricordi molto precisi. È un ingrediente che ritorna nella mia cucina e che continuo a studiare. Penso per esempio all’incontro tra limone, anguilla e affumicatura: sono sapori su cui lavoro, che perfeziono e poi restituisco nel piatto a modo mio».
E quell’incontro oggi è anche un piatto: spaghetto con anguilla affumicata, fiori di zucca, limone salato e quinoa, costruito proprio sulla stratificazione tra affumicature, acidità e consistenze. Un esempio quasi didascalico di come un ricordo possa entrare nella cucina senza essere semplicemente replicato.
Il ricordo non viene quindi riprodotto fedelmente. Viene filtrato dalla tecnica accumulata negli anni, trasformato e ripensato attraverso un linguaggio che Haziri definisce ormai profondamente italiano.
Il suo percorso attraversa culture, Paesi e grandi brigate internazionali. Oggi, quando crea un piatto, sente di raccontare soprattutto la tradizione italiana, la sua storia personale o un linguaggio gastronomico che supera i confini?
«Le mie origini rimangono. Fanno parte di me e non avrebbe senso cancellarle. Ma quando penso un piatto oggi lo penso in italiano. Dentro ci metto quello che sono diventato, le mie passioni, quello che ho vissuto e quello che mi piace mangiare».
Una storia personale nella quale il cibo ha avuto fin dall’inizio un significato anche familiare. Haziri arriva in Italia da bambino, dal Kosovo, e negli anni costruisce una carriera puntuale e veloce fino ad assumere, ancora giovanissimo, responsabilità importanti nelle cucine di Cannavacciuolo a Torino.
È forse anche per questo che, parlando del pane, il racconto professionale lascia immediatamente spazio a quello privato.
Il pane è spesso il primo assaggio che arriva in tavola. Quanto è importante che racconti già, in pochi bocconi, l’identità di Procaccini?
«Io sono molto amante del pane. Vengo da una famiglia numerosa, da tavole dove le porzioni erano abbondanti e il pane non mancava mai. È qualcosa che ha accompagnato la mia adolescenza e le mie origini: il pane fresco, il pane caldo. Per me non è semplicemente qualcosa che si mette a tavola all’inizio della cena. Ti accompagna in ogni piatto. È quasi un elemento portante del pasto».
Ed è probabilmente proprio qui, più che in qualsiasi definizione, che emerge il senso della cucina di Haziri. L’alta gastronomia non viene utilizzata per allontanarsi dalla quotidianità, ma per darle una forma nuova. Il pane caldo, il limone dell’infanzia, una tavola affollata diventano materia gastronomica tanto quanto le esperienze nelle cucine stellate.
Cannavacciuolo, Bartolini, Cracco, Redzepi, Passédat: dopo aver lavorato con maestri così diversi, qual è l’insegnamento che ha fatto davvero suo?
«Sono esperienze che ho sempre utilizzato per migliorarmi. Da ognuno prendi qualcosa, ma poi devi riuscire a costruire la tua mano. L’esperienza con Cannavacciuolo, soprattutto a Torino, per me è stata molto importante. Arriviamo entrambi da famiglie umili e in questo mi sono sempre riconosciuto. Io ho iniziato con l’idea di diventare chef anche perché volevo cambiare la vita dei miei genitori».
Da quelle cucine Haziri dice di aver portato con sé soprattutto un principio: togliere anziché aggiungere.
«Cerco di mantenere la semplicità, di utilizzare pochi ingredienti nei piatti. Puoi imparare tecniche, osservare modi diversi di lavorare, prendere qualcosa da ciascun maestro, ma alla fine in quello che cucini si deve sentire la tua mano. Il piatto deve rispecchiare quello che ti piace davvero».
Una linea che attraversa oggi l’intero menu, fino alla parte dolce affidata al pastry chef Fabrizio Di Palma. Anche qui il lavoro resta concentrato sulla leggibilità dei sapori e sull’equilibrio, dal babà con vaniglia e passion fruit al tiramisù “a modo mio”, passando per combinazioni più inattese come ciliegia, mandorla e barbabietola.
E ciò che gli piace davvero, lontano dai formalismi gastronomici, è sorprendentemente rassicurante.
Se invece fosse lei a sedersi a tavola, cosa sceglierebbe?
«Mangio tutto. Però amo le trattorie, la carne alla brace. Se devo scegliere, una bella Fiorentina».
E quando cucina per la famiglia?
«I primi. La pasta soprattutto. Gli spaghetti, gli spaghetti alle vongole. Sono le cose che mi piace preparare quando sono a casa».
Alla fine si torna esattamente da dove eravamo partiti. Alla semplicità.
Perché dietro una Stella Michelin, un percorso internazionale e una cucina tecnicamente sofisticata, il pensiero di Emin Haziri sembra restare ancorato a un’idea quasi elementare di ristorazione: una persona entra, lascia fuori per qualche ora quello che ha in testa e si affida a chi sta dall’altra parte.
Può esserci un crudo prezioso, un piatto costruito su affumicature e acidità o semplicemente del pane caldo. Ma se l’ospite si sente fuori posto, il resto conta poco.
Forse è questa la forma di sorpresa che Haziri cerca davvero. Non quella che costringe a domandarsi come sia stato realizzato un piatto, ma quella più difficile da costruire: uscire da un ristorante importante pensando di essere stati, per qualche ora, semplicemente bene.
Siamo passati da via Castelvetro in occasione dei 25 anni di Il Massimo del Gelato - storica gelateria milanese - e la sensazione è quella che si prova entrando nei posti che ormai fanno parte della memoria collettiva della città. Famiglie con bambini, coppie, habitué del quartiere e clienti arrivati dall'altra parte di Milano attendono il proprio turno davanti alle vaschette colorate, in un rito che si ripete da un quarto di secolo. Le informazioni raccontano una storia fatta di attenzione alle materie prime, ingredienti naturali e rispetto dei tempi produttivi, principi che hanno contribuito a costruire negli anni la reputazione della gelateria.
Dietro ogni gusto c'è un lavoro che raramente si vede ma che si percepisce all'assaggio. È probabilmente questo il motivo per cui, dopo venticinque anni, Il Massimo del Gelato continua a essere un riferimento per gli appassionati milanesi.
Il problema, semmai, è scegliere.
I gusti alla frutta cambiano con la stagione e spaziano dal limone al lampone, passando per mango, agrumi e prugna Larry Ann. Poi arrivano le creme, quelle che mettono davvero in crisi: crema di arachidi salata, cannella del Libano, crema allo zenzero, cassata siciliana, vaniglia del Madagascar e zabaione sono soltanto alcune delle tentazioni che popolano il banco.
Ma il vero universo parallelo è quello dedicato al cioccolato. Qui il cacao viene interpretato in dieci varianti diverse, ognuna con una propria personalità. C'è l'Antico Ecuador, intenso e persistente, il Tanzania senza lattosio, il Jamaica al rum, il Fiji con arancia candita e Grand Marnier e l'Azteco, arricchito da peperoncino e cannella. Tra le novità più interessanti spicca il cioccolato al 78% con wasabi giapponese, una proposta insolita che dimostra come la ricerca non si sia mai fermata.
Il bello del Massimo del Gelato è che riesce a parlare contemporaneamente a pubblici molto diversi. Da una parte c'è chi frequenta questo indirizzo da anni e continua a ordinare gli stessi gusti del cuore. Dall'altra ci sono i più giovani, attratti da combinazioni originali e sapori meno convenzionali. Nel mezzo c'è una gelateria che non ha mai smesso di essere un luogo di quartiere, pur diventando una destinazione per tutta la città.
Dopo 25 anni, il segreto sembra essere rimasto lo stesso: nessuna formula magica, solo un grande rispetto per il gelato. E per chi vuole completare l'esperienza con una nota nostalgica, c'è sempre la possibilità di aggiungere la panna montata al cono, in perfetto stile revival.
Il Massimo del Gelato
Via Lodovico Castelvetro 18, Milano
Tel. 02 349 4943
Non è un gioco di parole: Speciale Osteria è il nome dell'ultimo place to be di Milano. Un ristorante nato con i presupposti di restituire al pubblico i sapori e le atmosfere delle trattorie degli anni Settanta e Ottanta. Il mio periodo storico preferito, quello a cui mi legano i ricordi più profondi e di cui apprezzo, a prescindere, tutto. E questa è la cronaca di una cena che è stata speciale davvero. a Speciale Osteria si entra e si capisce subito che non è uno di quei posti costruiti a tavolino per sembrare nostalgici. Il pavimento in legno originale, le travi a vista, le panche in velluto, la credenza sospesa con oggetti vintage: tutto rimanda agli anni ’70/’80, ma senza forzature. È caldo, accogliente, vivo. Il personale ti accoglie, ti coccola, ti ascolta, si interessa ma si vede che lo fa di cuore, non c'è nessuna affettazione né artificiosità nell'aria. Sono entrata e ho capito subito come mai questo ristorante nel cuore del quartiere Isola, dove la scelta di posti dove passare il pasto e la serata non manca, è diventato in poco tempo un indirizzo che la sera si riempie sempre.
Io ho iniziato con il vitello tonnato della tradizione. Super cremoso, avvolgente, con quella profondità data dal sugo d’arrosto e la foglia di cappero a chiudere il boccone. Un classico fatto come si deve, senza alleggerirlo a tutti i costi e senza strafare.
La tartare con nocciole, erbe di campo, senape e tartufo nero gioca invece su un registro più contemporaneo: croccantezza, freschezza, una nota aromatica che è piacevole al palato senza coprire gli altri sapori. È un piatto pensato, ma resta semplice. E soprattutto, è oggettivamente buono.
Poi i tortelli di zucca fatti in casa. La sfoglia è sottile, il ripieno dolce al punto giusto. Morbidi, con quel pizzico di croccantezza, lasciano solo soddisfazione.
E poi, avevo un desiderio: riscoprire uno dei piatti protagonisti della tavola "importante" delle cene dei miei, di quando ero piccola. Erano i cavalli di battaglia di mia madre: il tacchino in fricassea, il filetto al pepe verde, quello alla Wellington. Ricordo i vassoi che arrivavano in tavola, la mia testa che arrivava appena al bordo, la curiosità di qualcosa che sai che non è destinata a te (io avevo l'infame "menu bambino"), o che al massimo ti toccherà una forchettata. Quella curiosità andava soddisfatta e sapevo che qui avrei trovato quello che la mia curiosità bramava.
Infatti, in carta c'erano sia il filetto al pepe verde che quello alla Wellington. Ho optato per quest'ultimo. Per amor del vero, non mi ricordavo nemmeno precisamente in cosa consistesse, però quel nome altisonante che riecheggiava nella mia testa di bambina era ancora là, a stuzzicarmi le fantasie e il palato. Et voilà.
E' un piatto che oggi si vede raramente e che qui è arrivato in tavola con la sua crosta dorata e la carne tenera, rosata al punto giusto. Al primo taglio mi è tornata in mente casa mia. Le cene che organizzava mia madre quando ero piccola, gli amici seduti a tavola vestiti bene, i bicchieri importanti, il forno acceso per ore. Quel profumo preciso che ti faceva capire che era una serata speciale. E infatti.
Speciale Osteria sta in quell’equilibrio giusto tra trattoria rassicurante e osteria contemporanea. Non vuole essere fine dining, ma nemmeno solo comfort food. È un posto dove vieni accolto bene e mangi altrettanto bene. E quando un posto è così, è logico che ti viene voglia di tornare.
La chiccha finale? Eccola servita: a metà cena, entra Jerry Calà e si siede al tavolo di fianco al nostro.
Non lo abbiamo disturbato, ovviamente. Però diciamo che l’effetto è stato perfettamente coerente con la serata. A quel punto il tuffo negli anni ’80 era completo: Wellington, ricordi d’infanzia e un’icona vera dell’epoca a pochi tavoli di distanza.
Chiamatelo caso. O chiamatela serata Speciale.
Dimentichiamo per un attimo le solite rose rosse comprate all’ultimo minuto e le scatole di cioccolatini prevedibili. Quest’anno, per San Valentino, l’idea romantica – ma con personalità – passa da un gesto semplice e potente: accendere una candela.
Perché il profumo è memoria, è atmosfera, è dichiarazione silenziosa. E con le fragranze giuste, può diventare il vero protagonista della serata.
Le due proposte di Yankee Candle per la festa degli innamorati giocano su due registri diversi ma complementari: uno più luminoso e floreale, l’altro più goloso e vibrante. Entrambi perfetti da regalare – a lei, a lui, o alla coppia stessa – ma anche da usare per trasformare la tavola in qualcosa di memorabile.
Se l’amore fosse una stagione, sarebbe la primavera. Ed è esattamente questa la sensazione che regala Cherry Blossom: un bouquet luminoso che si apre con note fruttate di frutti rossi e pompelmo, fresche e scintillanti, quasi effervescenti.
Poi arriva il cuore floreale – rosa, fresia, fiori di ciliegio – delicato ma non stucchevole. E infine quella chiusura cremosa, leggermente gourmand, che scalda l’ambiente e lo rende avvolgente.
È la candela perfetta per una cena elegante ma intima, magari con una tavola chiara, fiori freschi, calici sottili e luci soffuse. Funziona come regalo per lei, certo, ma anche per lui – soprattutto se è uno di quelli che cura i dettagli di casa e ama l’atmosfera più del cliché romantico.
Cherry Blossom non è “zuccherosa”. È un abbraccio luminoso.
Se invece San Valentino per voi significa complicità, risate, un po’ di ironia e magari una cena fatta in casa con playlist condivisa, allora la scelta è Red Raspberry.
Qui il protagonista è il lampone rosso maturo, succoso, ancora baciato dalla rugiada. C’è la dolcezza dei cristalli di zucchero, la freschezza degli agrumi, e un cuore leggero di fiori di ciliegio che evita qualsiasi effetto “caramella”.
È una fragranza gioiosa, vivace, perfetta per chi vuole un’atmosfera più informale ma comunque curata. Ideale su una tavola con dettagli rossi, tessuti morbidi, magari qualche candela di dimensioni diverse per creare movimento e profondità.
E sì, è un regalo perfetto anche per lui. Perché la dolcezza non ha genere, e un ambiente che profuma bene mette tutti d’accordo.
La vera idea fuori dagli schemi? Non scegliere.
Regalarla e accenderla insieme.
Usarla per impreziosire la tavola – al centro, tra piatti e bicchieri, oppure su una consolle alle spalle della sala da pranzo.
Accenderla mentre si cucina.
Lasciarla bruciare mentre si brinda.
Una candela non è solo un oggetto: è una scenografia emotiva. E a San Valentino, quando tutto rischia di diventare prevedibile, sono proprio i dettagli a fare la differenza.
Quest’anno niente regali “obbligati”.
Accendete l’atmosfera.
E lasciate che a parlare siano le fragranze.
In vendita su Amazon e nei negozi autorizzati
C’è un indirizzo sui Navigli che da oltre vent’anni racconta l’Argentina a Milano partendo dalla brace. El Gaucho, fondato nel 2003 da Javier Zanetti, non è solo un ristorante, ma un luogo identitario: parrilla accesa, tagli importanti, ritualità sudamericana e quell’atmosfera intensa che profuma di Buenos Aires.
Zanetti — ex capitano e leggenda dell’Inter, oggi vicepresidente del club — ha portato nel progetto la stessa idea di squadra e di autenticità che ha segnato la sua carriera sportiva. El Gaucho nasce così: un ristorante che celebra la carne argentina, la convivialità e il tempo lento della griglia, diventando negli anni un punto di riferimento per chi cerca un’esperienza solida, diretta, senza fronzoli. Un posto dove il fuoco non brucia solo sulle braci roventi, ma incendia di passione il locale intero e i suoi ospiti.
Lunedì 19 gennaio, l’Argentina prende ancora più spazio con una serata speciale che unisce cucina e spettacolo. Javier Zanetti sarà presente ad accogliere gli ospiti, insieme a ballerini di tango, per una cena che mescola gusto, musica e tradizione.
IL MENU
Si comincia alle 19:30 con sangria ed entrée di benvenuto. Il menu continua con
Empanada di carne
Provoleta (una ogni due)
Bis di tagliata di Angus e asado di Black Angus
Contorno a scelta (patatine fritte, patate al forno o insalata)
Dolce: panqueque de dulce de leche
Acqua e caffè
Prezzo: 90€ a persona
Via Carlo d’Adda 11, Milano – Navigli
Prenotazioni: +39 348 962 0916
Il 23 dicembre è quel momento preciso dell’anno in cui il tempo accelera, le liste si accorciano e la ricerca del regalo giusto diventa una questione di istinto. Ed è proprio lì che entrano in gioco le certezze: quelle idee che funzionano sempre, che parlano a tutti e che riescono a essere speciali anche quando arrivano all’ultimo momento.
E poi, diciamolo, il Natale passa in fretta. Arriva la Befana, finiscono le feste, ma resta il desiderio di circondarsi di cose belle, di creare atmosfera, di rendere più accogliente la quotidianità invernale. Regalare una candela significa regalare tempo per sé, un gesto che dura ben oltre il giorno dello scarto.
Con la collezione Après Ski, Yankee Candle firma una delle idee last minute più riuscite delle feste: elegante, immediata, trasversale. Un invito a rallentare e ad accendere una luce calda in casa, portando tra le mura domestiche il fascino dell’inverno più autentico — quello fatto di aria di montagna, legni profumati, spezie avvolgenti e serate davanti al camino.
PROFUMI D'INVERNO
La collezione Après Ski si compone di fragranze pensate per raccontare le diverse sfumature dell’inverno, alternando note fresche e balsamiche a accordi più caldi, gourmand e speziati. Ogni candela evoca un momento preciso: il silenzio ovattato della neve, l’aria frizzante di alta quota, il rientro in chalet dopo una giornata all’aperto, il piacere di una serata lenta davanti al fuoco.
Dalle atmosfere cremose e avvolgenti di Vanilla Flurries, alla luminosità elegante di Summit Stargazing, passando per il carattere festivo e speziato di Santa on Skis e le note verdi e aromatiche di Holiday Winterfest, la collezione accompagna tutta la stagione fredda trasformando ogni casa in un rifugio profumato. Un vero viaggio olfattivo che unisce comfort, energia e spirito delle feste — da vivere e rivivere, accensione dopo accensione.
LA MAGIA NELL'ARIA, ANCHE DOPO LE FESTE
Per chi è ancora alla ricerca del regalo giusto, o semplicemente desidera prolungare la magia delle feste anche oltre il Natale, Yankee Candle Après Ski è una scelta che va sul sicuro. Un oggetto semplice solo in apparenza, capace di trasformare gli spazi, scandire i ritmi dell’inverno e creare piccoli rituali quotidiani di benessere. Perché le feste finiscono, ma il piacere di accendere una candela — e sentirsi subito a casa — dura molto più a lungo.
© Copyrights by Nerospinto , Tutti i diritti riservati.