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Noi di Nerospinto andiamo a nozze con "Romeo e Giulietta": in una Tragedia ci sono tutti gli elementi che più apprezziamo. Rivalità tra famiglie, un amore osteggiato, tragico, intrighi, passione...altro che fiction moderne...il caro William sarebbe stato perfetto oggi insieme a noi!
Al Teatro Carcano di Mlano
ROMEO E GIULIETTA nell’allestimento di Giuseppe Marini
Con Romeo e Giulietta Shakespeare porta in scena la più alta e suprema indagine poetica sulla vera natura dell’Amore e, insieme, una profonda meditazione sulle insidie del linguaggio, incapace di contenere e rappresentare il Reale (“What’s in a name?” fa pronunciare alla sua giovane protagonista), quindi, in ultima analisi, sulla propria Arte.
Un amore che muore della propria irriducibilità, del proprio “troppo”. Un amore “nato sotto cattiva stella” che, al suo primo apparire, incontra e copula con l’ombra della morte, perché soltanto la morte e la tragedia (per due adolescenti che adeguano il loro sentimento ad un codice iperletterario – il Libro – in cui rovinosamente inciampano) attendono e ispirano una passione talmente pura ed assoluta da non sospettare neppure la possibilità del calcolo, del compromesso, della convenienza.
La morte, dunque, è presente e operosa in questa prima vera tragedia di Shakespeare e rivela sin da subito qual è l’oggetto preferito del suo assalto: i giovani, fiori prematuramente recisi nel loro desiderio erotico più intenso, nel pieno del loro tumulto ormonale, nel più dilagante trionfo di vita, di passione, di sensi.
Nella “bella” Verona del Prologo, una città-tomba dilaniata da risse, duelli, da un odio violento di cui non si conoscono neanche più le ragioni d’origine, ma che ferve di vita, di movimento, di banchetti, di feste, di balli, di maschere, di teatro, non c’è spazio per i giovani e per l’Amore. Romeo e Giulietta potranno finalmente stare insieme, ma soltanto in una cripta, in una sorta di macabro legame eterno, raggelato e “premiato” dalle insulse statue d’oro che la dabbenaggine mercificante del Potere e degli Adulti erigerà a loro ricordo.
Romeo e Giulietta è il primo capitolo del progetto pluriennale promosso da Società per Attori “Progetto H – transito generazionale nell’arte scenica” che prevede l’allestimento di tre spettacoli i cui cast saranno composti quasi esclusivamente da attori e attrici provenienti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e da un’altra scuola riconosciuta (nel caso di Romeo e Giulietta, l’Accademia Palcoscenico di Padova) diplomati a partire dall’anno 2005.
Nel ruolo di Romeo Giovanni Anzaldo, diplomato alla Scuola del Teatro Stabile di Torino e interprete a teatro, con Alessandro Gassman, di Roman e il suo cucciolo per il quale gli è stato attribuito il Premio Ubu 2010 come miglior attore under 30. Grande successo anche per la sua interpretazione nella trasposizione cinematografica del testo – Razzabastarda – uscita nel 2012.
Gloria Gulino – Giulietta – diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha recitato in teatro in Molto rumore per nulla e Il mercante di Venezia, regia di Loredana Scaramella; La cucina di A. Wesker, regia di Armando Pugliese; Concerto drammatico, regia di Giuseppe Bevilacqua; in televisione ha preso parte alla fiction di Rai Uno Rossella (prima e seconda stagione).
Al Teatro Carcano di Milano
da mercoledì 20 febbraio a domenica 3 marzo 2013
Società per Attori presenta
di William Shakespeare - Traduzione Massimiliano Palmese
Con (in ordine alfabetico)
Giovanni Anzaldo Romeo, Fabio Bussotti Frate Lorenzo, Mauro Conte Mercuzio,
Riccardo Francia Benvolio/Baldassarre, Fabio Fusco Principe della Scala/Pietro,
Gloria Gulino Giulietta, Michele Lisi Paride/Tebaldo, Serena Mattace RasoBalia,
Simone Pieroni Capuleti, Nicolò Scarparo Montecchi/Frate Giovanni
Scene Alessandro Chiti
Costumi Mariano Tufano
Musiche originali Marco Podda
Maestro d’armi Francesco Manetti
Uno spettacolo di Giuseppe Marini
Durata 2 ore e 30 + intervallo
Orari feriali ore 20,30 – domenica ore 15,30 – lunedì riposo
Prezzi poltronissima € 34,00 – balconata € 25,00 (studenti € 15,00/€ 13,50)
Per informazioni e prenotazioni 02 55181377 – 02 55181362
Prevendite on-line www.vivaticket.it; www.ticketone.it; www.happyticket.it
Per scuole e gruppi organizzati 02 5466367 – 02 55187234
Teatro Carcano – corso di Porta Romana, 63 – 20122 Milano
www.teatrocarcano.com - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Affine a Nerospinto per i temi che affronta, dall’erotismo in senso lato all’arte, una creatura meravigliosamente borderline, una personalità forte e fragile allo stesso tempo, che si riversa tutta nel suo libro, tela sottile di personaggi labili che si perdono e cercano una via di uscita dalla tragica involuzione della propria esistenza. Ecco per voi l’intervista esclusiva di Nerospinto a Simone Bisantino, autore de Il ragazzo a quattro zampe.
Com’è nato il progetto del libro Il ragazzo a quattro zampe?
Ho lavorato a Il ragazzo a quattro zampe a partire dal 2007 con l’idea di fare un libro che fosse prettamente di racconti, in realtà più andavo avanti più mi piaceva che i personaggi tornassero, quindi alla fine è diventato un corpo unico: i personaggi passano da un racconto all’altro e sono, alla fine, essenzialmente gli stessi, legati tra loro. È venuta fuori questa storia che tutto sommato non è né un romanzo né un libro di racconti, troppo omogeneo per essere un libro di racconti e troppo breve per essere un romanzo. Potrebbe essere un romanzo per racconti, anche se queste storie, precisissime dal punto di vista cronologico, potrebbero rimanere slegate tra loro e funzionare lo stesso da sole.
Ti sei ispirato a personaggi reali? Come sono nati questi racconti?
Più che altro mi sono ispirato a delle storie comuni, a partire dalla cronaca di oggi. Le vicende narrate sono talmente universali – sia quelle estreme che quelle più ‘normali’ – che risultano attualissime. Molte tematiche le avevo già affrontate quando facevo collaborazioni con le raccolte di narrativa erotica di Mondadori. Tematiche come quella della pedofilia c’erano già all’epoca, ma qui sono più organizzate. C’è un’interazione maggiore tra adulti e ragazzi, dove gli adolescenti sembrano più adulti degli adulti stessi.
Quali sono gli elementi che ti affascinano di più, che cos’è che ti attrae e che poi ti porta a scrivere di determinate situazioni?
I meccanismi che s’instaurano all’interno di una storia, anche dolorosa, che prevede anche elementi tragici. Tutti i meccanismi che si affrontano nelle storie che viviamo, che non sono facilmente riconoscibili o subito comprensibili, ma che hanno bisogno di uno sguardo un po’ diverso. Un incastro di vite e personaggi, di situazioni anche ripetute che si ritrovano nel continuum dei racconti.
Durante la lettura de Il ragazzo a quattro zampe ci s’imbatte in scene forti, quasi terrificanti… sono tue paure quelle che emergono dai racconti?
No, non come episodi di vita, ma come sensazioni, che poi nel libro sfociano in situazioni molto più tragiche. La descrizione di scene violente non è la parte dei racconti più importante, in realtà, (molti riferimenti sessuali piuttosto spinti li ho tagliati di mia spontanea volontà) volevo invece che la sessualità fosse una cosa sfumata e molto narrativa, che non fosse appunto la protagonista vera e propria del libro. Gli elementi più importanti ne Il ragazzo a quattro zampe sono i dialoghi, le pause, i silenzi. Il modo di sentire, il punto di unione tra gli uomini e le donne che a volte combattono le stesse cose. Per me, non esiste femminismo e non esiste maschilismo, siamo tutti vittime e carnefici degli altri e di noi stessi.
Non volevi che i racconti fossero autoreferenziali?
Infatti, mi piaceva l’idea che questi personaggi interagissero tra loro in modi diversi, anche se in scenari molto estremi.
Quali sono gli autori a cui ti ispiri, o nei confronti dei quali senti di avere un debito?
Per quanto riguarda questo lavoro, in particolar modo Sylvia Plath: mi piacciono molto i suoi libri (La Campana di vetro, uno dei miei preferiti) e i racconti pubblicati postumi. Racconti che sembrano non avere una vera e propria trama, ma risultano eccezionali per come sono trattati dal suo occhio, dalla sua sensibilità di scrittrice. Nel libro ci sono moltissime donne protagoniste, con echi che portano a Virginia Woolf e Ingeborg Bachmann, ad esempio. Mi piace poi tantissimo la narrativa americana degli anni ’80, la transgressive fiction, il postpunk e il cyberpunk.
Come definiresti il tuo stile di scrittura?
Non so se si possa parlare di stile, è un po’ presto. Questo libro (che io chiamo racconto per ritratti) non è un romanzo, non è un libro di racconti, ma un libro in cui si succedono ritratti di vari personaggi, di varie storie, per riuscire un po’ a creare una sinergia tra i diversi elementi. Mi piacciono i testi brevi, per me le letture contemporanee non dovrebbero superare le 150 pagine. Preferisco siano brevi, con dettagli piccoli ma incisivi, frasi che riescono a rimanerti in mente e a farti riflettere.
Quali sono i tuoi interessi oltre alla scrittura?
La musica sicuramente, oltre a fare il selector ho un progetto in cui mi occupo di re-edit e mix. Amo l’arte moltissimo, (volevo fare il pittore) e alla fine capisci che tutte le cose che fai servono a creare un percorso. In passato non avevo mai pensato di poter scrivere dei racconti. Leggevo e leggo tuttora molto, ma scrivere è una cosa molto difficile, nonostante ci siano delle scuole che ti possano insegnare a farlo, scrivere richiede delle basi, una predisposizione.
Questo libro l’hai scritto anche per te?
Sì, principalmente l’ho fatto per me. Dopotutto si tratta di un progetto destinato alle piccole case editrici. Non è in ogni caso nemmeno stato facile trovare l’editore giusto.
Quando gli editori non capiscono sotto quale etichetta far rientrare un determinato libro, difficilmente riescono a promuoverlo come si deve, a darti un’identità in libreria.
Come ti vedi in un futuro?
Non ci pensavo neanche prima della pubblicazione (anzi, di ogni pubblicazione dato il secondo romanzo), per me è importante raggiungere degli obiettivi. Non vedo mai le cose che faccio legate al successo, ciò che conta è fare quello che mi piace, e soprattutto farlo da solo. Ci metti anni magari, a pubblicare o persino farti leggere, ma se sei convinto lo fai e vai avanti. Non è vero che se non conosci le persone giuste non puoi nemmeno sperarci: io inizialmente non conoscevo nessuno, eppure un po’ di cose le ho fatte. Di sicuro non è un lavoro per vivere: scrivere non è remunerativo, ma rende felici.
L’AUTORE: Simone Bisantino è nato nel 1978. Ha pubblicato il romanzo Amore e altri veleni e in varie antologie, tra le quali Delitti d’amore (Supergiallo Mondadori 2004), Hard Blog (Mondadori 2005) e Watersex (Mondadori 2006). Vive a Milano, dove lavora inoltre come dj sotto il nome d’arte Black Candy.
Il ragazzo a quattro zampe.
Autore: Simone Bisantino
Casa Editrice: Caratteri Mobili
Dettagli: ISBN 978-88-96989-34-0, formato 12×20, 90pp.
Prezzo: 10 euro
“Come ho appena scritto a un amico..se il Cristianesimo viene così spesso deriso, come vedo, vorrà anche dire che la gente ne ha perso il valore per strada nei secoli...o che la Chiesa ha perso qualcosa della qualità di Cristo per strada (nei secoli)”
Parto dal mio status in Facebook per iniziare a parlare di un fenomeno sociologico curioso e strano. Sembra quasi che, tra tutte le religioni, il Cristianesimo sia quello che più di ogni altra venga preso di mira per qualsiasi genere di ironia/blasfemia/ qualsiasi cosa che finisca in –ia.
Il ritiro in buon ordine dell’attuale Papa, che si sa, non giriamoci attorno, stava “sul culo” (e aggiungo scusate le volgarità) un po’ a tutti data la sua invadenza in campi non di sua competenza, ha scatenato l’ilarità generale sui social network, nonché le libere battute di spirito sui cardinali che andranno a “farsi manicure e pedicure per la fumata papale” (cit.).
Ebbene, non mi sento di giudicare nessuno che fa dell’ironia, ma di fare qualche riflessione a riguardo; anche un po’ di stampo sociologico/antropologico. Sarò breve e conciso.
Se la Chiesa è così presa di mira magari c’è un gap ancora da superare, un’eredità che si trascina dalle Crociate, che le ha fatto perder man mano fedeli, ma soprattutto credibilità. L’immischiarsi in situazioni non sempre di sua competenza, è stata quasi sempre una caratteristica stampata nel suo curriculum genetico. Ma quel "pover uomo" di Gesù non ha mai detto nulla a riguardo…lui voleva solo diffondere il Verbo, non andare a convertire con la forza i poveri pagani, fare politica o mettere il becco ovunque. Come diceva anche lui l’uomo ha un grande dono che è il libero arbitrio.
Gesù, ecco, parliamo di colui che si è talmente sacrificato per l’umanità andando sulla croce e punzecchiato pure con una lancia sul costato. Si sta mettendo le mani sulla fronte dalla disperazione e sta pensando: “… eppure mi sembrava di esser stato così chiaro”. Neanche la sua natura divina e il suo scomodarsi hanno fatto sì che l’uomo comprendesse come doveva esser fatta una chiesa e i suoi “direttori”.
Una grande incomprensione, rielaborazione, involuzione, chiamatela come volete, dei principi cristiani che ha portato a questo. Ha portato a pensare che un Cristiano sia uno sfigato, diciamocelo. Ma Gesù era un figo, era un vero rivoluzionario che a testa bassa e con umiltà ha smosso le masse e ha portato concetti innovativi nella sociologia dell’epoca. Era affascinante e con un appeal incontenibile nonché dotato di carisma e gioia di vivere il creato che suo padre aveva fatto. Tutte caratteristiche che la chiesa pare abbia appesantito appesantendo anche i suoi fedeli e facendo abbandonare l’arca del Cristianesimo a molti che adesso sono “credenti ma non praticanti”…e che vorrà dire ancora me lo chiedo.
Questo Papa ha segnato qualcosa, sicuramente. Ma non mi secondo il mio punto di vista non in positivo anzi…ha segnato il picco delle prese in giro nei confronti di un’istituzione (i social ne sono testimoni) che doveva esser tutt’altro in origine. Ha segnato la pesantezza dei principi cristiani e, alcune volte, gli schiaffi alla povertà con le sue babbucce firmate Prada.
Ha segnato. Io ho segnato questo nel mio taccuino: perché la gente scappa e si rifugia in religioni esotiche con tanta, troppa facilità? Spero che se lo segnino anche gli abitanti delle Chiese applicando, per davvero, il famigerato “esame di coscienza” che si fa prima di una confessione. E darsi delle risposte che sono nei loro magnifici testi.
E la cosa bella è che chi vi parla è un Buddhista.
Noi ci innamoriamo dell'anima, ma per vivere ci servono i corpi.[ I.F]
La Redazione di Nerospinto augura a tutti un buon San Valentino.
Un grazie speciale a Beatrice Corti e a Ryuichi Sakamoto.
Nata a Berlino, la sua immersione completa nella dance music ha avuto inizio durante un lungo soggiorno a Londra, al culmine del fenomeno ‘acid house’. Poco dopo il ritorno a casa inizia a lavorare come DJ nei piú importanti club berlinesi come il Fischlabor e il Tresor. Per tutto il resto degli anni '90, inizia a lavorare per un programma radiofonico su Kiss FM, e in seguito in un negozio di dischi, il Delirium, e per un'etichetta, la Braincandy, che le dá la possibilitá di organizzare e gestire diversi parties sotto il nome BPitch Control, che hanno portato poi alla creazione della sua etichetta discografica. Diventata in breve tempo un noto produttore inizia a lavorare ai suoi progetti : Stadtkind (2001), Berlinette (2003), Thrills (2005), Orchestra with Bubbles (2006, con Apparat) , Sool (2008), e Dust (2010), insieme al mix album Weiss mix (2002), My Parade (2004), Fabric 34 (2007), Boogybytes, vol. 4 (2008), e il Watergate 05 (2010) .
Esploratrice instancabile del suono, Ellen scopre e promuove giovani artisti condividendo il suo entusiasmo con gli altri. La sua etichetta BPitch Control produce i primi lavori di djs come Kiki, Sascha Funke e il duo Toktok, seguiti dalla nuova generazione di artisti come i venezuelani Aérea Negrot, gli israeliani Chaim, i brasiliani Dillon, il francese Thomas Muller, il greco Mr. Statik, gli italiani We Love e gli spagnoli Dance Disorder. Ellen ha da poco rivelato i dettagli del suo ultimo disco. In uscita il 12 marzo con la sua BPitch Control, LISm è una nuova versione della Allien; scritto per uno spettacolo di danza a Parigi ("Drama per Musica"), ha poi deciso di far rivivere il pezzo rielaborandolo: alcuni passaggi rimangono gli stessi, mentre altri sono stati estesi per dare vita ad una nuova composizione musicale. Durante questa traccia della durata di 47 minuti e 58 secondi, il sipario si alza e si abbassa su una varietà di paesaggi sonori, un viaggio musicale attraverso il magico mondo di Ellen, una traccia fluida che unisce contemporaneamente vari stili sonori che riflettono tutti i caratteri dei set di Ellen Allien DJ.
Di seguito 6 minuti della traccia..
Creatura straordinaria, creativa unica nel suo genere, con uno spirito artistico infinito senza del quale il vivace panorama techno di Berlino non sarebbe stato lo stesso, sabato torna a Milano per uno show piú intimo rispetto a quelli precedenti del Leoncavallo, e anche il vostro carnevale non sará piú lo stesso..
Ingresso: 15/20 euro
Tunnel Club
Via Sammartini 30
Liste: www.classic-party.it
“Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.” (Frida Kahlo) Se tutte le sofferenze umane fossero state dipinte, di certo Frida Kahlo sarebbe stata la mano che le avrebbe rese immortali sulla tela. Un po’ come ha fatto dai vent’anni fino alla sua morte, a Coyoacàn, Messico, nel 1954, nella casa dove era nata. Una vita contraddistinta da eventi tragici, uno dopo l’altro, quasi senza sosta, in un susseguirsi inarrestabile di sfortune: dopo la malformazione congenita data dalla spina bifida, Frida rimane coinvolta in un incidente stradale tra un autobus e il tram che solitamente prendeva per tornare a casa da scuola. Ne esce malconcia, costretta a rimanere a letto ingessata dal collo in giù per quasi un anno: è in questo periodo che inizia a dipingere, i genitori attrezzano il suo letto a baldacchino in modo che possa autoritrarsi. E proprio dipingendo il suo viso che riesce a trovare la sua perfetta estetica: una pittura che viene descritta da tutti i critici del tempo come una pittura surrealista, definizione che la Kahlo rifiuta. La sua carriera artistica decolla dopo l’incontro con Diego Rivera, famoso muralista, attivista politico e rivoluzionario, che sposerà dopo poco tempo. La relazione con Rivera è tormentata: lui è un famoso donnaiolo e non le rimane fedele, lei lo ripaga con la stessa moneta. I litigi sono continui e sempre più violenti, arrivano alla separazione dopo il tradimento più grave, Diego seduce la sorella di Frida, Cristina. Divorziano, la rottura è definitiva, o almeno sembra. Frida si rinchiude in una solitudine fatta di tequila, morfina e sesso, si abbandona alle sue tendenze omosessuali, liberandosi di qualsiasi inibizione sociale: è una rivoluzionaria radicale e ama questo stile di vita dissoluto. La separazione da Rivera è un momento di grande creatività e produttività artistica, affina la sua tecnica, scava ancora più a fondo nelle questioni irrisolte della sua vita. Arriva ad essere conosciuta negli Stati Uniti e in Europa. Nel frattempo il suo corpo straziato inizia a dare segni evidenti di cedimento. Tra un’operazione e l’altra ritorna in contatto con Rivera e si risposano nel 1940 a San Francisco, durante un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti. Gli ultimi anni di vita dell’artista messicana sono quasi passati interamente a letto: dopo un ultimo viaggio a Parigi, dove viene definitivamente riconosciuta come artista di fama internazionale, torna in patria dove sarà la prima donna ad ottenere una mostra personale a Città del Messico. Chiedere e spiegare perchè Frida piaccia così tanto a noi di Nerospinto mi sembra davvero superfluo. Come non appasionarsi ad una donna tanto tenace? Tanto attaccata alla vita? Capace di sopportare così tante sofferenze? Frida Kahlo ha veramente fatto della sua arte il suo grido di strazio, ha vissuto il suo inferno terreno, ha amato, ha odiato, ha sentito tutto. Sul suo ultimo quadro ha scritto “Viva la Vida”, inno ad un tempo terreno insopportabilmente doloroso ma comunque intensamente vissuto.
Noi di Nerospinto vi consigliamo la visione di due film sulla vita di Frida Kahlo: “Frida, Naturaleza Viva” (1986) diretto da Paul Leduce e interpretato da Ofelia Medina. “Frida”, tratto dalla biografia scritta da Hayden Herrera, diretto da Julie Taymor e interpretato da Salma Hayek, che proprio grazie a questo film ha ricevuto una nomination all'Oscar come miglior attrice. Il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. E consigliamo anche la lettura del libro: “Viva la vida” di Pino Cacucci
‘’ Colazione da Tiffany’’.Titolo che pare nasca da un aneddoto raccontato all’autore da un suo amico durante la seconda guerra mondiale che vede protagonisti un uomo di mezza età che passa una notte con un marine e che per ricambiare il favore lo invita per un buon breakfast ed il giovane che ha sentito dire che Tiffany è un luogo molto elegante e ignora che si tratti di una gioielleria, chiede di essere portato a colazione da Tiffany.
Un grande romanzo, un film famosissimo, ora una divertente commedia. Dopo una lunga tournée approda sul palco del Teatro Manzoni lo spettacolo “Colazione da Tiffany” di Truman Capote nell’adattamento teatrale di Samuel Adamson, regia di Piero Maccarinelli interpretato da Francesca Inaudi, che dice esplicitamente di non essersi ispirata a Audrey Hepburn della versione cinematografica dell’opera, bensì a Marylin Monroe l’attrice che lo stesso Capote aveva in mente in vista della trasposizione cinematografica , e Lorenzo Lavia.
L’adattamento, che vede cimentarsi rispettivamente nei ruoli di Holly e William, Francesca Inaudi, formatasi al Piccolo di Milano, nota sia al pubblico televisivo che quello cinematografico, e Lorenzo Lavia, attore figlio d'arte del regista Gabriele, vuole infatti rappresentare in maniera fedele l’opera di Capote diversamente a come aveva fatto il film diventato un cult e che vedeva protagonista un’indimenticabile Audrey Hepburn. Questo spettacolo assolutamente unico infatti mette in scena il vero mondo dello scrittore americano con riferimenti alla sua biografia raccontando la vera storia di Colazione da Tiffany: uno spettacolo da non perdere!
TEATRO MANZONI via Manzoni 42
Dal 26 febbraio al 17 marzo 2013 FRANCESCA INAUDI – LORENZO LAVIA Colazione da Tiffany di Truman Capote - adattamento di Samuel Adamson Regia di Piero Maccarinelli
E’ un dato di fatto che la parte più visibile dello yoga è costituita dalle posizioni in cui facciamo scivolare il nostro corpo: le Asana. O gli Asana: in sanscrito è un termine neutro. Si è deciso per convenzione che i termini neutri del sanscrito prendano il genere maschile in italiano; quindi, il modo accademicamente corretto sarebbe dire "gli asana", ma terminando in "a" viene molto naturale porre l'articolo al femminile, tanto più che i termini che servono a tradurre asana, posizione, postura sono tutti femminili.
Gli Asana sono un punto di partenza per raggiungere una qualità interiore diversa, ci insegnano a osservare con attenzione maggiore la muscolatura e il respiro, ma allo stesso tempo donano benefici all’interno del nostro corpo coinvolgendo positivamente alcuni processi fisiologici che il nostro corpo svolge quotidianamente. E’ una sorta di regalo che noi possiamo fare al nostro corpo e al nostro spirito. Per usare un insegnamento che ho ricevuto dal buddhismo posso dire con sicurezza che la nostra apparenza nel mondo materiale viene fortemente influenzata dal nostro universo interiore che, come un giardino Zen, perfetto e meticolosamente curato, si riflette di conseguenza nel nostro sguardo, nei nostri movimenti, nella nostra postura o modo di camminare.
Ovviamente si potrebbe scrivere un’enciclopedia sui benefici delle posizione yogiche. Come sappiamo, questa disciplina ha una storia millenaria e tutt’oggi continua ad esser studiata ed espansa con studi e ricerche sempre nuove. Qui di seguito un breve sunto dei regali che facciamo al nostro corpo con le Asana.
Digestione. I fattori nutritivi necessari ai tessuti sono costituiti da proteine, grassi, zuccheri, sali e ossigeno. Tutte queste sostanze sono trasportate ai tessuti dal sangue. Le prime quattro sono derivate dal cibo e dalle bevande assunte e la loro disponibilità dipende dalla quantità e qualità del cibo, ma anche dal potere di digestione e di assorbimento dell’apparato digerente.
Ecco che l’apparato digerente e quello circolatorio devono essere mantenuti efficienti affinché i tessuti possano ricevere un apporto adeguato di sostanze.
Tutti gli organi preposti alla digestione e assimilazione dei cibi sono contenuti nella cavità addominale, sostenuti in basso dal pavimento pelvico e su tutti gli altri lati da muscoli molto robusti. La natura ha provveduto al mantenimento del tono degli organi digestivi con un massaggio lieve e automatico 24 ore su 24. Tale massaggio tuttavia si esplica solo se i muscoli addominali sono forti ed elastici e le posizioni yoga preservano la forza e l’elasticità dei muscoli addominali producendo un massaggio forzato e vigoroso agli organi addominali.
È scientifico che i muscoli mantengono forza ed elasticità se sono sottoposti a esercizi di stiramento e contrazione.
Bhujangâsana (cobra), ardha-shalabhâsana (locusta), dhanurâsana (arco) sono ottimi esercizi di stiramento dei muscoli addominali anteriori e servono come esercizi di contrazione dei muscoli posteriori.
Yoga-mudrâ (sigillo dello yoga), pascimottânâsana (pinza), halâsana (aratro) contraggono vigorosamente i muscoli addominali anteriori e pongono i muscoli in una condizione di benefico stiramento.
Ciò che queste sei posizioni fanno per i muscoli anteriori e posteriori, vakrâsana (torsione semplice) fa per i muscoli addominali laterali; ardha-shalabhâsana (locusta) stimola direttamente il diaframma.
È dunque chiaro che gli âsana costituiscono un efficiente esercizio per tutti i muscoli addominali e li mettono in condizione di esercitare molto efficacemente il massaggio automatico dei visceri, mantenendoli nella loro posizione corretta ed evitando il rischio di prolasso e «sfiancamento» dei muscoli del pavimento pelvico.
Circolazione: il lavoro di trasporto dei nutrienti ai diversi tessuti è svolto dal sangue che circola nel corpo. Per evitare che il cuore (che è un muscolo) si atrofizzi è utile sottoporlo alternativamente a un aumento e a una diminuzione di pressione. Quindi anche un cambiamento pressorio all’interno della cavità ove è situato il cuore gli verrà trasmesso. Bhujangâsana (cobra), ardha-shalabhâsana (locusta), dhanurâsana (arco) determinano alternativamente un aumento di pressione sul cuore e così agiscono anche viparîta-karanî (mezza candela), halâsana (aratro), sarvangâsana (candela). Inoltre in queste ultime tre posizioni le vene si svuotano passivamente verso il cuore, senza la minima sollecitazione sulle loro pareti. Questo preserva e ristabilisce il tono venoso (chi soffre di vene varicose può trarre giovamento da queste posizioni).
Respirazione: i polmoni devono essere sani, i muscoli respiratori devono essere tonici, le vie respiratorie devono essere libere. Shalabhâsana (locusta) mantiene elastico il tessuto polmonare, mettendo in azione ogni alveolo e analogamente agisce parvatâsana (montagna sacra).
Sistema nervoso: in sarvangâsana (candela), halâsana (aratro), pascimottânâsana (pinza), yoga-mudrâ (sigillo dello yoga) la colonna si flette in avanti. Con bhujangâsana (cobra), ardha-shalabhâsana (locusta), dhanurâsana (arco) la colonna si estende all’indietro. In vakrâsana (torsione semplice), trikonâsana (triangolo), la colonna compie una torsione. La colonna vertebrale è l’involucro del midollo spinale, donde l’importanza delle posizioni che la sollecitano. Sono infatti molte le malattie connesse con il sistema nervoso: depressione, ansia, nervosismo sono il destino di molti occidentali. Una mobilizzazione di quest’asse, eseguita con dolcezza e una respirazione intelligente, assicura un ritorno progressivo all’equilibrio nervoso.
C’è un detto secondo cui la nostra età è quella che ha la nostra colonna vertebrale in termini di flessibilità ed elasticità. Eseguendo le posizioni yoga si permette alla colonna di svolgere tutti i movimenti necessari al mantenimento della sua elasticità e flessibilità.
Namaste, Vittorio Pascale
allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano studioso di Buddhismo tibetano fondatore della pagina Fb: Yogamando per domande @: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Se è vero che certi avvenimenti, per loro natura eccezionale, si verificano ogni settecento anni, allora non ho saputo resistere.
Mi sono detto, scrivi nella sezione stile di Nerospinto, il papa non c’entra. E mentre me lo ripetevo, per non voler cadere nella rete che io stesso stavo tessendo, sono già intrappolato. Con una tesi precisa. E penso a come scriverne. Non è semplice e può sembrare presuntuoso, retorico. Allo stesso tempo però mi convinco che Nerospinto non sia un contenitore necessariamente corretto. E’ approfondito, è critico, è interessato. Ma non si limita.
Posso quindi palesare il mio oltraggio e dichiarare a chi leggendo è già arrivato a questo punto: “Si, come ogni settimana stavo per pubblicare il mio approfondimento sullo stile. E invece, me ne infischio. E parlo del Papa. Anche se non mi è richiesto, anche se non era nei patti.”
E nel mio rompere la regola, l’accordo per il quale mi è stato conferito questo spazio per scrivere, vado completamente contro ogni pudore: ho la presunzione di poter parlare di Ratzinger portando la questione mediatica all’effimero mondo che questa sezione rappresenta.
Del resto, se in termini di “stile” ci si riferisce alla sua definizione più ampia, nessuno può controbattere che una dimissione papale non sia un gesto -anche - di stile.
Già il fatto che sorprenda e abbia l’eccezionalità di un evento millenario, presuppone di per sé una scelta di forma, dunque di stile.
A questo punto di quanto scritto, chi è arrivato a leggere fin qui è uscito indenne dallo stizzirsi e giudicarmi nell’ associare questi due piani.
Da un lato c’è un uomo bianco, da otto anni vestito di bianco, che ha ereditato un abito ingombrante, indossato da uno delle più grandi icone pop a livello planetario, Karol Wojtyla.
Un abito pesante, il simbolo di un credo, la traduzione stilistica di una rappresentanza mistica.
Un uomo che ieri dichiara: torno ad indossare il rosso, mi sporco di colore. Torno alle sfumature del sangue, alla palette più umana e terrena. Un colore che non è mai stato solo peccato. Un colore che è vigore, che è rivoluzione, che è rinascita.
Un colore che descrive benissimo le sue parole di congedo. Peccato solo per quel polveroso latino.
Un gesto che è ben oltre la dimensione religiosa, che invoca risveglio non necessariamente cristiano, ma più apertamente filosofico, intellettuale, creativo.
Uno dei più noti esponenti di una fede che generalmente parla alle masse dichiarando cosa è giusto e cosa è sbagliato, depone l’anello e invoca la sua fragilità. Una fragilità non religiosa, ma muscolare, psicologica.
E’ in fondo semplice, dice di non farcela. Annuncia che non può rivestire tale responsabilità e indossare quell’abito. E questo, se portato fuori da ogni preciso contesto, è un gesto di stile nobile, raro, di chi si spoglia davvero. Al di là di quello che si pensi in materia religiosa. Uno di quei gesti che fa il giro del mondo e capita, lo ripeto, ogni settecento anni.
Io non sono cattolico, e nonostante questo, non riesco a fare a meno di pensare che riguardi anche me. E confesso di vergognarmi anche un bel po’. E da quello che leggo, anche permeato spesso da slanci d’ironia, citazioni irriverenti che mi hanno reso partecipe, sento comunque che sia la manifestazione di un disagio che riguarda un po’ tutti. Esattamente come quando si scherza su qualcosa per esorcizzare, in fondo, una qualche paura che non si riesce a definire.
E quindi questo non dovrebbe instillare a tutti un qualche dubbio, una qualche riflessione?
Un chiederci collettivo: non ci eravamo forse persi o intorpiditi nelle nostre piccole cose, fatte di altre cose ancora più piccole? E questo uomo, indipendentemente dall’essere credenti o no, è forse il bambino che urla “Il re è nudo!” perché unico a vederlo, mentre gli altri sono talmente rapiti da quello che quell’uomo rappresenta dal riuscire a vederlo senza alcun abito?
E quindi questo non riguarda forse un po’ tutti, al di là dell’età, delle ideologie, del genere, del ruolo che si ha in quello che chiamiamo “società”?
E ci siamo allora tutti, lì dentro. E tutti, nel proprio infinitamente piccolo, dovremmo forse chiederci se quello che facciamo ha davvero un senso. Un senso, poi un significato, una responsabilità e infine uno stile.
Uno stile che è anche il modo in cui mediaticamente veicoliamo il corpo e la sua immagine. L’abito che creiamo. Il significato che gli diamo. Le persone a cui concediamo di indossarli, certi “vestiti”.
Vestiti che per la prima e unica volta non riesco ad associare a tessuti, trame, forme e riferimenti.
Uno stile molto diverso, che sta dietro a chi gestisce i poteri tutti, mediatici, economici, sociali, politici, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Persone che per essere lì, ad esercitare questo potere, dovrebbero avere la legittimazione di tutti gli altri, per l’enorme senso di responsabilità che assumono.
Uno stile che se non necessariamente va rivisto, ma almeno va messo in discussione, interrogato.
E allora sarebbe interessante chiedercelo tutti, che male non ci fa. Indipendentemente dall’essere una qualunque cosa o l’altra, trend setter o follower, stilisti o consumatori, redattori o lettori, creativi o razionali, pensatori colti o rozzi, curiosi o restii.
Chiediamoci se in quello che facciamo, abbiamo davvero uno stile. Proviamo a ricordarci che tutto quello che facciamo, in ogni gesto o intenzione, ha sempre e comunque una responsabilità collettiva. Anche se avesse conseguenze per solo un altro di noi.
Di un solo esito penso di essere certo. Sono sicuro che se davvero lo facessimo tutti, tutti davvero, il risultato non potrebbe che essere qualcosa di migliore dal non averlo fatto.
E tutto sarebbe più bello, anche gli abiti, comuni e non. E chi li indossa.
E se quanto scritto attirerà molte critiche o sembrerà non significare niente…..beh. Sarò coerente. Farò una scelta di stile: mi dimetterò dall’incarico. Forse.
Secondo un'antica leggenda la salamandra avrebbe una temperatura corporea così prossima a quella del ghiaccio da essere in grado di resistere all'ardore delle fiamme; in realtà se gettata nel fuoco la salamandra soffre e si consuma esattamente come ogni essere vivente..ma il mito non si consuma mai, il bisogno gli permette di esistere.
Con la performance "Racconti in/versi" Neuro Mans, con l'aiuto delle immagini di Melancholie mit Monstern, è l'attore, l'umano che si contorce di fronte al pubblico regalando una sensazione immediata, immergendosi nel mito generandolo attorno a sé per ricreare l'illusione della sempiternità.
Neuro Mans attua quella che, secondo Grotwsky, è la performance, intesa dunque come atto contestualizzato, liturgia e contatto.
Il teatro viene ridotto ad una sola parete, a luogo bidimesionale a cui viene restituita la vita tramite la voce e il gioco voce/ombra e quando l'attore entra nella santità dello spazio scenico in quel momento accade qualcosa di speciale, qualcosa di molto simile alla Messa nella Chiesa Cattolica: in questo spazio, nella sacra relazione tra l'attore ed il pubblico, quest'ultimo viene sfidato a pensare e ad essere trasformato dal teatro.
Mercoledì 13 febbraio presso lo Zoom Bar, Neuro Mans e Melancholie mit Monstern suggestioneranno in/versi le asimmetrie del pubblico presente rendendo omaggio al regista teatrale Jerzy Grotowsky.
Mercoledì 13/02 Ore 22:30 to 2:30.
.Performance starts@23:00
ZOOM Bar Via Panfilo Castaldi 26 Milano Info-contacts 345/2418801
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