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Anche quest'anno a Milano ritorna il grande appuntamento del cinema all'aperto: Arianteo. La rassegna cinematografica ripropone i film della stagione passata; le location saranno tre: il cortile del palazzo reale, il chiostro dei Ciliegi alla società Umanitaria e il cortile del conservatorio Verdi, ogni sede ospita proiezioni diverse, tra cui anche anteprime nazionali. Al palazzo reale il 17 giugno sarà presentato il film documentario Usa vs Jhon Lennon di David Leaf.
Il conservatorio quest'anno offrirà sia cinema di qualità che musica dal vivo con oltre quaranta concerti, che si concentreranno in particolar modo sulla musica del novecento. mentre all'Umanitaria sarà celebrato sia il cinema nazionale che quello europeo e i film del festival di Cannes.
Un appuntamento con il cinema di qualità da non perdere!
Arianteo 2013
palazzo reale - piazza Duomo 12
conservatorio "Verdi" - via conservatorio 12
Umanitaria - via san Barnaba 48
info: Anteo Spazio cinema 02/43912769 - 02/659773
Le coppie più fedeli di Hollywood non sono certo quelle tra marito e moglie, ma tra attore o attrice e regista, soprattutto quando quest'ultimo trova qualcuno che recita in linea con il proprio modo di dirigere, con il quale crea un legame difficile da sciogliere e anche capolavori indimenticabili.
Nel mondo del cinema un attore che interpreta numerosi film diretti dallo stesso regista viene chiamato attore feticcio, e spesso incarna l'alter ego sullo schermo di colui che sta dietro la macchina da presa. Le attrici invece possono incarnare il modello femminile o essere le muse ispirartici del regista, che in alcuni casi possono portare alla nascita di relazioni sentimentali.
Ci sono le collaborazioni d'obbligo come nel caso delle serie cinematografiche, ma più interessanti sono quelle che scaturiscono da un reale legame, dall'incontro di due persone di talento e di creatività che insieme riescono a creare qualcosa di speciale. E' il caso di quei registi che affidano i loro personaggi sempre allo stesso attore, perché il loro trovano la perfetta realizzazione e interpretazione della loro idea mentale.
Partendo dalle origini del cinema fino ad arrivare ai nostri giorni di coppie di questo genere è pieno il panorama cinematografico, ma sono poche quelle davvero riuscite.
Martin Scorsese e Robert De Niro hanno lavorato insieme in nove film di grande successo, come
'Taxi Driver', 'Casinò' e 'New York New York', che una volta conclusosi ha portato il regista a rivolgersi ad un'altro attore italoamericano, con il quale ha avuto la stessa intesa che dura tutt'oggi, ossia Leonardo DiCaprio, che lo stesso De Niro indica come suo erede, e che ha portato alla realizzazione di quattro film, 'Shutter Island', 'Gangs of New York', 'The Aviator' e 'The departed', con il quale Scorsese ha vinto l'unico oscar della sua carriera.
Altro due geniale e creativo è quello formato da Tim Burton e Johnny Depp, che oltre ad essere amici hanno portato sul grande schermo personaggi eccentrici ma strepitosi, protagonisti di otto film, tra cui 'Edward mani di forbice', 'La fabbrica di cioccolato', 'Alice in wonderland' e 'Dark shadows'. La versatilità di Depp riesce a penetrare le profonde creazioni del regista, passando dall'ironia alla malinconia con grande naturalezza.
Una nuova coppia con appena due film usciti, ma che promette di diventare un'unione vincente è quella tra Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling, che nonostante sia agli inizi è riuscita a riscuotere successo con 'Drive' e 'Solo Dio perdona', acclamati dal pubblico e dalla critica.
Un'altro regista che resta fedele agli stessi attori è Quentin Tarantino, che portò Uma Thurman al successo rendendola la sua musa ispiratrice e protagonista di alcuni tra i suoi più famosi film come 'Pulp Fiction'e 'Kill Bill', nei quali l'attrice mostra tra le migliori performance della sua carriera.
Tarantino inoltre ha una stretta collaborazione con Samuel L. Jackson, che considera quasi un portafortuna, infatti è presente, anche solo con piccoli cameo, in molti dei suoi film, da 'Jackie Brown' a 'Django Unchained', quest'ultimo film vede anche l'interpretazione dell'attore Christoph Waltz, già protagonista di 'Bastardi senza gloria', e promettente candidato per una nuova coppia.
Anche Woody Allen ha scelto spesso come attrice Diane Keaton, sua compagna anche nella vita per un lungo periodo, trasformandola nella sua musa in 'Io e Annie', per poi passare a Mia Farrow, che lavorò con lui per ben tredici film, tra cui 'Crimini e Misfatti', 'Hannah e le sue sorelle' e 'La rosa purpurea del Cairo'.
Tra i sodalizi più conosciuti troviamo anche quello italiano di Federico Fellini e Marcello Mastroianni, che ha permesso a entrambi di raggiungere la fama internazionale con 'La dolce vita' e '8½'. Anche la relazione artistica e sentimentale tra Michelangelo Antonioni e Monica Vitti ha dato vita a film di grande successo, come 'L'avventura', 'La notte' e 'L'eclisse'.
Riguardando agli anni passati si possono trovare brillanti sodalizi anche tra Josef von Sternberg e Marlene Dietrich, sancita dall'opera 'L'angelo azzurro', Sydney Pollack e Robert Redford con 'La mia Africa', John Ford e John Wayne, che realizzarono ventuno film tra cui 'Sentieri selvaggi', Alfred Hitchcock e Ingrid Bergman, che incarnava il modello di femminilità perfetta secondo il regista che l'ha resta protagonista della sua trilogia, di cui va citato il film 'Notorius', per poi fare riferimento a Grace Kelly e a James Stewart e Cary Grant per i ruoli maschili.
Alcune di queste coppie sono nate per una casualità, altre per affinità e altre ancora per un'attenta ricerca, ma l'importante è che abbiano generato un grande cinema, con opere eccellenti sia per la struttura che per la performance dei protagonisti, riuscendo ad esprimere al meglio l'idea generale della storia. E' proprio questo che i bravi attori devono fare, cercare di immaginare ciò che esiste nella mente del regista e provare a trasportarlo sullo schermo nella maniera più coerente possibile, mentre i grandi registi devono essere in grado di scegliere gli interpreti migliori e spiegare la loro idea. In questi sodalizi, soprattutto i più riusciti questo processo di immedesimazione avviene in modo semplice e naturale. Per questo si parla di coppie geniali.
Noi di Nerospinto vi segnaliamo un evento imperdibile nel suo genere.
Dal 14 giugno al 5 luglio 2013 presso la Sala Alda Merini- Spazio Oberdan della Provincia di Milano, la Fondazione Cineteca propone in anteprima per la scena italiana, due lungometraggi: Mandala e Sadhu- il cercatore della verità.
In maniera concisa e attraverso immagini folgoranti, entrambi i film indagano le radici della spiritualià orientale: sulle tracce di un eremita in viaggio dal Nepal al Tibet (Sadhu), o seguendo nel suo farsi la mirabile costruzione di sabbia ad opera di monaci del Bhutan (Mandala), gli autori dei film si spogliano di ogni preconcetto intellettuale e sovrastruttura occidentale. Si tratta di una sorta di pellegrinaggio alla fine del quale potranno dichiarare di conoscersi meglio.
I due lungometraggi saranno sempre proiettati insieme a uno dei due corti (Golok e La tenda nera) di “più Tibet”, che Giuseppe Cederna ha realizzato durante un recente viaggio con ASIA-Associazione per la Solidarietà Internazionale, una ONG che dal 1988 sviluppa con successo progetti umanitari in diversi paesi del continente asiatico.
A tutti i lettori di Sesto Senso consigliamo questo momento di "meditazione" attraverso gli insegnamenti delle filosofie orientali.
Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto, 2
20124-Milano
Tel:02.7740.6300
Da Beverly Hills agli arresti domiciliari a Roma, da attore di fiction a regista e scrittore impegnato:Stefano Calvagna è un artista di altri tempi. Tempi in cui la vita privata, i valori e la cerchia di amici e conoscenti finivano inevitabilmente con il contaminare anche la vita artistica e la carriera professionale. Parlo con Stefano e mi rendo conto di quanto gli avvenimenti della sua vita lo abbiano pesantemente segnato e influenzato senza scalfirlo e senza togliergli l’entusiasmo e la capacità di fare film e di scoprire talenti. Lui che dai set di Hollywood dove impara a fare l’aiuto regista, finisce a montare le sue pellicole in una palestra romana perché è l’unico luogo dove può lavorare senza violare gli arresti domiciliari a cui viene condannato dopo una brutta storia personale e legale. Una forza e un coraggio incredibili conditi da una rabbia e una amarezza che Stefano Calvagna veicola ed esorcizza attraverso la sua arte e i suoi lavori come il film Rabbia in pugno e il libro Cronaca di un assurdo normale. Questa la sua intervista a NeroSpinto.
Stefano l’11 di luglio arriva nelle sale
Rabbia in pugno. Probabilmente il tuo
film più personale. Ce ne vuoi parlare?
“È un poliziesco. Anzi il classico poliziesco.
Il protagonista è un campione di arti marziali
che ha una compagna che desidera tanto fare
l’attrice. Viene contattata per un provino da un
personaggio losco e senza scrupoli in un locale
pubblico e qui, senza che lei se ne accorga le
viene somministrata la droga dello stupro.
Una droga che esiste davvero sul mercato delle
sostanze tossiche e che nella giovane compagna
del protagonista ha un effetto letale e la conduce alla morte.
A questo punto il suo compagno dà vita a una vendetta
Personale. Ma non dico di più. Bisogna andare a vedere
il film”.
Detto così sembra un film molto forte,
molto da maschi.
“In realtà è un film che si rivolge a tutti.
La storia non è incentrata solo sul protagonista,
le arti marziali o il suo desiderio di vendetta ma anche
sul mondo delle donne. Sulla loro fragilità e vulnerabilità.
Su una droga che può diventare un’arma pericolosissima
nelle mani di uomini senza scrupoli e che può portare
alla morte o a pesanti traumi per tante giovani donne”.
Rabbia in pugno è ambientata quasi tutta in una
palestra perché lei non poteva muoversi dato i domiciliari
e naturalmente con pochi soldi e con tanta buona volontà
da parte di tutti i suoi collaboratori. Come ci è riuscito?
“Beh, diciamo che ho preso il lato migliore
di tutta la faccenda e che la mia forza di volontà
ha fatto il resto. Polanski fece solo il montaggio
all’epoca dei suoi domiciliari in Europa, io ho
fatto l’intero film e tutto sommato non mi lamento.
Certo, avrei voluto avere più libertà, più mezzi, più soldi
ma i miei più che film sono piccoli miracoli.
Sono pellicole che hanno lo stesso budget di uno spot
o di un lungometraggio. Il pubblico gradisce lo stesso
e io sono soddisfatto ancora di più dei miei piccoli miracoli”.
Ancora un film con Alberto Tordi come attore e come
compagno di lavoro e di avventura. Deve credere
davvero molto in lui.
“E ci credo infatti. E non solo perché Alberto è un grande
professionista, un bravo attore e un artista capace ma perché
è un bravo ragazzo, una persona per bene.
Nel mio mestiere avere persone per bene con cui lavorare
e con cui condividere qualcosa è il primo passo per riuscire
a realizzare quello che si deve realizzare.
Io so che su Alberto Tordi posso contare e questo
mi tranquillizza e mi fa lavorare bene”.
Antonia del Sambro
Attore e interprete affermato, Alberto Tordi è uno dei talenti italiani su cui ha puntato il nostro cinema negli ultimi anni. Egli ricambia con impegno e costanza e nonostante la crisi della cultura e le poche possibilità per i più giovani dichiara: “l’Italia è il mio paese”. Sostenitore e promotore dell’arte indipendente sogna Almodovar e ama Mastroianni. Il prossimo 11 luglio sarà nelle sale cinematografiche italiane con il nuovo film di Stefano Calvagna La rabbia in pugno.
La sua intervista a Nerospinto.
Alberto, lei si è imposto sia in fiction di successo che in film impegnati come interprete puro, una figura cinematografica che è sempre stata propria della tradizione italiana.
Quali dei suoi personaggi ha amato di più?
Imposto è un parolone! Diciamo che lavoro da una decina d'anni con dedizione, studio e sacrifici.Il ruolo che più ho amato è stato sicuramente nel film indipendente Ovunque Miracoli nel quale interpretavo Francesco un compositore musicale. Due mesi di lavorazione in un convento del 1500 lontano dal caos della città completamente immerso in una dimensione a me nuova. Ho forse capito cosa significa ascoltarsi, aprire il cuore a questo lavoro.
In piena crisi economica e sociale come fa un artista, nel suo caso un attore professionista, a non farsi scoraggiare dal clima non proprio di ottimismo che si respira ovunque e dalla mancanza di fondi che ha investito la cultura italiana in quasi tutti i suoi ambiti?
Non nego le difficoltà i sacrifici e la quantità di lavori fatti per portare avanti la professione di attore. Quello che mi dà la forza di continuare è senza dubbio la passione. L’approfondire la materia di studio, essere curioso, cercare di assorbire tutto ciò che può arricchire la mia preparazione.Cerco di non adagiarmi e non giustificarmi dietro il momento di crisi che il nostro Paese sta attraversando. Proprio in questi momenti si può attingere a qualità che abbiamo non ancora espresse. La speranza è che ci sia una ripresa del sistema italiano, ma questo è un discorso più ampio.
Quale è il ruolo che ancora non ha interpretato e che amerebbe fare e con quale regista?
Adoro Marcello Mastroianni, il sogno sarebbe una versione teatrale del film "Una giornata particolare”, film che amo profondamente.Per quanto riguarda il regista, il cinema indipendente offre maggiori possibilità agli attori privi di raccomandazione come me. Comunque Almodovar è il mio preferito!
Tanti giovani di talento e di successo stanno lasciando il nostro paese per cercare fortuna altrove o semplicemente perché gli sono state offerte possibilità che da noi non si trovano più. Lei ha mai pensato di lavorare all’estero?
Posso dire che il nostro paese preferisce sostenere i "vecchi talenti”! Istintivamente più di una volta ho pensato "mollo tutto e me ne vado"ma abbandonare la nave non penso sia la soluzione migliore. Il mio Paese è l'Italia e credo sia giusto rimanere. C’è un mondo di artisti indipendenti in movimento, che sicuramente ha cose più interessanti da dire rispetto a chi è introdotto nei canali convenzionali. Spero che prima o poi queste voci vengano ascoltate e dato loro il giusto spazio.
A cosa sta lavorando ora e che progetti ha in corso?
Ho iniziato da poco le letture di un testo teatrale che porterò in scena a settembre a Roma. L'11 di luglio uscirà nelle sale cinematografiche italiane "La rabbia in pugno" un film di Stefano Calvagna che mi vedrà nel ruolo di un poliziotto corrotto.
Intanto grazie... e baci ai lettori di Nerospinto!
Antonia Del Sambro
Torniamo indietro nel tempo. Torniamo agli anni 50.
Forse molti di noi, io compresa, non hanno vissuto questo periodo, ma in qualche modo non ci è estraneo, anzi addirittura familiare, e non per caso.
Tra il 1950 e il 1970 l’Italia vive uno dei suoi momenti più gloriosi, una sorta di rinascimento culturale, in cui arte, letteratura e cinema raggiugono livelli di magnificenza e grandezza.
Roma si trasforma in un crocevia di menti geniali: un drappello di produttori, registi, sceneggiatori, attori, scenografi, impongono in tutto il mondo, forse per la prima volta, l’eccellenza “made in Italy”.
Proprio in quegli anni da Rimini arriva nella città eterna un giovane pieno di voglia di fare e di speranza con un passione sfrenata per il cinema: Federico Fellini. Allora non era nessuno, ma il suo nome era destinato ad essere iscritto dell’albo dei più grandi e influenti cineasti della storia del cinema mondiale.
Nel 1950 debutta alla regia con Luci del varietà e dal quel momento è un susseguirsi di successi e riconoscimenti.
Per i successivi quarant’anni Federico Fellini traccia un solco indelebile della storia del cinema con una serie impressionante di film di culto: La strada, La dolce vita, 8 ½, Amarcord, La citta delle donne, sono solo alcune delle opere indimenticabili che ci ha lasciato, considerate e citate in tutto il mondo come delle pietre miliari della cinematografia mondiale.
Nel corso della sua carriera il maestro vinse ben cinque Oscar, una Palma d’oro e un Leone D’oro alla carriera, tutti riconoscimenti che l’hanno reso il regista più celebrato di tutti i tempi, e non senza motivo.
Fellini con il suo inconfondibile stile ha dato un’identità riconoscibile in tutto il mondo al cinema italiano. Il regista ha saputo recuperare la lezione del Neorealismo di Roberto Rossellini e inventare un suo universo fantastico fatto di suggestioni oniriche, ricordi autobiografiche, inclinazione alla satira, ambiguo erotismo, riflessioni esistenziali, attenzione per la provincia italiana e i cambiamenti della società. Tutte componenti che hanno permesso a Fellini di creare una poetica originale costituita da personaggi e immagini proverbiali e inconfondibili, destinate ad entrare nell’ immaginario comune come icone e metafore della cultura contemporanea.
In occasione del ventesimo anniversario della scomparsa del grande regista Photology ha organizzato una mostra fotografica itinerante dal titolo dal titolo Fellini at Work che, partendo da Milano, toccherà diverse città italiane.
Obiettivo della rassegna non è una mera celebrazione del regista, ma la creazione di un vero e proprio percorso di conoscenza, che porti lo spettatore a immergersi totalmente in quegli anni e ad avere una visione di Fellini non solo come personaggio, ma come uomo.
Le inquadrature, quindi, non potevano altro che essere di una persona che conosceva bene il maestro: il paparazzo Tazio Secchiaroli, padre della fotografia d’assalto, primo fotoreporter cinematografico al servizio del grande Fellini che, apprezzando le sue doti artistiche, lo chiama come fotografo di scena durante le riprese dei suoi film.
La vita condivisa di quegli anni sui set, ma anche negli uffici o dentro i laboratori di scenografia, provocano una simbiosi esplosiva tra due personaggi, in fondo, non molto diversi: entrambi artisti di grande talento, entrambi rappresentanti di vizi e virtù della loro epoca.
Una combinazione perfetta che non può non accrescere il valore di questa deliziosa mostra capace di far tornare indietro nel tempo, agli splendenti anni 50, quando il “made in Italy” nella letteratura, arte e società era simbolo di eccellenza.
FELLINI AT WORK - TOUR DELLA MOSTRA IN OCCASIONE DEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DEL
REGISTA (31 OTTOBRE 1993):
Photology, via della Moscova 25, Milano
La mostra continua fino al 31 maggio 2013
Dal lunedì al venerdì h11-19
Tel 02-6595285 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Photology a Noto
Via Carducci, 12
Noto (SR)
21 Luglio - 31 agosto 2013
Agenzia NFC
Via XX Settembre, 32
Rimini
14 Settembre - 31 Ottobre 2013
Joanne Woodward diceva: “le mie figlie sono più belle di me? Certo, mio padre non è Paul Newman”. Ovviamente lo diceva con tutto l’orgoglio di madre e di una donna che se pur molto bella, e attrice apprezzata a sua volta, era riuscita a far innamorare e anche a sposare l’uomo più sexy e desiderato del pianeta.
Sono i primi anni Sessanta, la rivoluzione è alle porte e Newman e la Woodward sono la coppia più bella di Hollywood ma anche del cinema di quegli anni, tanto che i responsabili della 66esima edizione del Festival del cinema di Cannes hanno deciso di omaggiare Paul Newman e i suoi film scegliendo come immagine la locandina di Il mio amore con Samantha, pellicola del 1963 che il bell’attore americano interpreta proprio al fianco di sua moglie Joanne.
L’omaggio al divo più divo del cinema mondiale è del tutto giustificato perché Newman non è stato solo il sogno proibito di quattro generazioni di donne ma anche il più intelligente e moderno degli attori della sua epoca. Ciò che lo ha caratterizzato, oltre ai suoi meravigliosi occhi e alla sua faccia da angelo, è stata la capacità di scegliere solo copioni e pellicole adatte a lui.
Non si è fatto incantare da ingaggi facili e da contratti milionari e non si è scoraggiato neppure quando per tutto il periodo degli anni ’50 James Dean e Marlon Brando gli hanno rubato tutti i ruoli da protagonista nei film che a lui sarebbe piaciuto interpretare.
I rivoluzionari e indimenticabili anni Sessanta lo vedono, però, protagonista indiscusso delle pellicole di maggior successo del tempo: Lo spaccone, Nick mano fredda, Il sipario strappato, Le avventure di un giovane, Detective’s story, Intrigo a Stoccolma. Un trionfo dopo l’altro una Nomination dopo l’altra. Newman vola sulle ali dell’affermazione assoluta come attore, come sex symbol e come immagine del divo americano per definizione. Gira spot pubblicitari, alcuni anche al fianco della bella moglie Woodward, fa innamorare di se i maggiori stilisti del mondo e fa vendere decappottabili.
Sembra che Paul sia il tipico fenomeno di costume di un’epoca, il bello che quando non sarà più considerato giovane e attraente verrà delegato in ruoli e comparse di secondo e terzo ordine dall’industria del cinema internazionale. Newman però non ci sta e forte dei successi conquistati e della maturità interpretativa acquisita si propone e viene scelto per i film più belli e importanti degli anni Settanta e Ottanta. Tanto da meritarsi un Oscar alla carriera nel 1986 e un Oscar come miglior attore protagonista nel 1987 per il sequel de Lo spaccone.
Paul Newman è un attore sempre più bravo e sempre più impegnato anche nel sociale. Insieme allo scrittore Hotchner, nel 1982 fonda la "Newman's Own", un'azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche i cui ricavati che ammontano a centinaia di milioni di dollari vengono devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi e che nel 1994 gli fa ricevere il Jean Hersholt, un particolare premio Oscar per contributi a cause umanitarie.
Tra gli anni ’90 e il 2000 arrivano pellicole come Le parole che non ti ho detto, Era mio padre, La vita a modo mio dove Newman è perfetto come attore maturo, con le rughe e i capelli bianchissimi. Attraente e meraviglioso come sempre. Tanto che tra pellicole impegnate, famiglia sempre più unita e numerosa e responsabilità nel campo della beneficenza dichiara: “questa storia dell’essere sexy è una delle cose più ridicole che potevano capitarmi”. Parole di un ultraottantenne che ha preso dalla vita, dall’amore e dal cinema tutto quello che di meglio potevano offrirgli ma che fa anche comprendere quanto lavoro e impegno ha dovuto metterci per dimostrare al mondo intero che Paul Newman era un vero uomo anche e soprattutto fuori dagli studio hollywoodiani. Il Festival di Cannes 2013 lo omaggia con documenti, immagini e film tra i più significativi; una scelta intelligente e che permetterà alle adolescenti di oggi di comprendere come era davvero un divo di Hollywood.
Appuntamento imperdibile, oggi 17 giugno, per i cinefili e gli amanti della buona musica: verrà infatti proiettato,in tutti i cinema della penisola, "The U.S. Vs John Lennon", documentario di David Leaf e John Scheinfeld, datato 2006 ed distribuito in Italia dalla Luckyred nel 2007.
Il film racconta la trasformazione di John Lennon, da icona rock ad icona del pacifismo e dell'impegno sociale contro la guerra. Ad unirsi a lui, in questa lotta ad armi bianche, c'è lei: Yoko Ono, appartenente alla famiglia imperiale giapponese e musa ispiratrice di uno dei personaggi più influenti del XX secolo.
Una coppia unita dall'amore per la musica e dagli ideali che forti germogliavano nei cuori e nelle menti dei giovani americani, stufi marci delle bugie dell'amministrazione Nixon e soffocati dai venti di guerra che soffiavano al di là dell'oceano.
Le idee forti, si sa, sono dure a morire: a fermare Lennon, giunse una pallottola sparata a bruciapelo da un fan invasato. Nulla ha però potuto fermare la potenza rivoluzionaria portata avanti dalle sue canzoni, che giunge prorompente sino a noi, costringendoci a porci delle domande, a non voltare lo sguardo altrove, a lottare per un mondo migliore.
Per conoscere la lista completa dei cinema coinvolti nell'iniziativa:
È il più grande innovatore del teatro italiano,l’unico che è riuscito ad avvicinarsi all’amarezza,al realismo di Eduardo De Filippo, alla sperimentazione e alla ricerca del teatro newyorkese con la stessa intensità e bravura. Carlo Cecchi dichiara di amare Shakespeare sopra ogni altra cosa, di considerarlo il suo unico maestro, ma poi sulle tavole del palcoscenico offre ai suoi spettatori interpretazioni crude e prive di ogni fronzolo del teatro elisabettiano avvicinandosi alla contemporaneità amara e gotica di Carmelo Bene.
Cecchi sa essere magistrale nella prosa radiofonica e nell’interpretazione cinematografica. Incanta con la sua voce profonda e cupa e con la sua gestualità misurata, intensa, essenziale che ha imparato e sperimentato recitando Cechov, Pirandello, Brecht, Moliere.
Carlo Cecchi è il solo attore italiano vivente che sa essere uno e centomila insieme, ma che sa trasformarsi in “nessuno” quando deve dare l’idea del senso stesso dell’esistenza umana.
Per questo registi importanti e internazionali, ma anche autori esordienti come Martone e Valeria Golino si sono affidati completamente a lui quando si è trattato di portare in scena personaggi difficili, attuali e drammaticamente veri.
In Morte di un matematico napoletano Cecchi rivela al pubblico del grande schermo quanto possa diventare tediosa e insopportabile la vita, anche per un razionale e serioso professore di matematica pura.
Il film è una denuncia sociale delle più dure e Carlo Cecchi rende il personaggio di Renato Caccioppoli così reale e orribile da meritarsi il Premio Speciale al Festival di Venezia.
Nel 2007 gli viene consegnato il premio Gassman come migliore attore teatrale, ma Cecchi ha già girato film come Il bagno turco, Arrivederci amore, ciao, Il violino rosso, Io ballo da sola.
Nato a Firenze nel 1939, dove ha cominciato a recitare poco più che ragazzo, si è fatto conoscere dal grande pubblico e dalla critica con Finale di partita di Samuel Beckett, la più grande interpretazione mai stata fatta del protagonista dell’opera in tutta la storia del teatro.
Per Carlo Cecchi il teatro è tutto, il rapporto tra attore e pubblico in sala diventa allora per lui l’unica forma possibile di dialogo e di arte. “Il teatro è calore, è vita, ed è l'unica forma d'arte che non si trova su internet” dice spesso a tutti, una filosofia che egli per primo segue scrupolosamente e quando si “presta” al cinema lo fa solo per sceneggiature che hanno una scrittura quanto più vicina a quella teatrale, ovvero pura ed essenziale.
La sua ultima fatica cinematografica lo vede nei panni del coprotagonista del lungometraggio, Miele, diretto da Valeria Golino. La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Covacich, ma il personaggio interpretato da Carlo Cecchi rimanda a ben altro.
Sicuramente è presente un richiamo al matematico napoletano di Martone, con la medesima difficoltà di vivere una vita che non appassiona più e da cui non si pretende più nulla; e ai più attenti non sarà sfuggita neppure la similitudine con la scelta inaspettata e lucida di Mario Monicelli, che ultranovantenne decide di suicidarsi buttandosi dalla finestra della sua camera di ospedale.
Carlo Cecchi diventa, così, la trasposizione concettuale, teatrale e filmica di uomini veri, reali, tormentati e coraggiosi, almeno a loro modo, e lo fa con tutto il rigore dell’attore novecentesco e la modernità dell’uomo contemporaneo, unendo luci e ombre, interpretazione classica e attualità di linguaggio.
Se pensiamo poi che lui non ama e non ha mai amato definirsi artista ma solo attore si può comprendere quanto per lui recitare non sia soltanto una professione ma la passione che guida le sue scelte e lo fa reinventare a ogni nuova interpretazione e a ogni nuovo personaggio.
La stessa morte per Carlo Cecchi diventa allora metafora e allegoria da accogliere fino in fondo per dare un senso compiuto alla vita di ogni uomo.
Lui è un grande regista italiano, lei un’intensissima attrice, simbolo degli anni d’oro del Neorealismo; l’altra, la bella collega rivale, arriva in Italia dal Nord Europa per girare un film e distruggere il loro amore. Sotto i riflettori c’è Roberto Rossellini – un matrimonio alle spalle e una relazione in corso con Anna Magnani - trascinato nello scandalo per l’unione con la svedese Ingrid Bergman, già diva ad Hollywood, stregata dalle pellicole del cineasta italiano al punto da indirizzargli una lettera che suonava più o meno così: “Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.
E’ il 1950, il film galeotto è “Stromboli terra di Dio”, protagonista una straniera che non riesce più a vivere con un povero pescatore siciliano. A darle voce e corpo è proprio lei, l’algida Ingrid, icona di quella borghesia europea che con il suo stile e i suoi valori comincia a frasi strada nell’Italia del dopoguerra e nel cinema che la rappresenta, sostituendo nell’immaginario filmico la drammatica figura della figlia del popolo che da “Roma città aperta” in avanti fu identificata con la disperata corsa verso la morte della Magnani. Anna, donna e artista appassionata, rapisce i sensi di Rossellini mentre stanno girando il film, il sentimento li travolge e si riversa nell’arte.
Nel 1948, tre anni dopo “Roma città aperta”, rinnovano infatti il sodalizio artistico con il film “L’amore”, in cui verità e finzione si fondono nell’inquietante presagio del personaggio della Magnani abbandonato dal compagno: è incombente la minaccia sulla loro felicità, la nordica diva che già sogna il cinema italiano e il suo maestro.Due isole belle e selvagge, due set, ancora una volta, saranno teatro del triangolo cine-amoroso più chiacchierato del momento: a Stromboli Rossellini sceglie la Bergman come musa e amante, mentre il tradimento scatena nella furiosa Magnani la vendetta con “Vulcano”. E’ il regista americano William Dieterle a dirigerla negli stessi giorni poco lontano dal vento scandaloso del nuovo amore.
Dive dai destini incrociati: Ingrid rimarrà in Italia da attrice e moglie di Rossellini, fino alla crisi che “Viaggio in Italia” racconta, con-fondendo ancora una volta cinema e vita, nel segno della verità umana indagata oltre ogni finzione dal grande cineasta. E Anna? La tormentata Anna? Hollywood, persa la Bergman ormai accasata nel Bel Paese, la accoglie alla fine degli anni Cinquanta e la celebra con un Oscar per “La rosa tatuata”, sottraendola però solo per pochi anni al cinema italiano al quale tornerà, passata la bufera, per concludere la sua carriera, ritrovando quel legame forse mai spezzato con Roberto che le sarà accanto fino alla fine, accompagnandola nell’ultimo viaggio verso il Paradiso degli artisti.
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