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Il panettone non è più soltanto un dolce da tagliare e servire: è diventato un kit di esperienza. Negli ultimi anni molte aziende, dalle storiche marche industriali alle pasticcerie artigianali, hanno cominciato a produrre panettoni venduti con una sac à poche piena di crema (dal pistacchio al gianduia, dalla pasticciera alla crema di mascarpone) messa direttamente nella confezione, consegnando così al consumatore la possibilità di farcire la fetta a casa. Analizziamo l’idea, che ha sia pro sia contro.

I panettoni o pandori farciti, a livello industriale tanto quanto a livello artigianale, spesso deludono per la scarsità di farcitura che delude molto al taglio. Soprattutto, dopo aver acquistato un prodotto attratti dalle promesse fatte da packaging e racconto emozionale di spot o testi. Da questo punto di vista, dotare il panettone di sac à poche si rivela un'idea vincente perché porta autonomia al consumatore, nonché senso di controllo su ciò che ha acquistato: "sulla mia fetta metto tutta la crema che voglio". Regala al consumatore anche la possibilità di presentare il panettone con più fantasia e sensazione di home made: anziché puntare su una fetta appena farcita e con ancora i segni delle siringhe industriali, può comporre un impiattamento creativo e allettante anche per ospiti e familiari.
Un altro vantaggio, che le aziende hanno ben analizzato? La farcitura in sac à poche risolve i problemi tecnici del panettone farcito. Riempirlo in forno o in pasticceria significa rischiare che la crema alteri l’umidità del prodotto, riduca la shelf-life e complichi la logistica. Dare la crema separatamente, invece, mantiene le condizioni del lievitato, evita conservanti aggiuntivi e trasforma il momento del consumo in un piccolo rito personale. il consumatore non lo sa, ma proprio quest'ultimo fattore è la svolta che ha trasformato una scomodità tecnica in pregio per il consumatore. Questo rito, potere, questa libertà messa letteralmente nelle mani del consumatore è nata già da tempo: uno degli esempi più celebri nella GDO è Esselunga con la linea Elisenda (pasticceria premium progettata e formulata dai fratelli Cerea di Da Vittorio, ristorante tre stelle Michelin), nella fattispecie il kit cannoncini che il consumatore può farcire a casa quando vuole. Insomma è una scelta che funziona, sia a casa sia sui Social Network.
Lo svantaggio? Ovviamente, è a carico del consumatore: il prezzo. Scegliere un panettone con sac à poche per la farcitura ha un costo nettamente superiore rispetto a un panettone già farcito (magari con la stessa farcitura). Ecco perché le aziende molto spesso si sono fatte furbe, e propongono in sac à poche creme particolari.

Per i brand, sfoggiare una gonfia sac à poche è sia un modo per giustificare l'aumento di prezzo rispetto ai prodotti standard, sia una trovata elegante per proporre gusti premium senza cambiare la filiera produttiva del panettone classico. Le creme messe in sac à poche sono tendenzialmente particolari: seguono un trend, seguono ingredienti di nicchia. L'esempio più clamoroso e recente è il Panettone Dubai Chocolate: si ispira alla celeberrima tavoletta di cioccolato farcita con crema al pistacchio e pasta kadayif, e in commercio si trovano già completi (Il Golosone Dubai Style Chocolate di Maina, per esempio) o con sac à poche (il Dubai Style Chocolate di Vergani).

Gli esempi non finiscono qui: Tre Marie di Galbusera ha lanciato un panettone con crema al pistacchio in sac à poche, sempre Vergani ha proposto un panettone con sac à poche di crema gianduia che era reperibile anche da Eataly, persino piccoli marchi e pasticcerie (o pastry chef, come Andrea Barile) propongono versioni artigianali con sac à poche incluse. Persino realtà che vendono panettoni artigianali online stanno puntando su questa formula: la crema arriva separata, in tubetto o in sac à poche, per mantenere la pasta asciutta fino al consumo.
Disclaimer: quelli che seguono sono ragionamenti generici, non insinuazioni sui singoli brand o pasticcieri citati e presi solo come esempio su tanti.
La moda non è innocua. Primo nodo: l’autenticità. Cosa significa oggi “panettone farcito”? Se la farcitura arriva in una sacca stagna esterna, il consumatore ha davvero comprato un panettone “farcito” o un panettone con accessorio? Il cambio di linguaggio è sottile ma potente: trasforma un prodotto tradizionale in un’esperienza costruita a posteriori, e alimenta la confusione tra artigianalità e show commerciale.
Secondo nodo: estetica e spreco. La sac à poche è scenografica, ma spesso arriva in confezioni singole o in plastica flessibile, insomma un gadget monouso. In un’epoca in cui i consumatori sono più attenti alla sostenibilità, il packaging usa-e-getta rischia di generare fastidio e contraddizione, specialmente quando il prezzo che paghiamo è giustificato come “artigianale” o “di qualità”. Alcune pasticcerie rispondono con sac à poche riutilizzabili, con tubetti in latta o con creme in barattolino di vetro, ma la pratica comune resta invece il monouso.
Terzo nodo: il gusto come moda. Sapore “instagrammabile” che vince sulla misura del panettone stesso. Il rischio è che si perda di vista il valore del lievitato: quando la crema diventa il centro dell’esperienza, il panettone torna ad essere un contenitore di trend più che il protagonista gastronomico. Lo nota anche la cronaca gastronomica: negli ultimi Natali i giornali hanno raccontato una proliferazione di gusti e gadget che spesso premia l’effetto novità più che la sostanza.
In un panorama dominato da limoncelli, amari d’autore e twist sempre più creativi, a Milano arriva un outsider che punta tutto su un unico ingrediente: lo zenzero fresco. Si chiama ZenVero ed è il primo liquore artigianale italiano pensato per portare questo ingrediente – spesso relegato a tisane e centrifughe – direttamente nel mondo degli spirits.
L’idea nasce da Luca Giorgetti, che ha rimesso mano alla ricetta di famiglia: suo padre, ristoratore, preparava da anni un liquore allo zenzero come chicca per i clienti abituali. Giorgetti ha deciso di trasformarlo in un prodotto vero, mantenendo l’impronta artigianale della ricetta originale ma con un approccio più contemporaneo.

Il cuore del progetto è semplice: zenzero fresco lavorato senza filtrazioni, così da conservare carattere, pulizia aromatica e quella nota agrumata che distingue la radice quando è trattata bene. Il risultato è un liquore con un profilo netto, non addolcito da compromessi, che punta sullo spessore aromatico naturale dello zenzero.
Nella lavorazione vengono preservati anche i componenti bioattivi tipici della radice – i gingeroli – spesso citati per le loro proprietà antiossidanti. Qui non diventano claim salutistici: semplicemente contribuiscono alla vivacità del sorso, che resta protagonista.
Chi conosce la cultura gastronomica orientale non avrà difficoltà a leggere in ZenVero un rimando alle tradizioni ayurvediche, che allo zenzero attribuiscono da secoli un valore digestivo e “riequilibrante”. Nella pratica di oggi, significa soprattutto un liquore che funziona come fine pasto ma che può lavorare bene anche nei cocktail, specie per chi cerca un’alternativa più naturale ai classici ginger liqueur di importazione.

Il formato è quello da 70 cl, 32% vol., con un design essenziale e senza fronzoli. Il target? Amanti dell’artigianale, bartender curiosi e chi in generale apprezza prodotti che puntano sulla materia prima più che sul branding.
Per assaggiarlo al meglio, consigliano di servirlo freddo o ghiacciato e – dettaglio non banale – di agitarlo, perché la scelta di non filtrarlo lascia una componente materica che cambia la texture del sorso.
Dimenticate il bacaro tour, o almeno, lasciatelo da parte. Venezia non è solo cicchetti e tramezzini ma osterie nomadi, spezierie, luogo di mille invenzioni e primo salotto d’Europa; il bere veneziano ha una storia curiosa e perfino un po’ rivoluzionaria. E per capire come si sia costruita basta partire dal punto più visibile (letteralmente) della città: il campanile di San Marco.
Sotto il “paròn de casa”, come lo chiamano i veneziani, un tempo c’erano osterie in legno che ogni mattina spostavano tavoli e botti a seconda dell’ombra proiettata dalla torre. Era un modo pratico per tenere il vino fresco. Da qui nasce un modo di dire comune a qualsiasi veneziano ancora oggi: “andémo a béver un’ombra”, ovvero un bicchiere di vino all’ombra del campanile, o di qualunque cosa lo ricordi.

Quella stessa piazza, dove oggi i turisti si muovono come in un tableau vivant, fino al 1100 ospitava persino una vigna. In una città fatta al 92% d’acqua non si poteva sprecare nulla: isole coltivate, orti in quello che altrove chiameremmo piazze - i famosi “campi”.
Quando il Caffè Florian apre nel 1720, il caffè non ha niente del prodotto pop che conosciamo oggi: è una bevanda costosa, venduta in farmacia e trattata quasi come una medicina. Si tratta del primo Caffè del mondo occidentale, il più antico d’Europa, e va da sé che Venezia è la prima città a trasformarlo questa deliziosa bevanda scura in consumo sociale. Casanova ci passava perché qui si spedivano vassoi di cioccolata e caffè come dichiarazione d’interesse amoroso. Poi Goldoni, Canaletto, Guardi: la lista degli habitué è lunga.

Ai suoi tavolini nasce nel 1895 anche l’idea della Biennale, in un momento in cui la città cercava di ricostruire una nuova identità culturale post-repubblicana. Il sindaco-poeta Riccardo Selvatico e Antonio Fradeletto lo immaginarono qui, davanti a un caffè.
Qualche minuto di cammino, ed ecco un altro luogo dove Venezia ha cambiato il corso della storia gastronomica: l’Harry’s Bar. Non serve essere appassionati di cucina e mixology per sapere che qui sono nati due piatti/bevande diventati globali.
Il primo è il Bellini, 1948. Cipriani lo crea per omaggiare una mostra su Giovanni Bellini: pesca bianca frullata, spumante locale e un colore che richiama proprio i toni rosati del pittore. Semplice, fresco, immediatamente riconoscibile.

Il secondo è il Carpaccio, nato quasi per caso nel 1950. La contessa Amalia Nani Mocenigo non poteva più mangiare carne cotta e Cipriani risolve il problema come farebbe un artista: fettine sottilissime di manzo e una salsa “universale”, appoggiate sul piatto come un omaggio cromatico a Vittore Carpaccio. È un piatto nato dalla necessità, diventato leggenda. Il locale, intanto, continua a collezionare nomi: Hemingway, Capote, Welles, Onassis e Callas. Ma la cosa più interessante è la coerenza: servizio rigoroso, cucina essenziale, lusso senza ostentazione. Un modello copiato in mezzo mondo.
C’è una pagina affascinante (e oggi quasi dimenticata) nella storia gastronomica veneziana: quella delle spezierie. Qui nasceva la teriaca, una sorta di super-preparato medicinale che mescolava decine di ingredienti, tra cui zafferano, mirra, cannella, radici varie e, sì, anche carne di vipera. L’idea era semplice: se la vipera non muore del suo stesso veleno, allora contiene qualcosa di protettivo. Oggi farebbe sorridere, ma per secoli la teriaca è stata considerata un rimedio potentissimo. La sua produzione era quasi teatrale, con facchini, funzionari sanitari e garzoni impegnati in una preparazione lunga mesi.

E non tutto è andato perduto. La famiglia Gottardi (storica spezieria a Rialto) continuò a produrla per la ditta Branca fino agli anni ’50 del Novecento. E molti sostengono che proprio da lì derivi parte dell’amaro che oggi riconosciamo nel Fernet.
Lo Spritz è uno dei drink più fraintesi della storia italiana. L’idea che siano stati gli austriaci a inventarlo è solo parzialmente vera. Il nome sì (“spritzen”, spruzzare), ma l’abitudine di alleggerire il vino con un po’ d’acqua è precedente: medievale per alcuni, romana per altri.
Una storia curiosa riguarda gli arsenalotti, i lavoratori dell’Arsenale. A loro la Serenissima garantiva una merenda quotidiana, e nei mesi caldi veniva servita una bevanda a base di vino e poca acqua fresca. Una sorta di proto-Spritz, insomma, ma con cinque secoli di anticipo. La versione moderna arriva con il Novecento. Nel 1920, i fratelli Pilla creano il Select, bitter veneziano per eccellenza. È qui che lo Spritz diventa quello che oggi conosciamo: vino bianco, acqua frizzante e qualche goccia di Select. Una formula semplice che da Venezia si diffonde prima in terraferma, poi nel resto del Paese.
Oggi la cultura del bere veneziano continua a muoversi come ha sempre fatto: per stratificazioni, intuizioni e luoghi che si reinventano. La Venice Cocktail Week, ideata da Paola Mencarelli, ne è un esempio lampante: una settimana in cui la città torna a essere laboratorio aperto, con caffè storici, hotel e bar che dialogano tra loro proprio come un tempo facevano spezierie, osterie erranti e salotti. Nella sua quarta edizione, andata in scena a fine ottobre, ha coinvolto 28 locali con oltre 100 eventi tra masterclass, tasting, talk e aperitivi. Nel programma anche i tour organizzati da Tell Me a Story Venice, come questo che abbiamo fatto tra piazze, caffè storici e ricette dimenticate.
In questa stessa scia si inserisce Ca’ Select, un luogo che sembra uscito da un capitolo della Venezia produttiva di un tempo: metà officina e metà museo, con le erbe in macerazione al piano terra e, sopra, un percorso espositivo che racconta come un bitter veneziano sia diventato parte dell’immaginario cittadino. È un modo per ricordare che qui la cultura del bere è sempre stata anche cultura materiale, fatta di mani, ingredienti e storie.

E poi c’è la laguna, che continua a regalare isole inaspettate. A Sant’Erasmo, l’isola degli orti, un gruppo di giovani distillatori ha dato vita a Gin dei Sospiri: botaniche coltivate o raccolte tra barene e campi — salicornia, timo limonato, carciofo violetto — per un gin che sa davvero di acqua alta, luce e vento. Un progetto che ricorda quanto bere, a Venezia, sia da sempre un modo per leggere il territorio, attraversarlo e, in un certo senso, ascoltarlo.
Si conclude al ristorante Oseleta di Villa Cordevigo, elegante dimora Relais & Châteaux affacciata sulle colline del Lago di Garda, il percorso enogastronomico “Chef in viaggio tra mare e terra”. L’ultima tappa approda dunque nel Veronese, chiudendo un itinerario di tre appuntamenti che ha messo in dialogo tre identità culinarie diverse (con territori e storie di cucina estremamente variegati), accomunate da un unico filo conduttore: l’ospitalità d’eccellenza.
Nato dalla collaborazione tra Borgo dei Conti Resort, Londra Palace Venezia e Villa Cordevigo, il progetto ha intrecciato talenti, territori e luoghi simbolo dell’accoglienza Relais & Châteaux. Ogni incontro ha valorizzato le radici degli chef partecipanti e le terre in cui oggi operano, attraverso menù condivisi capaci di raccontare un’Italia gastronomica autentica, contemporanea e profondamente legata ai suoi paesaggi.
Protagonisti del progetto sono tre interpreti della cucina d’autore Relais & Châteaux: Emanuele Mazzella, executive chef di Borgo dei Conti Resort, che porta nel cuore dell’Umbria i profumi e l’intensità della sua Ischia, trasformandoli in una cucina elegante e creativa in dialogo con i prodotti dell’orto del Resort e con una rete di fornitori a filiera corta, Daniele Galliazzo, executive chef del Londra Palace Venezia, capace di unire il fascino della laguna a una visione aperta e cosmopolita, valorizzando eccellenze locali come le verdure dell’isola di Sant’Erasmo in piatti dall’equilibrio raffinato, e Marco Marras, Chef del Ristorante Oseleta a Villa Cordevigo, che intreccia la raffinatezza dei prodotti del Garda con l’autenticità della sua Sardegna, costruendo una cucina armoniosa e profondamente ancorata alla stagionalità.
Per l’ultima tappa, sarà proprio Marras ad accogliere i colleghi nel ristorante stellato Oseleta per una cena a sei mani dedicata al dialogo tra acqua e terra, tradizione e contemporaneità. L’appuntamento è per mercoledì 26 novembre, a partire dalle ore 20: la serata si aprirà con un aperitivo di benvenuto e proseguirà con un menù degustazione a quattro mani, accompagnato da una selezione di vini della Tenuta Villa Cordevigo e di altre cantine del territorio.
La chiusura del viaggio vuole essere un invito alla condivisione: un manifesto di ospitalità e accoglienza che celebra l’incontro tra tre dimore Relais & Châteaux, tre cucine e tre territori accomunati dalla stessa visione. “Chef in viaggio tra mare e terra” non è solo un percorso culinario, ma un racconto fatto di radici, creatività e rispetto per le risorse della terra, dall’Umbria alla laguna veneziana, fino alla magia del Lago di Garda.
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