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Freelance under 30 con il chiodo fisso del mangiare e bere bene. Estremamente curiosa, cresce una nuova generazione di enotecnici fiorentini trasmettendo il suo entusiasmo con la penna e tra i banchi di scuola.
Centumbrie è un progetto giovane fatto di giovani, un racconto dell’Umbria che non ti aspetti e delle sue eccellenze. Agricoltura, frantoio, cantina, molino, laboratorio di panificazione e pasticceria, osteria, bistrot e accoglienza, con le meravigliose ville luxury immerse nel verde del paesaggio umbro, tra le colline e i suggestivi scorci del Lago Trasimeno. Il tutto all’insegna della qualità, sostenibilità, innovazione e storia, fuse insieme in un’idea di design, cura e bellezza.
E ora apre le porte del suo nuovo Evo Bistrot, l’ultimo progetto di casa Centumbrie che rappresenta un unicum nella ristorazione del territorio umbro (e non solo). L’Evo Bistrot by Centumbrie nasce da un grandissimo restyling dei precedenti spazi (sia in sala che in cucina) e presenta in grande stile il nuovo corso guidato dallo chef bistellato Gennaro Esposito. Un luogo unico, di grande stile e dalla forte personalità, che riesce a coniugare alla perfezione la cucina gourmet alla tradizione pop, unendo il mare del Sud all’enogastronomia di terra umbra, dando vita ad insolite e sorprendenti contaminazioni.

Quello tra Gennaro Esposito e Centumbrie è un matrimonio nato da un vero e proprio innamoramento professionale, tra la famiglia Cinaglia Menicucci – nella persona di Miriam Cinaglia, frontwoman dell’azienda – e lo chef. Un progetto a lungo termine, una visione condivisa, che parte dai valori della terra e guarda al futuro con grande modernità.
“Io immagino il progetto Centumbrie come una chiave che mi fa entrare in questo territorio meraviglioso, fatto di persone straordinarie, di artigiani, e soprattutto di visioni, che passa attraverso la ristorazione ma parte dalla terra, dall’olio, dall’agricoltura, dal grano, dai cereali, dai legumi. Stiamo cercando di costruire una struttura visionaria ma anche concreta, che pesca dal territorio e ha salde radici nei prodotti di quest’area meravigliosa dell’Italia. E dunque per me sarà un laboratorio continuo di esperienze e di insegnamento, perché penso che i grandi progetti sono quelli dove ognuno porta qualcosa, ma nel momento nel quale torna a casa è arricchito dal progetto stesso”, dichiara lo chef Gennaro Esposito.

“Campania e Umbria, due regioni che hanno alla base un forte legame con la terra, s’incontrano qui da Centumbrie e danno vita a qualcosa di veramente nuovo. I nostri valori aziendali sono gli stessi condivisi dallo chef, dunque lavorare insieme è stato quasi naturale. Da questa collaborazione inauguriamo un nuovo corso: una ri-progettazione importante non solo della proposta del bistrot, ma anche della cucina intesa come spazio, che diventa oggi un ambiente importante e il fulcro di tutta la ristorazione di Centumbrie, in sinergia con l’osteria, il bar e le ville. Un progetto a 360 gradi che alza ancora di più l’asticella”, dichiara Miriam Cinaglia.
Lo spazio nasce come bistrot gourmet all’interno del frantoio e oggi si trasforma, grazie all’idea visionaria dello chef Gennaro Esposito, in una sorta di ‘club metropolitano’ dove vivere esperienze culinarie, e non solo. Dall’aperitivo al dopocena fino al brunch della domenica e agli eventi speciali. Un’enorme ‘cucina - teatro’ a vista di ben 150 mq, un menu costruito con materie prime d’eccellenza, con proposte che spaziano dal crudo di pesce, alla pizza, alle tapas, fino a veri e propri piatti gourmet. Un’interessante carta dei vini e un cocktail bar sempre attivo con una drinklist tra grandi classici e sorprendenti signature (dove spiccano i drink all’olio evo CM). Una sala di design (con circa 100 coperti interni e 80 esterni), moderna e accogliente, elegante e colorata in pieno stile Centumbrie. Un luogo trendy per incontrasi, divertirsi e stare insieme, sicuramente un unicum nella zona.
La cucina del bistrot è un vero e proprio hub dove si realizzano le linee di tutti i servizi di ristorazioni di Centumbrie: dai light lunch da consumare nel bar adiacente, fino al servizio di catering a domicilio offerto nelle splendide ville per vacanze nella campagna adiacente e sul Lago Trasimeno.
La materia prima proviene in grandissima parte dai progetti agricoli interni, tutti biologici: verdure dell’orto, legumi, farine e ovviamente l’olio evo, protagonista assoluto i tutti i piatti.

L’identità della carta dei vini segue la stessa visione della cucina: dalla terra alla tavola. Oltre ai vini naturali CM Centumbrie, le altre proposte sono frutto di un’accurata ricerca: dai piccoli produttori che amano l’uva e rispettano la loro terra, fino ad arrivare ad una speciale selezione che rende omaggio ai grandi classici e alle cantine storiche. Un vero e proprio viaggio, dalle strade meno battute del lago Trasimeno, fino alle valli della Loira, per finire Oltreoceano.
Un team giovane di circa 15 persone (tra cucina, sala e cocktail bar. In cucina, a fare le veci di Esposito, uno dei suoi pupilli: il giovanissimo chef campano Raffaele Iasevoli.
Una proposta che unisce la tradizione di terra umbra alla cucina di pesce del Sud. Un incontro che non ti aspetti qui nella provincia di Perugia, che da vita ad un menu costruito con un unico intento: quello di riunire tutti intorno allo stesso tavolo, il più possibile, tra tradizione popolare e piatti più gourmet. Una cucina che spazia dalla carne al pesce, tra crudi pesce, pescato del giorno, primi piatti della tradizione, zuppe, tapas, pizza, burger e sandwich, cotture al forno Josper e tanto vegetale.

Tra gli antipasti: Gamberi marinati, zucca pomodori secchi e rucola; Mazzancolle arrosto con avocado, tapenade e insalata di puntarelle; Tartare di vitellone con pesto mediterraneo, crescione e limone; Carpaccio di spigola con cremoso di pistacchio, spinaci e colatura di alici; Gran crudi di pesce; Selezione di Ostriche; Degustazione di caviale; e la ‘N’è na pizza’ in vari gusti (una pizza bassa bassa con pochissimo lievito e super croccante che richiama la tonda romana, ma romana non è). Tra i primi: Spaghetti al pomodoro del Vesuvio selezione Gennaro Esposito; Tortelli di oca, vellutate di spinaci, pecorino e tartufo nero; Ravioli alla caprese; Mezzi paccheri con ragù bianco di seppia; Linguine spezzate con brodo di cipolla, terra e croste di parmigiano al tartufo. Le carni al Josper: Ribeye di bovino umbro; Faraona; Trancio di spigola; Calamaro. Dall’orto: Parmigiana di verdure; Carpaccio di petali di rapa rossa in agrodolce con pecorino e salsa verde; Zuppe di foglie amare e legumi. Presente anche una parte dedicata a burger e sandwich: imperdibile il Club Umbria Sandwich. Tra i dolci: babà napoletano, delizia al limone e Profiteroles.

Centumbrie è prima di tutto il progetto di una famiglia. I coniugi Cinaglia e Menicucci, dopo una vita vissuta fuori regione, decidono di investire nella loro terra natia per dare vita a qualcosa di importante, concentrandosi sul concetto di continuità e di valorizzazione dell’Umbria in tutte le sue eccellenze e bellezze. Il primo passo è stato l’acquisto di casolari con oliveti, tutti intorno al Lago Trasimeno, vera espressione del territorio: i casolari come segno di apertura all’accoglienza, all’ospitalità per far conoscere la terra amata; gli ulivi come simbolo di vita, di flusso vitale. Nasce poi subito il frantoio che con una corte interna, che ne è il cuore. Il controllo diretto su tutta la filiera garantisce il massimo della qualità.
Il progetto in due anni mette in fila tutti i punti cardini di quell’idea di esperienza, vita ed evoluzione che la famiglia Cinaglia vuole rappresentare: al frantoio viene affiancato il bistrot, si inaugura un molino, piccolo ma preziosissimo, completo di laboratorio per panificazione dolci e salate e punto vendita. I casolari accolgono, l’azienda e i prodotti raccontano. Gli spazi si allargano e la città trova un nuovo luogo di svago e scoperta enogastronomica. In generale Centumbrie vuole diffondere un concetto di bellezza filosofica come armonia, proporzione e cura, attraverso linee guida quali impegno, eccellenza umbra, qualità, idee ed energie giovani e sognatrici da promuovere e sostenere.
Con l'arrivo dei mesi più freddi, è importante adattare la propria beauty routine per proteggere la pelle e i capelli dagli effetti deleteri del clima rigido. A questo proposito Aroma-Zone, brand francese per la bellezza naturale, la cura della pelle e il benessere, ha pensato ad una beauty routine invernale 100% naturale adatta a viso, capelli e corpo.

Per quanto riguarda la cura del viso, è fondamentale mantenere la pelle idratata utilizzando prodotti arricchiti con oli e burri vegetali, che contribuiscono a lenire e nutrire la pelle esposta agli agenti atmosferici. Il set duo siero e crema proposto da Aroma-Zone, con la sua formulazione contenente acido ialuronico, si rivela particolarmente efficace nell'offrire un'idratazione intensa e prolungata, ideale per contrastare l'effetto disidratante dell'inverno.

Per un contorno occhi sempre fresco, il siero concentrato 5% Caffeina ed Elicriso si presenta come una soluzione mirata per levigare e illuminare lo sguardo, contrastando il gonfiore e riducendo le occhiaie, comuni durante i mesi più freddi.
Inoltre, per contrastare la perdita di collagene, responsabile della sottigliezza e della secchezza della pelle in inverno, l'integratore alimentare di Collagene marino si rivela un valido alleato per migliorare la compattezza e la bellezza della pelle dall'interno.

Passando alla cura dei capelli, è consigliabile utilizzare oli vegetali nutrienti e maschere idratanti per ripristinare la lucentezza e la vitalità dei capelli stressati dal freddo e dall'umidità. L'olio di trattamento all'Argan del Marocco BIO è un prodotto multifunzionale che si adatta alla cura del viso e dei capelli, donando morbidezza e luminosità a chiome secche e
danneggiate.
Infine, per proteggere la pelle dal fenomeno della disidratazione e dell'irritazione, è buona norma utilizzare creme e burri vegetali nutrienti, concentrati sulle zone più secche del corpo. La Crema Multiuso 100% di origine naturale proposta da Aroma-Zone si rivela un'opzione versatile per nutrire ed ammorbidire la pelle, mentre il Burro di Karité Grezzo BIO è ideale per proteggere e ristrutturare la pelle secca e screpolata.
Tanto esclusiva da sembrare irraggiungibile e invece dormire in una delle suite più spettacolari (e grandi) d’Italia si può, prenotando con un po' di anticipo e nel massimo riserbo, l’iconica Imperial Emotion Suite di 480 mq situata all'interno di Borgobrufa SPA Resort 5*, la SPA più grande dell’Umbria tra Assisi e Perugia oltre che punto di riferimento del centro Italia nell’ambito degli SPA Resort di lusso.

Imperial Emotion Suite è un piccolo wellness hotel privato, con ingresso riservato e nascosto agli occhi più indiscreti, check in direttamente in camera, room service e servizi extra lusso per godere in totale privacy di una private SPA con piscina interna riscaldata a 34 °C con panca idromassaggio ( a prova di nuotata e a bordo letto), sauna finlandese, bagno turco, doccia sensoriale fredda, Letto relax, videoproiettore in piscina, ampia doccia di coppia in camera, camino, angolo bar super fornito con una selezione esclusiva di prodotti food e beverage.
La suite è dotata di doppia camera da letto, di cui una con letto ovale, patio con vasca idromassaggio per 4 persone e giardino privato con lettini. Nulla è stato lasciato al caso per garantire agli ospiti di vivere un’esperienza di soggiorno unica nel suo genere, tra charme, ambientazioni di grande atmosfera, arredamento di design e confort di altissimo livello.

La Suite Imperial è una bolla di lusso sensuale e ricercata, progettata per sorprendere e regalare emozioni oltre che per raggiungere il proprio benessere psicofisico. Dalla biancheria in raso di cotone 100% della prestigiosa linea Rivolta Carmignani, ai materassi “Regut” con tecnologia svizzera (presenti in tutte le camere del Resort) che effettuano durante il riposo un micromassaggio e distendono la muscolatura, tutto è stato pensato per vivere un’esperienza indimenticabile in una delle suite più strepitose d’Italia.

Borgobrufa Spa Resort, oltre ad essere la SPA più grande dell’Umbria, ospita al suo interno il ristorante stellato “Elementi Fine Dining”, guidato dallo chef Andrea Impero, per completare un soggiorno di grande charme, prestigio ed eleganza.
Borgobrufa SPA Resort non è solo un punto di riferimento del centro Italia nell’ambito degli SPA Resort di lusso, con i suoi 3000 mq interamente dedicati all’area SPA & wellness, trattamenti di ultima generazione, una linea di cosmesi realizzata con i prodotti agricoli delle colture di Borgobrufa, oltre ad una sauna e piscina panoramiche che incantano su uno degli affacci più belli dell’Umbria.
Borgobrufa è infatti anche un modello d’impresa turistica e ristorativa altamente qualificante per il territorio, che lega il concetto di benessere, ad un modello di business dove il capitale umano ne rappresenta il fondamento, secondo il principio della famiglia Sfascia, proprietaria del complesso, che fare impresa significhi portare benefici e “ benessere” al territorio in senso allargato.

Ecco quindi la scelta di utilizzare 70 micro fornitori e trasferire anche in cucina quei valori di “benessere” per il territorio, con la proposta fine dining del ristorante Elementi, guidato dallo chef Andrea Impero e recentemente insignito della prestigiosa stella Michelin.
Una stella, che nel caso di Borgobrufa, non è solo alta cucina ma è anche sinonimo di corretta alimentazione con menù costruiti seguendo anche la logica del sentirsi bene a tavola, proponendo una sequenza di uscita delle portate che rispetti l’ equilibrio nutrizionale senza affaticare l’organismo. Un’interpretazione originale dell’alta cucina del benessere.
La musica è il linguaggio universale per eccellenza e in quanto tale permea tutti i momenti della tredicesima edizione di Olio Officina Festival, l’unico think tank italiano nel comparto dell'olio da olive. Con tema portante 'L'olio musicale', OOF è un'occasione unica per degustare, conoscere e perfino ascoltare gli olivi. Sì, anche perché, attraverso una specifica tecnologia, gli spettatori del festival ascolteranno il suono degli olivi in presa diretta.
"Il tema di quest'anno - Olio musicale - è quanto mai attuale”, spiega l’ideatore Luigi Caricato. “Anche perché, come tutti gli organismi viventi, anche le piante hanno una propria sensibilità ed emettono suoni, che ora, proprio in ragione di una specifica tecnologia, è possibile ascoltare. Si potrà cogliere la plateale differenza tra una pianta sana di olivo ed una afflitta dal batterio Xylella fastidiosa”.

Le melodie scaturite dagli alberi sono rese possibili attraverso l’applicazione di alcuni elettrodi sulle foglie e sui rami della pianta. Tramite un algoritmo viene convertita l’impedenza elettrica in note musicali. L’olivo diventa così il compositore che genera le note musicali, lo smartphone l’esecutore che trasmette le note generate dall’olivo, e l’essere umano assume il ruolo di direttore d’orchestra. Importante, per la realizzazione di queste esecuzioni musicali, l’apporto di Alberto Fachechi in collaborazione con la musicista Angela Trane. In occasione del festival si potranno ascoltare delle esecuzioni in presa diretta su piante d’olivo con tecnologia Plants Play.
Si va da un inedito cortometraggio che racconta gli olivi del Salento - dal dramma della Xylella al desiderio di rinascita - realizzato sintetizzando il suono degli olivi attraverso l’applicazione di elettrodi, alla esecuzione della violinista Anna Pederielli che, insieme con la violoncellista austriaca Lilian Urbas, trasforma la melodia originale degli olivi in note musicali nel brano dal titolo "Celebre liquido sonoro". Tutto ciò è partito dal fondatore del progetto “Le Officinali del Salento”, l’archeologo industriale Alberto Fachechi, da un’idea di Luigi Caricato. Inoltre, sempre sull’onda del suono degli olivi, sabato 2 marzo, alle 14.30, ci sarà l’esecuzione del brano musicale “Intrecci di vite”, di Diego Bassignana, in arte The Piano Painter, con Angela Trane alle tastiere.

La sera di giovedì 29 febbraio avrà luogo la performance “Battesimo dell’arte. Dell’olio il canto” di Silvia Rastelli, con musiche eseguite dal vivo di Denny Cavalloni. Attraverso l’olio, il battezzato riceve un sigillo spirituale, un carattere, un segno. E sempre in tema di musica, da segnalare l’intervento della musicologa Mariateresa Dellaborra, in dialogo con il critico e antropologa delle arti Daniela Marcheschi, per tracciare una panoramica sugli impieghi, anche i più disparati, del “celebre liquido”, così come lo definiva Gioacchino Rossini, in ambito musicale, dal melodramma alla liuteria, passando per la polifonia rinascimentale e la lirica da camera. E poi vi è lo spettacolo “La gravidanza della terra”, con l’attrice Lorena Nocera e i musicisti Maurizio Piantelli, tiorba e chitarra, e Alberto Venturini, fiati e percussioni.
Sabato 2 marzo alle 10.30 e alle 12.15, ci sarà Evo armonico. Assaggi amatoriali e musicali di oli extra vergini di oliva, un workshop particolare in cui è possibile riconoscere un olio extra vergine di oliva attraverso i sensi, in particolare olfatto e gusto, ma amplificandone la percezione con l’ascolto musicale: un percorso sensoriale tra le note fruttate, amare e piccanti degli extra vergini, conditi con elementi significativi del linguaggio musicale, per una originale performance a cura di Mimmo Lavacca, dell’associazione Terrasud, ideatore tra l’altro del progetto “Olio di famiglia”, e la saxofonista Anna Paola De Biase.

La tredicesima edizione di Olio Officina Festival chiuderà sabato alle 18.30 con il concerto di SoloDuo, di cui fanno parte i chitarristi Matteo Mela & Lorenzo Micheli, che eseguiranno musiche di Ottorino Respighi, Domenico Scarlatti, Claude Debussy e Astor Piazzolla.
Ingresso libero; degustazioni gratuite su prenotazione
Dopo il grande successo del 2023, torna il Roma Whisky Festival, l’evento aperto al pubblico e dedicato al variegato mondo del whisky, ai suoi amanti, ai produttori, agli importatori, ai distributori e ai bartenders che si è svolgerà sabato 24 e domenica 25 febbraio nell’ormai consueta cornice del Salone delle Fontane
Anche per questa edizione, sono previsti stand e spazi espositori delle più importanti aziende del settore, come Glenmorangie, Akashi, Shinobu, Glenturret, Ardberg e tante altre.
Un intero weekend dedicato al “re” dei distillati, che Andrea Fofi, fondatore ed organizzatore della manifestazione, ha voluto arricchire con numerose novità, tra le quali spicca una nuova Area Vintage, dedicata agli imbottigliamenti d’epoca. Nata dalla collaborazione con Oro Whisky Bar, è uno spazio pensato per chi già conosce l’anima di questo magnifico distillato e vuole scoprirne edizioni rare e particolari: tra le tante, annoveriamo un Port Ellen del 1979, Macallan X-ray range, Bowmore 27yo del 1989, Clynelish 24yo del 1990, Fettercairn 18yo del 1997.
Tra gli appuntamenti previsti nella giornata del 24, spicca “Alla scoperta delle distillerie Benriach e Glenglassaugh”, che vedrà Claudio Riva (presidente Whisky Club Italia) alle prese con i segreti e le curiosità di queste due distillerie leggendarie del mondo Highland e Speyside. Sempre per il 24, Marco Fedele, brand ambassador Bruichladdich, sarà il relatore di “Bruichladdich, un viaggio alla scoperta dell’isola di Islay”: un’occasione per apprendere le peculiarità dei diversi imbottigliamenti di Bruichladdich, uno degli Islay più iconici sul mercato.

Tra gli appuntamenti di domenica 25 febbraio, segnaliamo “ORO Collection, un’occasione unica in 4 decenni”, tenuta da Fabio Ermoli (creatore del progetto Lost Dram Selection), dove scopriremo quattro imbottigliamenti vintage di whisky, divisi in quattro decenni, per scoprire peculiarità e caratteristiche distintive di ogni epoca.
A completare l’ampio spazio dedicato agli addetti al settore, il festival è aperto a tutti gli appassionati del distillato per eccellenza, come confermato dal patron Andrea Fofi: “Negli ultimi anni il mercato del whisky, storicamente rivolto alla stretta cerchia dei grandi appassionati, si è aperto ad un maggiore numero di consumatori: un prodotto che è oggi apprezzato da entrambi i sessi e da tutte le fasce di età”.
Ne è la dimostrazione una lezione appositamente dedicata ai neofiti, ai quali è dedicato il mini-corso di avvicinamento l’”ABC del whisky”.
Non poteva poi mancare al Roma Whisky Festival 2024 il premio “Whisky & Lode”, che eleggerà i migliori whisky del salone valutati, come di consueto, da una giuria di esperti secondo la regola del blind tasting, in quattro diverse categorie:Best Scotch Whisky, Best Cask Strength, Best World Whisky e Best American Whiskey.
La manifestazione aprirà le porte sabato 24 febbraio dalle ore 14.00 alle 21.00 e proseguirà nella giornata del 25 febbraio con gli stessi orari. I biglietti sono disponibili online attraverso il sito ufficiale https://romawhiskyfestival.it/
La piazza milanese si prepara ad accogliere un nuovo capitolo offerto da SINE, il famoso ristorante guidato dallo chef Roberto Di Pinto. Con una storia di successo che abbraccia oltre cinque anni, SINE si rinnova per la stagione 2024, promettendo di stupire con nuovi percorsi degustazioni e tanti eventi speciali.

Con l'introduzione dei menu "SINE TEMPORE" e "SINE CONFINI", gli ospiti avranno l'opportunità di esplorare le radici e le ambizioni culinarie dello chef Roberto Di Pinto.
Il menu "SINE TEMPORE" offre un'esperienza culinaria immersiva nella tradizione partenopea, con piatti iconici che mescolano sapori autentici e creatività audaci. Tra le delizie proposte troviamo Pizzetta fritta, zucchine, palamita e basilico, Parmigiana espressionista o Risotto Milano/Napoli.

Il menu "SINE CONFINI", invece, invita gli ospiti a un viaggio culinario senza confini, combinando ingredienti e tecniche provenienti da tutto il mondo per creare piatti innovativi e sorprendenti come Ostrica al Pisco sour, Tartare di anatra affumicata, midollo e mallo di noce o Piccione, topinambur e ciliegie. Inoltre, la sezione "Da Condividere" del menu celebra la diversità e la creatività della cucina di SINE, offrendo una selezione di antipasti che soddisferanno tutti i palati, mentre i primi e i secondi piatti esplorano una vasta gamma di sapori e combinazioni.
Per celebrare questo nuovo inizio, SINE presenta un'evoluzione della propria identità visiva e gastronomica. L'atmosfera elegante ed accogliente del ristorante è stata rivitalizzata attraverso un restyling curato dallo studio Naos Design dell'architetto Dario Alessio. L'ambiente, ora caratterizzato da un mix di stile retro-minimalista e fascino senza tempo, accoglie i commensali in un'esperienza sensoriale unica. Gli interni sono impreziositi da sontuose installazioni floreali firmate da "Potafiori" di Milano, mentre le pareti dipinte con calce naturale aggiungono un tocco di raffinatezza e comfort.

L'evento di inaugurazione, fissato per il 29 febbraio, promette un'esperienza culinaria straordinaria con la collaborazione dello chef Nino Di Costanzo di Dani Maison di Ischia, insignito di 2 Stelle Michelin, e la partecipazione speciale di Chicco Cerea, del rinomato Da Vittorio - Brusaporto, con 3 Stelle Michelin, che curerà il dessert. Questo evento esclusivo, al costo di 180 euro a persona, includerà una selezione di vini sponsorizzati da Maison Henriot e Agenzia Arena.

Il programma della nuova stagione vedrà una serie di serate speciali, inclusa una collaborazione con lo chef Rocco De Santis del Sant’Elisabetta di Firenze e la chiusura autunnale con Oliver Glowing del Tre Olivi di Paestum, entrambi insigniti di 2 Stelle Michelin.
In risposta alla crescente richiesta dei clienti, SINE lancerà il suo servizio di catering, progettato per eventi di varie dimensioni, offrendo una selezione dei piatti di alta qualità creati dallo chef Roberto Di Pinto.
“Ecco perché anche se è un’impresa disperata, una scommessa persa in partenza bisogna continuare a credere nel sogno di vivere insieme”
(da Tous des oiseaux - Come gli uccelli)
Potente e lacerante, il capolavoro drammaturgico del franco-libanese Wajdi Mouawad, tradotto in italiano da Monica Capuani per la prima assoluta italiana diretta da Marco Lorenzi, racconta della storia d’amore tra Eitan, giovane di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba, in una realtà storica fatta di conflitti, dolore, odii, attentati. Un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide che dà vita a un’indagine emotiva sulla propria identità culturale e sulle proprie origini. Una riflessione toccante e profonda sull’amore, l’incontro e l’identità.
Disperatamente giovani e innamorati, Eitan e Wahida, si conoscono a New York, in una delle scene d’incontro d’amore tra le più belle finora scritte per il teatro. A dispetto delle loro origini, il loro amore fiorisce e cerca di resistere alla realtà storica con cui i due ragazzi devono inevitabilmente fare i conti. Ma nel loro destino, qualcosa va storto sull’Allenby Bridge (Hebrew: אלנבי גשר Gesher Allenby), il famoso ponte che collega (ma allo stesso tempo divide (perché i controlli sono serratissimi e non a tutti è permesso il passaggio) Israele e Giordania.

Eitan rimane vittima di un attentato terroristico proprio su quel ponte (luogo e simbolo) e cade in coma. La storia personale dei protagonisti si intreccia alla Storia, con la “S” maiuscola, di attentati, conflitti, odii che ormai da troppi anni continua in quelle terre e tra le due culture di cui i protagonisti sono inevitabilmente esponenti. Durante il coma, in una dimensione sospesa, simbolica e potente, i piani temporali si intrecciano, si sospendono e si sovrappongono. Da luoghi diversi, infatti, arrivano, i genitori e i nonni a fare visita al ragazzo. Per tutti loro sarà l’occasione di guardare negli occhi la verità più nascosta, di affrontare il dolore dell’identità, il demone dell’odio, le ideologie più rigide che appartengono a ognuno dei personaggi e quindi a ognuno di noi. Sarà l’occasione per capire come resistere all'uccello della sventura che si scaglia contro il cuore e la ragione di ciascuno.
Con questo testo teatrale si superano il tempo e lo spazio, percorrendo vicende familiari di diverse generazioni ambientate in diversi luoghi geografici e si percorre un’indagine emotiva sulla propria identità culturale e genetica e sulle proprie origini. Cosa sappiamo dei segreti del nostro passato, della storia delle nostre famiglie? Di quanti momenti oscuri della storia e di quali violenze siamo eredi senza saperlo? Siamo davvero il DNA che ci scorre nelle vene oppure è tutto molto più complesso? Se nasciamo nel letto del nostro nemico, come possiamo evitare che il sangue che scorre nelle nostre vene diventi una mina antiuomo? So davvero chi sono?
In scena Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Lucrezia Forni, Irene Ivaldi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Federico Palumeri, Rebecca Rossetti, un cast internazionale di attori, caratterizzato da un’eterogeneità linguistica e culturale che riproduce quel percorso di “incontro” verso l’Altro che - per Mouawad come per Lorenzi e Il Mulino di Amleto - è una ragione di vita e di poetica. Agli attori è stato chiesto di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue (italiano, ebraico, tedesco, arabo) oltre alla propria con l'aiuto di esperti linguistici e culturali.

NOTE DI REGIA
Di Marco Lorenzi
Incontri straordinari.
«Ci sono testi teatrali e spettacoli con cui fai un pezzo di strada, passi del tempo insieme, diventano un viaggio di conoscenza per te e per chi percorre quella strada insieme a te, e poi, quando tutto è finito ci si lascia come è normale che sia. Poi, ci sono testi teatrali e spettacoli che sconvolgono tutto, come una bomba piazzata nel bel mezzo della tua vita d’artista. Incontri che ti segnano per sempre.
Come gli uccelli / Tous des oiseaux fa parte del secondo tipo di incontro.
Di recente a New York, io e Barbara, siamo entrati per caso in un negozio, ad Harlem. Parlando con il proprietario gli abbiamo chiesto perché avesse scelto come simbolo di quel negozio una tartaruga. Ci ha risposto: "Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio".
E lo porto nel cuore mentre mi addentro nella storia complessa e magnifica scritta da Wajdi Mouawad. Il grande teatro infatti ci sa stupire nel momento in cui decidiamo di "uscire di casa", di andare verso l’Altro a costo di andare contro la nostra propria tribù – come direbbe Mouawad stesso.
E Tous des oiseaux è grande teatro. Il grande teatro che intreccia la grande Storia con quelle più piccole e intime che appartengono alla nostra vita e ai nostri desideri, che dilata il tempo mentre ci perdiamo in un rito potente e emozionante che parla non solo di noi, ma dei grandi movimenti della Storia stessa. Che ci tocca profondamente l’anima mentre urla con prepotenza le sue domande politiche e umane. Che non ci lascia indifferenti di fronte all’amore e alla crudeltà dell’essere umano.Tous des oiseaux è grande teatro, forse il miglior tipo di teatro, perché sa giocare con la forma, con i linguaggi, portarli alle estreme conseguenze del virtuosismo senza però perdere mai il contatto con quel bisogno ancestrale che il teatro porta scritto nel suo codice genetico: farci emozionare.
A questo punto diventa una grande sfida portarlo in scena. E farsi “veicolo” di tutto questo. Ma penso che da sempre faccia parte del mio percorso e del Mulino di Amleto ricercare instancabilmente di spostare i confini del teatro qualche metro più in avanti rispetto a dove pensiamo che siano. Mouawad ci ha regalato una materia densa e infuocata, perfetta per farlo.

Parola. Tempo. Emozione.
Come gli uccelli è stata l’occasione per costruire un cast unico, che mescolasse attori italiani ad attori provenienti da altri paesi, origini e biografie, con un’eterogeneità linguistica e culturale che durante il processo di creazione dello spettacolo potesse riprodurre quel percorso di “incontro”, quell’andare verso l’Altro che - come per Mouawad così per il Mulino - è una ragione di vita e di poetica.
Ho chiesto a questo incredibile cast di interpreti (e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo, delle relazioni che costruiamo, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che, per tre ore, si reggerà interamente sulle loro spalle, sulla loro forza, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria, con l'aiuto di esperti linguistici e culturali. Come gli uccelli risuonerà infatti di una molteplicità linguistica per cui, oltre all'italiano, gli attori reciteranno in ebraico, tedesco, arabo.
Anche la scelta della durata dello spettacolo è conseguenza inevitabile dell’epica costruzione del testo di Mouawad. La sua capacità di costruire una saga familiare che si snoda per tre continenti, tre generazioni, diversi luoghi e momenti storici, ci porta a fare i conti con il tempo. Il tempo passato che non è passato perché continua a lasciare profonde tracce che influenzano il nostro presente, che continua a ripetersi in un paradosso quantico per cui passato, presente e futuro si sommano e sovrappongono non lasciandoci apparentemente mai liberi nelle nostre scelte... La durata dello spettacolo diventa uno strumento per entrare in un respiro narrativo emotivamente fortissimo, melodrammatico, coerentemente incoerente, che progressivamente innalza la tensione drammatica a mano a mano che ci avviciniamo alla verità. E che non abbandona mai lo spettatore.
Allo stesso tempo, il racconto, la parola detta, raccontata, sono per Mouawad uno strumento di forza e di guarigione. Grazie alla forza della narrazione disseppelliamo la verità nascosta nel passato, accompagniamo i morti fino all’ultimo passo, guariamo le ferite dei vivi, ci riscopriamo umani e uniti
nella vulnerabilità che ci accomuna. Per questo (penso) Mouawad ama costruire storie. Storie in cui perderci per poi ritrovarci dopo un viaggio lungo e commovente.

Alla ricerca di una visione politica e umana.
Come cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo sistemi e visioni superati e fallimentari, sia l'unico errore da non fare. Continuare a ragionare secondo categorie identitarie auto-riferite e continuare a creare un teatro (un’Arte), borghese, che - per quanto sia d’avanguardia - rimane sempre arte identitaria e espressione di una visione parziale, non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di “rimanere esterni”, di far finta di nulla, dove i “muri” non hanno più senso e dove solo i “ponti” sono una possibilità di futuro. È solo quando si inizia a percepire come propri anche i conflitti e i problemi del mondo che consideriamo distanti, che, entriamo in un flusso davvero globale di consapevolezza, di comprensione e di reale cambiamento. Allora elaboriamo un punto di vista complesso e ricco per la nostra arte e permettiamo alla realtà di ferirci, di attraversarci, per pensare un teatro che possa continuare a parlare con il mondo che ci circonda, con una realtà complessa, multilingue, conflittuale.
Scegliere di affrontare una sfida come Come gli uccelli / Tous des oiseaux è chiederci cosa c’è dall’altra parte di quel muro, immaginario o concreto, che giganteggia anche nello spazio scenico dello spettacolo? Con il Mulino di Amleto approfondisco da tempo un percorso di ricerca e di creazione che nasce da questa inquieta e plurale visione del mondo: la ricerca dell’Altro, l’apertura umana e filosofica, sono stati i presupposti costitutivi dei lavori più recenti del nostro gruppo. Questa instancabile passione verso l’Altro ora fa un ulteriore passo avanti. Con Come gli uccelli si traduce in una internazionalizzazione dei collaboratori artistici, in una pluralità di linguaggio, in un pensiero plurale sin dal momento della nascita del processo di creazione e della progettazione. D’altronde - citando Milo Rau - “il teatro non è un prodotto, ma un processo di produzione”. E allora la nostra idea è di permettere a questo processo (e a tutti gli artisti e collaboratori) di farsi specchio di un'idea di teatro contemporaneo in relazione con le trasformazioni economiche e culturali che stiamo vivendo (o subendo?). Essere il primo step di una compagnia internazionale di professionisti, uno spettacolo multilingue, una visione naturalmente orientata oltre i confini nazionali, gli interrogativi che ci animano la scelta di un testo così potente e toccante, scomodo e lacerante, rendono questo progetto anche una dichiarazione politica. D'altronde una grande sfida drammaturgica è una sfida linguistica e, in quanto tale, è una sfida politica!
Il coraggio delle scelte
In Germania, nel 2019, prima che la pandemia portasse alla chiusura delle sale teatrali, Tous des oiseaux era già stato messo in scena in 16 grandi teatri. In Francia è stato un vero e proprio “caso”. Il testo vanta già numerose traduzioni e messinscene in tutta Europa. E in Italia? Questo progetto – non solo idealmente, ma nelle scelte formali e concrete che lo accompagnano – dichiara e rafforza la vocazione al dialogo con il teatro europeo che anima il Mulino di Amleto e il mio percorso di regista. Dopo Festen, Kollaps, Platonov, Affabulazione, Senza Famiglia, Ruy Blas, ci poniamo ancora una volta come pionieri di titoli e autori.
Come gli uccelli, è anche un modo per mettere in discussione una idea di “repertorio” che nel nostro paese sta diventando progressivamente sempre più stitico e conservativo. Abbiamo bisogno di idee nuove, di grandi testi che raccontino queste idee, e di spettacoli rischiosi che le condividano con il pubblico. Ma abbiamo soprattutto bisogno di una cosa: coraggio. Il coraggio di fare scelte scomode, incerte, non consolatorie, affondare le menti e i cuori in meravigliosi testi che vengono scritti da grandi autrici e grandi autori vivi e contemporanei. Saranno i classici del futuro».
Dopo il successo delle prime due edizioni del "Piatto di Federico II" nel 2021 e 2022, promosso dall'Assessorato alla Giostra del Comune di Monselice e con la partecipazione della Giostra della Rocca, dell’Ascom Confcommercio e della Pro Loco di Monselice, il 2023 e il 2024 vedono crescere ulteriormente questa iniziativa, che si espande verso nuovi orizzonti, collegandosi a città simbolo della vita di Federico II
Il percorso dello Stupor Mundi, che prende il viaa Monselice, intende far conoscere a livello nazionale le numerose iniziative della città, come la Giostra della Rocca e le attività enogastronomiche dei ristoranti, valorizzando le tipicità locali. Grazie all'ideazione del giornalista enogastroturista Maurizio Drago, il progetto "Il Piatto di Federico II" si estende a Jesi, Altamura e Palermo, città fondamentali nella vita dell'Imperatore.

L'iniziativa coinvolge chef e ristoratori di queste località, i quali si cimenteranno nella creazione di piatti ispirati alla cucina del Medioevo, periodo in cui Federico II ha lasciato il segno. Attraverso incontri ed eventi tematici, si promuoveranno le tradizioni culinarie di ogni luogo, con particolare attenzione agli ingredienti e ai prodotti utilizzati durante il regno di Federico II. Il Sindaco del Comune di Monselice, Giorgia Bedin, sottolinea l'importanza di quest'iniziativa nel promuovere la cultura enogastronomica locale e nel valorizzare il patrimonio storico e artistico del territorio. L'assessore alla Giostra, Luca Piccolo, aggiunge che l'obiettivo è di far conoscere il territorio anche al di fuori dei confini locali, coinvolgendo altre regioni italiane dove Federico II ha lasciato il segno.

“Oggi l’enogastronomia non è più solo sinonimo di buon cibo – afferma Federica Pagliarone, giornalista food&travel e responsabile ufficio stampa Il Piatto di Federico II - ma una vera e propria esperienza emozionale, che consente di conoscere ed apprezzare le eccellenze di un territorio, non solo dal punto di vista culinario, ma anche storico, artistico e culturale. Il cibo, infatti, è un potente veicolo di marketing territoriale per promuovere e attrarre visitatori verso le destinazioni. Cibo e turismo enogastronomico possono così diventare un binomio vincente nel rilancio dell’economia locale. Quest’unione crea infatti l’occasione per raccontare il territorio stesso con le sue peculiarità, comprendendo i luoghi anche attraverso la degustazione di prodotti tipici e di ricette storiche, della tradizione o innovative. Ed è proprio partendo da queste premesse che, su indicazione dell'assessore alla Giostra della Rocca Luca Piccolo e del Comune di Monselice (PD), da qualche mese sto lavorando assiduamente per promuovere la manifestazione Il Piatto di Federico II a livello nazionale, valorizzando i piatti presentati durante le due edizioni 2021 – 2022 all’interno di prestigiose trasmissioni televisive nazionali inerenti enogastronomia, cultura e turismo, come TG2 Eat Parade RAI2, GUSTO Tg5 Mediaset, MAG Italia 1, Sì Viaggiare Rai2, TGR Rai3, Geo&Geo, etc. Il tutto con l'intento di accrescere la visibilità di Monselice e dei luoghi federiciani ad essa collegati”.

Anna Maria Pellegrino, presidente dell’Associazione Italiana Foodblogger dichiara: “L’attualità di Federico II, Stupor Mundi, a distanza di oltre settecento anni dalla sua morte, si palesa nella capacità di accostare e unificare culture diverse. Come è accaduto e ancora accade alla Dieta Mediterranea, patrimonio Unesco, erroneamente considerata una semplice lista di ingredienti, dimenticando che è la magnifica somma di identità e culture gastronomiche differenti. Ecco che l’Imperatore, avido di sapere fin da piccolo, integrò in modo sublime i saperi ed i sapori della tradizione latino-germanica con quella siculo-mussulmana-ebraica. Grazie a lui nei primi decenni del 1300 il mangiare siciliano, assieme alla poesia, costituì la prima cultura gastronomica italiana e, citando Dante, “in quegli anni tutto ciò che gli italiani mangiavano era siciliano”. L’imperatore svevo, quindi, rese possibile la felice sintesi di tradizioni gastronomiche diverse, fondendole e mettendole in pratica, rivoluzionando così non solo il “ricettario” dell’epoca ma anche quelli a venire”.
Cibo, arte e cultura sono gli ingredienti del Mute, il primo museo dell’enogastronomia campana, che nasce in via Bracco 51 a Napoli, da una idea dell’imprenditore Diego Minutaglio con l’avvocato Luigi Lamberti, con il contributo della Regione Campania. Mille metri quadri, sette vetrine su strada e tre piani dedicati alle maestrie del passato, la storia dei prodotti e delle ricette e la degustazione di prodotti unici e inconfondibili, per un percorso storico nel segno dell'arte e della bellezza di una cultura dalle profonde radici.
«II Museo MUTE è un’antologia di sapori e tradizioni della comunità campana, testimonianza storica delle generazioni passate e patrimonio enogastronomico delle generazioni future. Ogni ospite è accompagnato in un percorso culturale e culinario capace di affascinare, divertire e intrattenere con tour guidati, degustazioni a tema e appuntamenti formativi per grandi e piccoli. II MUTE è pensato per il turismo, la didattica e per gli amanti del food per una esperienza innovativa e immersiva. Offre, inoltre, la possibilità di acquistare prodotti unici e di alta qualità delle migliori aziende della filiera enogastronomica Campana», dichiarano gli ideatori.
Da mercoledì 20 dicembre sarà aperto il primo livello, dove si potranno degustare - sia nei comodi salottini che appoggiati ai banconi - gli insaccati di mare dello chef stellato Pasquale Palamaro, il “casadduoglio” con i prodotti caseari e di salumeria di Sabatino Cillo e il pane di Carlo Di Cristo, la pizza nel ruoto leggera e croccante a cura di Impasto Vivo, l’angolo con i tipici cuoppi fritti. Nelle scaffalature i prodotti selezionati da esperti tra grandi e piccole realtà della Campania che verranno raccontati durante eventi dedicati. Il tutto valorizzato dal disegno di interni di Roberto Cremascoli di Cor Arquitectos, allievo dell’archistar Alvaro Siza.
Sui monitor, anche bifacciali per comunicare all’esterno, verranno raccontati i fondamenti della gastronomia attraverso slide e video realizzati da Brand Salad Studio. Come ad esempio gli strumenti della tradizione quali l’agliara (oggetto antichissimo ancora in uso nelle case e nelle pizzerie più antiche della Campania, la cui nascita è da ricercare nella caduta dell’impero Romano), ‘a caffettera (fondamentale per il rito quotidiano del caffè), ‘o pignatiello (tipico tegame di coccio dal fondo bombato e dai bordi alti che viene utilizzato per la cottura di piatti a base di carne, pesce o verdure), ‘a votapesc (mestolo forato fondamentale per le fritture).
Gli ospiti potranno conoscere così anche la storia dei prodotti della terra protagonisti delle ricette della tradizione a partire da ‘a pummarola che arriva dal Sud America per poi essere adottata dalla cucina italiana con le sue numerose proprietà, qualità e benefici, oppure ‘a patan originaria di Perù e Bolivia diventa fondamentale nel ricettario partenopeo affiancato alla pasta mista, e l’iconico friariello che nasce come scarto destinato alla plebe fino a diventare re della cucina napoletana.

A metà del 2024 verranno completati gli altri piani. Il percorso inizierà con la discesa al livello più basso del museo con una scalinata che ha sulle pareti opere d’arte di Alberto Bottilo dove si intrecciano l’anima di Napoli e la sua tradizione culinaria, come l’illustrazione digitale che lega con ironia e rispetto il grande calciatore Maradona al pomodoro, entrambi elementi onnipresenti nella storia e nella tradizione del popolo napoletano.
Giunti al -2 ci sarà una grande sala che riproduce il teatro della strada con le vie della tradizione campana ricche di colore e allegria, e una sequenza di “botteghe” che circonda la grande piazza. In questo luogo verranno ospitati anche eventi, spettacoli e condivisione d’esperienze.
Risalendo al piano -1 troveremo la galleria del gusto, uno spazio dotato di ampia cucina e postazioni dedicate allo show cooking, i laboratori didattici, la formazione e dimostrazioni gastronomiche dove diverse figure della tradizione campana saranno invitate ad “esibire” le proprie creazioni culinarie e viticole.
Intanto, negli altri livelli ancora in cantiere si potrà assistere alla mostra dell’artista napoletano Giotto Calendoli, dal titolo “Manodopera”, per raccontare il rapporto viscerale con la città che si nutre da sempre di colori e sapori tra istallazioni, artwork, illustrazioni, merchandising, stoviglie, e possibilità di gustare la sua cucina e acquistare tutto ciò che si tocca.
“Nisciuno è nato imparato” è il primo slogan disegnato sulla parete che gli ospiti si troveranno una volta raggiunto l’inizio della mostra al piano -2, per poi entrare in una sala caotica dove campeggia la scritta “senza arte né parte”. Sulle mura l’artista ha disegnato un ragazzo che vuole spaccare il mondo con una installazione di corde legate alle colonne. Tutto intorno Giotto ha giocato con diversi art word come una gru che trasporta un corno (richiamo alla scaramanzia) e un ciuccio seduto sul mondo (simbolo del calcio e della città, che invita all’autoanalisi grazie allo slogan “ignoro e tu?”) fino al “Vesuvio erutta” (sfottò che il napoletano riceve e rende come punto di appartenenza) dove il vulcano è creato dalla silhouette di una donna.
Nell’altra sala c’è Napoli tra panni stesi, i colori dei palazzi, e vari elementi come una buca con l’acqua al centro, una rappresentazione del Maschio Angioino in sabbia e una carriola che “vomita” cellulari, tutti carichi di pensieri su cui riflettere.
Poi si risale verso uno spazio che rappresenta la mensa della galleria, con panini da mangiare sui tavoli e merchandising tra con t-shirt e shopper, piatti e tazzine di ceramica. Sulle mura una nonna che grida “si fa freddo sali” e una donna indipendente che non ha bisogno di nulla se non della sua parmigiana per godere.
Visitabile gratuitamente dalle ore 10 alle ore 18 la mostra resterà aperta fino al 24 dicembre, data in cui quei livelli torneranno nelle mani degli operai per il completamento dei lavori. Per info www.mutecampania.it
Treviso palcoscenico di grazia e bellezza con “Facing Grace”, l’innovativa mostra dell’artista svizzero Simon Berger organizzata da Cris Contini Contemporary in collaborazione con il Comune di Treviso negli spazi di Casa Robegan, Musei Civici di Treviso. La mostra, a cura di Sandrine Welte e Pasquale Lettieri e sostenuta da Cristian Contini e Fulvio Granocchia, fa parte del programma culturale patrocinato dall’ Amministrazione Comunale e supportato da Banca Prealpi SanBiagio
Considerando il legame tra la città di Treviso e la casa natale del Canova a Possagno, Simon Berger si ispira al lavoro del celebre scultore neoclassico per sviluppare un concept espositivo che mira a dare una nuova interpretazione della complessa opera del Canova; un confronto con il linguaggio scultoreo unico del Maestro che traspone la personale ricerca estetica di Berger sulla forma umana fino al repertorio mitologico tipico del Canova.

L’artista svizzero prende come punto di partenza lo straordinario esempio di virtuosismo scultoreo delle “Tre Grazie” di Canova, nella composizione e nel movimento. Le tre Grazie -Euphrosyne (l’allegria), Thalia (la bellezza giovanile) e Aglaea (l’eleganza)- vengono scomposte e, attraverso la tecnica della ‘morfogenesi’ di Simon Berger, vengono riproposte su tele di vetro crepate ed incrinate come figure disgiunte, dando vita ritratti scultorei bidimensionali, che rivelano i loro caratteri distintivi, il loro personale incanto e mistero.
La reciproca separazione è superata grazie ad un progetto espositivo che, montando le tele verticalmente sul pavimento una dopo l'altra in linea retta, fa riacquistare unità all’opera e consente diverse prospettive a seconda dell’angolazione da cui lo spettatore la contempla. Questo sottile gioco di dissimulazione e ricostruzione è ulteriormente evidenziato dall'isolamento di parti del corpo distinte, riproposte come dettagli.
"Nelle opere di Simon Berger - dichiara Pasquale Lettieri - quello che non c’è reclama un corpus proprio, mentre quello che c’è tende a scomporsi nel processo della veglia e del sonno, con i due contendenti che provano a scambiarsi il posto - come i due teologi di Borges - mentre tutt’intorno impazza la modernità liquida e confusa".

Strettamente legata alla narrazione mitologica delle Tre Grazie, l’esposizione “Facing Grace” di Berger è ampliata dalla presenza della sua personale rivisitazione della Venere di Botticelli. Già ripresa in passato anche da Andy Warhol e da lui progettata attraverso ‘strati’ di significato pop-culturale, questi ‘strati’ sono ora riproposti da Berger attraverso un'installazione composta da diversi pannelli di vetro, smontati nei loro singoli colori che, presentando le caratteristiche facciali su lastre separate, formano un'immagine completa solo mediante la sovrapposizione.
Su questa associazione e sulla maestria tecnico-artistica dell’artista, Sandrine Welte spiega: “Un approccio rivoluzionario quello di Berger, una nuova definizione della pittura e della scultura in un medium ancora poco esplorato. Le premesse di una tecnica scultorea volumetrica e spaziale vengono da lui invertite, sfidando l'etica di una prassi a lungo consolidata, poiché le categorie - e quindi le linee di demarcazione - tra disegno, pittura e scultura iniziano a sfumare. Il suo è un nuovo linguaggio in cui la forza scultorea del braccio che scolpisce diventa il colpo attento di una mano disegnante, che incide tratti figurativi sulla superficie piatta della sua tela di vetro. Un paradosso che rompe con l'ortodossia delle classificazioni: pittura scolpita e scultura dipinta”.

A rendere ulteriormente omaggio ad Antonio Canova, al primo piano di casa Robegan Simon Berger espone un’installazione che rappresenta l’artista del Rinascimento da tutti e quattro i lati della stanza museale, come un’astrazione bidimensionale del suo autoritratto tridimensionale in scultura. La sala avrà inoltre una parete specchiata per giocare con la percezione di sé e con l’osservazione.
Carlo Antiga, Presidente di Banca Prealpi SanBiagio, ha commentato: "Nell’ambito del percorso di candidatura di Treviso a Capitale italiana della cultura 2026, progetto ambizioso che ci vede partner dell’Amministrazione comunale, abbiamo voluto lasciare un segno tangibile del nostro impegno sostenendo 'Facing Grace', mostra che incarna quel connubio di tradizione e innovazione, che caratterizza da sempre il nostro territorio. Territorio in cui da quasi 130 anni siamo impegnati nella promozione di iniziative culturali e nella valorizzazione del patrimonio artistico locale. Il nostro Istituto di Credito Cooperativo è infatti profondamente convinto che una crescita responsabile e sostenibile della comunità necessiti di essere alimentata e sostenuta da questi aspetti".
“L’arte di Simon Berger è magnetica. È la prima parola che mi è venuta in mente ammirando le installazioni dell’artista svizzero, che sono orgoglioso di ospitare a Ca’ Robegan - dichiara Mario Conte, Sindaco di Treviso- il suo modo di ‘creare’ e ‘disintegrare’, aggiungendovi significati e interpretazioni, saprà sicuramente coinvolgere i visitatori, rendendo Facing Grace una mostra di grandissima intensità emotiva, perfettamente inserita nello splendido contesto che, grazie a particolari accorgimenti nell’allestimento delle sale, andrà a valorizzare anche gli ambienti in un continuo e magnifico dialogo con le opere. Per la nostra Amministrazione proporre artisti come Simon Berger è un motivo d’orgoglio”.
Nasce il 9 aprile, 1976, in Svizzera. Vive e lavora presso il suo studio a Niederönz. Ha iniziato le sue esplorazioni artistiche dipingendo ritratti con bombolette spray prima di passare ad altri mezzi. Falegname di formazione, la sua naturale attrazione per il legno ha ispirato le sue prime creazioni artistiche all'interno del suo studio. Amante della meccanica, ha dedicato molto tempo anche alla lavorazione di carrozzerie usate per creare assemblaggi.
È stato riflettendo su cosa fare con il parabrezza di un'auto che è nata la sua idea di lavorare con il vetro. “I volti umani mi hanno sempre affascinato”, ha spiegato Simon “Sul vetro di sicurezza, questi motivi entrano in gioco e attirano magicamente lo spettatore. È un processo di scoperta dall'appannamento astratto alla percezione figurativa.” Ricordando le tecniche scultoree, un martello viene utilizzato per imprimere i tratti del viso evidenziati, mentre la frantumazione controllata del vetro crea fratture soggette alle leggi fisiche della materia: invece di crollare su sé stesso, il vetro di sicurezza mantiene i frammenti in posizione. L'incidenza della luce viene riflessa dai frammenti e dalle crepe all'interno del vetro, a seconda dell'illuminazione, sembra che il ritratto stesso risplenda.
La galleria internazionale Cris Contini Contemporary è stata fondata nel 2018 da Cristian Contini e Fulvio Granocchia ed è situata nel cuore di Londra. Cris Contini Contemporary offre ai collezionisti di tutto il mondo l’accesso ad un portfolio eclettico e multiculturale di artisti: dai grandi maestri moderni come Pablo Picasso, Lucio Fontana, Andy Warhol e Robert Indiana agli artisti contemporanei più apprezzati quali David Begbie, Endless, Antonio Freiles, Michelangelo Galliani, Ferruccio Gard, Michal Jackowski, Gioni David Gioni, Jeff Robb e tanti altri. Cris Contini Contemporary ha recentemente partecipato all’organizzazione e gestione di un Padiglione nazionale alla 59. Esposizione Internazionale d'Arte - La Biennale di Venezia 2022. Grazie anche alle sue continue nuove collaborazioni internazionali, la galleria rappresenta un punto di riferimento immancabile per gli appassionati e collezionisti d’arte di tutto il mondo.
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