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Quando l’UNESCO, nel 2023, ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, il messaggio non era rivolto soltanto al mondo della gastronomia. Era un segnale politico e culturale: il cibo come strumento di identità nazionale, come linguaggio diplomatico, come leva di soft power in grado di costruire relazioni, influenzare immaginari, consolidare reputazioni.
Dentro questa cornice si inserisce il progetto I GO Italian, promosso dalla Fondazione Made in Sicily ETS, che prova a tradurre quel riconoscimento in una rete operativa. Non un marchio, non una certificazione, ma un’infrastruttura relazionale che connette ristoratori, chef e produttori italiani nel mondo sulla base di valori condivisi: trasmissione dei saperi, qualità della filiera, ritualità della tavola, convivialità come fatto culturale prima che commerciale.
Nato a dicembre 2025, I GO Italian si propone infatti come una piattaforma di networking e riconoscimento per quelle realtà che, fuori dai confini nazionali, contribuiscono ogni giorno a costruire e trasmettere un’immagine autentica della cultura gastronomica italiana. A guidare il progetto sono Giovanni Callea e Davide Morici, vertici della Fondazione Made in Sicily, che hanno chiarito sin dall’inizio l’impostazione dell’iniziativa. «A differenza di un sistema di certificazione basato su criteri oggettivi o commerciali», hanno spiegato, «I GO Italian nasce per mettere in rete chi già opera secondo i principi UNESCO. Non si impongono parametri rigidi, ma si identificano sensibilità, pratiche e narrazioni. Il riconoscimento UNESCO infatti non celebra un semplice complesso di ricette: considera un patrimonio culturale immateriale fatto di saperi, rituali, convivialità e tradizioni che uniscono le persone, il rapporto profondo con il cibo come elemento di comunità.»

Il punto è chiaro: oggi la gastronomia italiana all’estero non è solo export di prodotti o apertura di ristoranti. È una forma di diplomazia informale, quotidiana, che agisce molto più in profondità di molte campagne istituzionali. Ogni gesto di cucina contribuisce a costruire un’immagine dell’Italia che va ben oltre il turismo, diventando presidio culturale.
In questo senso, il riconoscimento UNESCO non celebra un repertorio di ricette, ma un sistema complesso fatto di saperi artigianali, rituali sociali, relazioni comunitarie, trasmissione intergenerazionale. È una definizione che sposta il baricentro dalla tecnica al contesto, dal piatto al gesto, dal prodotto alla cultura che lo genera.
I GO Italian prova a lavorare proprio su questo livello. La scelta di non adottare criteri rigidi di certificazione, ma un sistema di adesione basato su presentazione, invito e valutazione qualitativa, indica una direzione precisa: costruire una comunità prima che un elenco. Mettere in rete chi già opera secondo quei principi, piuttosto che imporre standard astratti.
Il risultato è una geografia dell’italianità gastronomica con più di 50 realtà che attraversa Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia, con presidi in città simboliche come Los Angeles, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Dubai. Più di 1.000 persone coinvolte tra chef, ristoratori, produttori interconnessi, oltre a luoghi in cui la cucina italiana non è più nicchia etnica, ma parte integrante dell’offerta gastronomica locale e del lifestyle urbano.
Qui entra in gioco un secondo livello di analisi: la food diplomacy non è solo promozione dell’immagine italiana, ma anche politica industriale indiretta. Ogni ristorante che lavora con produttori italiani, ogni bottega che importa e racconta territori, ogni carta dei vini costruita su denominazioni italiane genera domanda, apre mercati, crea filiere economiche.
Il caso di grandi operatori come Andronaco Grande Mercato, catena di supermercati con ristorazione in Germania, o delle catene di trattorie in Olanda di Qualitalia mostra come la ristorazione diventi piattaforma distributiva, educativa e commerciale insieme. Non solo vendita e servizio, ma formazione del gusto, alfabetizzazione alimentare, costruzione di abitudini di consumo orientate alla qualità.
Allo stesso tempo, il racconto emerso a Milano lo scorso 15 dicembre presso la Sala Falck di Assolombarda mette in luce una fragilità strutturale: gran parte di questa diplomazia gastronomica è affidata all’iniziativa privata, spesso senza un reale coordinamento istituzionale. Gli operatori italiani all’estero costruiscono reputazione e mercati, ma raramente sono integrati in una strategia nazionale di promozione culturale ed economica.
In questo vuoto si inseriscono progetti come I GO Italian, che provano a colmare la distanza tra patrimonio culturale riconosciuto e politiche operative. La creazione di una rete selettiva, basata su reputazione e coerenza, va letta come un tentativo di costruire un’infrastruttura leggera di rappresentanza, capace di dialogare con istituzioni, territori e sistemi produttivi.
Il nodo, per il futuro, sarà la governance. Trasformare una rete di storie individuali in un sistema riconoscibile, capace di produrre effetti misurabili in termini di promozione, tutela della qualità, contrasto all’italian sounding, sostegno alle filiere artigianali. Perché la vera sfida della food diplomacy italiana non è più raccontare l’eccellenza, ma difenderne la complessità. In un mondo in cui l’Italia è spesso ridotta a stereotipo gastronomico, costruire una narrazione articolata, plurale, territorialmente fondata diventa un atto politico.
In questo senso, la cucina italiana come patrimonio UNESCO non è un punto di arrivo, ma un mandato. Un invito a costruire politiche culturali ed economiche capaci di usare il cibo non solo come vetrina, ma come strumento di relazione internazionale, sviluppo territoriale e identità condivisa. E forse è proprio qui che progetti come I GO Italian trovano il loro spazio più interessante: non solo nel celebrare l’italianità, ma nel provare a darle struttura.
C’è un punto, in via San Gallo, dove Firenze sembra rallentare il passo e tornare a respirare con il ritmo lungo della storia. È l’ingresso di quello che fu un teatro seicentesco, oggi trasformato nel ristorante Il Foyer: un luogo che non si limita a “fare cucina”, ma costruisce un’esperienza, stratificata come le pareti che la ospitano.

Si entra attraversando quello che un tempo era il foyer teatrale - spazio di attesa, di incontri, di voci - e la sensazione è ancora quella. Soffitti affrescati, luci morbide, un’eleganza mai ostentata. Qui, nei secoli passati, riecheggiavano musiche e canti (un passato ancora oggetto di approfondimenti storici), oggi tornano a vibrare sotto forma di jazz dal vivo e piatti che parlano la lingua antica della Toscana.
In una città dove molte tavole del centro preferiscono rassicurare, Il Foyer sceglie una strada più esigente: la selvaggina come asse portante del menu. Una decisione non scontata, soprattutto a queste latitudini, che restituisce profondità e identità a una proposta gastronomica sempre più rara.

La cucina - guidata da uno dei quattro soci del progetto - lavora sulla tradizione senza musealizzarla. Il risotto di lepre e liquirizia è forse il piatto manifesto: intenso, calibrato, con un gioco amaro che accompagna e non sovrasta la carne. Più goloso e dichiaratamente contemporaneo lo scrigno ripieno di carbonara con salsa al tartufo, esercizio di equilibrio tra comfort e ambizione. Seguono secondi solidi, come la lepre e il cinghiale alla cacciatora, eseguiti con rispetto per la materia prima e per la memoria gastronomica toscana. Il tartufo, quando c’è, non è mai un orpello: entra nei piatti con misura, a rinforzare, non a coprire.
A sostenere la cucina c’è una cantina che impressiona non tanto per quantità - oltre 500 etichette - quanto per coerenza. Toscana in primo piano, certo, ma senza provincialismi: Italia e mondo dialogano in una carta pensata per accompagnare davvero il menu, non per fare sfoggio. Gli abbinamenti suggeriti funzionano e raccontano una visione precisa, costruita con competenza.

Il servizio è altrettanto valido, col giusto di mix tra professionalità e accoglienza. Romario è un oste all’antica, capace però di destreggiarsi armonicamente tra i tavoli quasi a tempo di musica.
Già, la musica. Il Foyer non sarebbe lo stesso senza la musica. All’ingresso, un contrabbasso e un grammofono d’epoca, perfettamente funzionante, dichiarano subito l’intenzione del ristorante: qui la colonna sonora non è un sottofondo, ma parte integrante dell’esperienza. I concerti jazz live settimanali trasformano la cena in un tempo sospeso, dove servizio, piatti e note dialogano senza mai disturbarsi.

A sintetizzare questo equilibrio tra arti e piaceri ci pensa una frase di Gioachino Rossini, scelta dalla proprietà come manifesto de Il Foyer fin dalla nuova apertura: “Mangiare, amare, cantare e digerire: sono i quattro atti dell’opera buffa che si chiama vita”.
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