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In questi giorni a Roma sarà possibile visitare Winter, audio-video installazione ad opera del collettivo Triac, trio di musica ambient e elettronica nato alla fine del 2011.
Triac indica un componente elettronico progettato per controllare i carichi di corrente. Come il numero dei componenti, tre sono anche le variabili che costituiscono le loro opere: immagine, suono e monocromo; semiconduttori di un flusso di pensiero universale che regala all’osservatore un momento di profonda intimità.
L’audio-video installazione Winter è un limbo psichico in cui le coordinate spaziali sono perdute, disorienta, ci fa chiedere dove siamo, cosa stiamo osservando. Lo schermo blu, il colore dell’anima, nonostante piccole variazioni visive, e il suono coprono volutamente il mondo e qualsiasi idea di realtà.
Perché non approfittare, quindi, di questo weekend invernale per un tuffo nel blu?
Triac è composto da Rossano Polidoro (ex Tu m', Line USA), Marco Seracini e Augusto Tatone. Creano installazioni audiovisuali sperimentando la relazione tra spazio ed elementi naturali.
Tra il 2005 e il 2011 Rossano Polidoro ha esposto propri lavori con il duo Tu m' nei seguenti luoghi e eventi: 54° Biennale di Venezia (I), Ica (UK), MACRO (I), Centro di Arte Contemporana Luigi Pecci (I), The Moderns,Castello di Rivoli (I), Bologna Flash Art Show (I), Icelandic Art Center (IS), Neon Gallery (I), T293 Gallery (I),Galleria Civica d'Arte Moderna, Gallarate (I), Arco 2007, Madrid (E), New Chinatown Barbershop Gallery, Los Angeles (USA), Artefiera, Bologna (I), Stuk Art Centre, Bruxelles (B), Scope London (UK), Art London (UK), Miart (I), Oboro, Montreal (CND).
Triac
Winter
A cura di Noemi Pittaluga
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – I-00162 Roma – Tel. +39.06.44258243 – Mob. +39.347.7900049)
Inaugurazione: sabato 23 febbraio 2013, ore 19.00-22.00 (ingresso libero).
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento.
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da P.zza Bologna: 400 m lungo Via
Livorno o Via M.di Lando).
Informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., www.galleriagallerati.it, www.triac-act.com
Via Apuania, 55 – I-00162 Roma
Tel. +39.06.44258243 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – www.galleriagallerati.it
Jerry Bouthier è elegante. Non solo perchè ha frequentato le passerelle parigine e londinesi, neanche per il suo lavoro di sound designer per Viviene Westwood, ma per il suo stile musicale. Sostanzialmente lui è uno della vecchia scuola, anni novanta, quando l'house approdava in inghilterra in club come Ministry of Sound, aperto da pochi anni, nel quale, con suo fratello Tom, hanno lavorato per diversi anni. È questa la parentesi di quattro anni in cui Bouthier si afferma internazionalmente, prima, in Francia, ha comunque scatenato il suo estro come pioniere della scena elettronica francese. Immagino quegli anni tra le migliori discoteche del tempo, dal Velvet Underground al Club uk e molte altre, in un turbinio di buona musica, droga e sesso, non dimentichiamoci che quelli sono gli anni migliori del clubbing, nel 1988, addirittura, ci fu l'estate nominata dalla stampa come “Second summer of love”.
Il sound eclettico di Jerry appassiona tutti, in un misto di beat dritti e sinfonie acid, ed entra a far parte della grande famiglia Kitsunè. Inizia così un altro capitolo della sua vita, tra moda, cultura e tendenza. Selezionatore di grande esperienza, cultura e stile, si inserisce in circuiti che lo portano a suonare in serate per Jean-Paul Gaultier, Giles Deacon, Nu Look per dirne un paio. Sono gli anni del BoomBox e del Ponystep, di Vivienne Westwood, di Sonia Rykiel, il ritorno a parigi e i viaggi a Tokyo.
Jerry, però, non è molto prolifico come produttore, e a parte qualche singolo e un paio di remix, aiutato anche da Andrea Gorgerino, con il quale avvia anche un progetto parallelo JBAG. Non è questo un dato negativo, se da una parte non potremo apprezzare progetti discografici, dall'altra sono tantissimi i mixtape, i set e i minimix che circolano in rete e che possiamo gustarci (il massimo, ovviamente, sarebbe sentirlo dal vivo) ed attraverso questi Bouthier ci apre le porte del suo mondo, in modi sempre diversi, mai banali e al passo con le novità.
Jerry Bourhier è il selezionatore per eccellenza. Ricordo bene l'anno scorso al Tunnel Club, il giorno del mio compleanno, non potevo aspettarmi serata migliore. Ai tempi non lo conoscevo e non sapevo cosa aspettarmi, se non la solita qualità offerta dalla serata Le Cannibale, ma gioia per le mie orecchie lo spettacolo fu eccezionale. Il club gremito di gente, inutile dire bella gente (in occasione della settimana della moda a Milano non poteva che essere pieno di modelle e modelli), e lui sul palco, con l'insostituibile cappello, a danzare con le dita sui cdj. Il set fu pieno di sorprese, tra elettro-house e elettro-clash, tra novità degli ultimi mesi e grandi classici. Il massimo, per me, è stato ritrovarmi La Musique, dei Riot in Belgium, tra gli ultimi pezzi, in chiusura a una magistrale prova d'artista.
Jerry Bouthier non passa inosservato e perderlo sarebbe uno scempio per l'anima di un buongustaio dalle orecchie fini. Quest'anno avrete l'opportunità di sentirlo di nuovo al Tunnel Club, questo venerdì (22 Febraio), sempre in occasione della settimana della moda, la serata già da adesso si preannuncia molto calda e la neve fuori sarà solo la cornice di un'altra notte senza tempo.
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2013: un anno che passerà alla storia. Dopo che papa Benedetto XVI ha deciso di mollare il colpo e lasciare il potere del suo minuscolo Stato a qualcuno di più giovane, e forse più motivato di lui, il Vaticano salirà agli onori della cronaca per un altro fatto eccezionale: la partecipazione alla Biennale di Arti Visive di Venezia, che si terrà dal prossimo giugno nella bellissima città della laguna veneta.
È la prima volta che la Santa Sede partecipa a questo evento e la cosa ha suscitato non poche polemiche, soprattutto in riferimento alle parole del Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinal Ravasi, che ha deciso di non intaccare i fondi del suo stato, ma di cercare degli sponsor per coprire i costi di questa nuova impresa.
Il tema della manifestazione saranno i primi undici capitoli del primo libro della Bibbia, la genesi, dunque verranno trattati argomenti come la creazione, il valore della coppia, l’amore, il creato, il peccato originale e quindi anche il male, la violenza, il diluvio universale e la figura di Abramo. Tutti temi che già si possono osservare nel più grande e meraviglioso capolavoro dello stato pontificio: la Cappella Sistina. Poco trapela sugli artisti che verranno chiamati e selezionati, pochi di numero, forse una decina, sia uomini che donne, alcuni famosi, altri meno conosciuti. Si parla di Bill Viola, l’artista americano divenuto famoso per i suoi videro, ma anche di Anish Kapoor e di Yannis Kounellis, ma mancano conferme definitive.
Il presidente della Biennale, il dottor Baratta, sembra aver messo a disposizione della santa sede le Sale d’Armi dell’Arsenale, una superficie su due piani di circa 1000 metri quadrati, che necessita di un restauro. Forse in Vaticano utilizzerà uno solo dei due piani e dividerà lo spazio con un'altra nazione. In ogni caso, deve recuperare i soldi del restauro, che spetta alle sedi ospitanti per scelta della Biennale. Le risorse trovate dovrebbero essere investite nel recupero delle sale, che ora versano in precarie condizioni. Ciò garantirebbe al Vaticano l’usufrutto su questi spazi per 26 anni, e spendendo di anno in anno soltanto i soldi per le spese di allestimento.
C’è chi si chiede se tale scelta sia corretta o meno: il Vaticano possiede sul suo territorio moltissime opere d’arte, alcune in cattive condizioni. Non sarebbe forse meglio investire i soldi nel proprio Stato proponendo lavori di restauro, il recupero di opere d’arte, di strutture architettoniche? Non sarebbe meglio pagare, ampliare l’offerta, magari aprendo alla visita al pubblico alcuni palazzi, organizzando un maggior numero di visite guidate anche in ambienti mai visitati prima? Non sarebbe meglio investire i soldi del Vaticano nel Vaticano, dove hanno lavorato alcuni dei maggiori e più famosi artisti del nostro paese, le cui opere attirano ogni anno milioni e milioni di fedeli?
C’è chi si chiede l’utilità di questa scelta, portata avanti con tanta fermezza da monsignor Ravasi. Si dice che per anni abbia cercato di far accettare la candidatura del Vaticano alla Biennale.
Certo, sarà un modo per far conoscere ad un pubblico ampio l’opera di alcuni artisti internazionali, ma niente di più. I soggetti scelti per questa prima Biennale non sono rivoluzionari e neppure un poco originali: la Cappella Sistina li propone da centinaia di anni.
Dopo il successo del live a Villafranca di Verona in occasione del Perfect Day Festival, i Two Door Cinema Club tornano nel nostro paese. La rock band nord-irlandese vanta un fortunato esordio con l'album "Tourist History" (Disco d'oro in UK), da cui è stato estratto il singolo I Can Talk, uno dei brani più amati e suonati dai djs indie-rock di tutto il globo.
A due anni dal primo album, i tre ragazzi di Bangor tornano sulle scene con un nuovo lavoro: Beacon.
Lo presentano ai Magazzini Generali, venerdì 22 febbraio.
Data: venerdì 22 febbraio 2013 Tour: Two Door Cinema Club in concerto
Orario inizio: 21:00 Orario apertura cancelli: 19.00
Location Magazzini Generali - Milano Via Pietrasanta, 14 20141 Milano Milano (MI) http://www.magazzinigenerali.it/ 02 5393948
Forse conoscerete l’artista Lykke Li per il singolo , o per il video della canzone, che da tempo spopola su Facebook e i compagni social.
Forse non sapete, però, che il suo nome per intero è Li Lykke Timotej Svensson Zachrisson, che è svedese, che è in attivo dal 2007, che ha pubblicato il primo album, Youth Novels, nel 2008 e che ad oggi ha contribuito alle produzioni di artisti come i Kings of Leon, lo svedese Kleruup, il famosissimo duo elettronico Röyksopp e il rapper, nonché produttore discografico, Kanye West. E che proprio lei, nel 2010, è stata una dei volti ufficiali per la collezione Levi's Curve ID, insieme a Pixie Geldof e a Miss Nine.
Sorpresi? Non avete ancora sentito tutto. Lykke Li vanta anche collaborazioni in campo cinematografico e televisivo: una versione remixata della sua canzone , in featuring con il cantante Kleerup, nei telefilm Misfits e Ringer. La cantante ha inoltre partecipato ai due più importanti show serali concorrenti in America, il Tonight Show presentato da Jay Leno e il Late Show di David Letterman.
Ma torniamo alla musica, Li ha inciso il suo secondo disco Wounded Rhymes nel 2011, ed è subito stato annoverato tra i best albums dell’anno da riviste quali l’ Observer, il New York Times e Rolling Stone. Wounded Rhymes contiene dieci tracce, tra cui I Follow Rivers che, divenuta immediatamente successo mondiale, ha ispirato numerose cover, tra le più famose quella del gruppo belga Triggerfinger e la
inserita nel film di De rouille et d'os di Jacques Audiard del 2012, in competizione al festival di Cannes.
Perché tutto questo successo? La canzone è un flusso perpetuo di parole come, appunto, il corso di un fiume. Nel video, diretto da Tarik Saleh, Li vestita e velata di nero insegue un uomo (l’attore Fares Fares) attraverso un paesaggio arido e innevato. La canzone continua a ripetere “I follow you” con voce straziata, tutto è freddo intorno a loro, lui scappa disperato, forse spaventato dalla figura che sembra evocare dolore e potrebbe significare tutto ciò che di oscuro c’è in una relazione. Lei non lo lascia andare, lo segue, se dovesse servire lo farebbe fino al fondo dell’oceano dove l’acqua è “scura come una condanna a morte”, si toglie le scarpe per riuscire a muoversi meglio, riesce a raggiungerlo e per lui è la fine della corsa, il momento della resa, dell’abbandono a lei che sembra recargli tanta sofferenza, ma dalla quale è impossibile scappare. Lui piange inerme, lei lo stringe con forza, l’inquadratura si chiude in un abbraccio soffocato dal pianto. Questo è il motivo del suo successo. È proprio così che ci si sente ascoltando questa canzone, presi da una trance ossessiva, dal pensiero della persona amata, desiderata, forse impossibile da raggiungere, ma pronti a inseguirla persino tra le acque impervie di un fiume in piena.
Noi di Nerospinto amiamo Lykke Li perché è un’icona contemporanea in fiore in grado di dare voce alle nostre emozioni e ai nostri desideri più profondi attraverso la sua sensuale allure e la sua voce accesa e intensa.
Fotografo francese di straordinario talento, esponente della cosiddetta “fotografia umanista”, pioniere del fotogiornalismo insieme a Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau ha legato la sua arte alla sua Parigi. Quella città che lo ha sempre considerato come figlio suo, gli ha regalato spunti per la sua arte, materiale “umano” per i suoi scatti.
“Per tutta la vita mi sono divertito, ho fatto il mio piccolo teatro”, amava ripetere il reporter, cui oggi Milano dedica una straordinaria rassegna antologica, “Paris en liberté”, allestita dal 20 febbraio al 5 maggio presso lo Spazio Oberdan in viale Vittorio Veneto, 2: oltre 200 fotografie originali (selezione delle oltre 450.000 che compongono gli Archivi Doisneau), tutte in bianco e nero, che testimoniano il binomio inscindibile tra uno dei più grandi artisti del Novecento e la città che ha amato e immortalato con il suo obiettivo. Gli scatti sono stati tutti effettuati nella Ville Lumière tra il 1934 e il 1991.
“Il mondo che cercavo di mostrare era quello in cui mi sarei trovato bene”, ripeteva spesso Doisneau, “abitato da persone cordiali e colmo della tenerezza che bramo. Le mie foto costituivano una prova della possibile esistenza di quel mondo”. Ecco dunque che il percorso espositivo, organizzato per aree tematiche, ripercorre i soggetti a lui più cari e conduce il visitatore in una emozionante “passeggiata” tra i giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro, i vicoli e la periferia, negli angoli più nascosti e al tempo stesso curiosi: nei bistrot, negli atelier di moda e nelle gallerie d’arte della capitale francese. E poi tra le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere questa città senza tempo, ormai scomparsa e fissata solo nell’immaginario collettivo; quella dei clochard, delle antiche professioni, dei mercati di Les Halles, dei caffè esistenzialisti di Saint Germain des Prés, punto d’incontro per intellettuali, artisti, musicisti, attori. Una Parigi umanista, generosa e sublime, che si rivela nella nudità del quotidiano. Una Parigi immortalata nella sua verità quotidiana dall'obiettivo di Doisneau, che ha saputo cogliere con ironia e al tempo stesso con poesia il carattere più intimo dei parigini.
Ma “quella di lasciare alle future generazioni una testimonianza della Parigi dell'epoca in cui ho tentato di vivere”, scriveva Doisneau il 23 ottobre 1984, “è stata l'ultima delle mie preoccupazioni. Se mi fossi sistematicamente imposto una missione del genere avrei accumulato milioni di immagini, ma in cambio chissà quante giornate senza piacere. No: nella mia condotta non c'è mai stato nulla di premeditato. A mettermi in moto è sempre stata la luce del mattino, mai il ragionamento. D'altronde che c'era di ragionevole nell'essere innamorato di quello che vedevo”?
Durante tutto il periodo di apertura, l’esposizione sarà accompagnata da una serie di eventi collaterali dedicati alla capitale francese e alla fotografia; tra questi, fino al 23 febbraio, la rassegna cinematografica “Paris au cinema”, a cura della Fondazione Cineteca Italiana, che presenterà alcuni capolavori ambientati a Parigi, protagonista indiscussa e assoluta delle pellicole: si andrà dalla stravagante Parigi di Zazie dans le metrò (L. Malle) a quella romantica di Ninotchka (E. Lubitsch), dalle atmosfere cupe e già prebelliche di Albergo Nord a quelle dell'amore tragico di Mentre Parigi dorme (entrambi di Marcel Carné), dagli ambienti eleganti e raffinati di Cenerentola a Parigi (S. Donen) a Miss Europa (A. Genina), ai quartieri equivoci di Questa è la mia vita (J-L. Godard) e Perfidia (R. Bresson), dal mondo piccolo borghese de Les 400 coups (F. Truffaut) al sottobosco di una malavita balorda ma irresistibile di Fino all'ultimo respiro (J-L. Godard).
Scheda tecnica
ROBERT DOISNEAU. Paris en liberté
Milano, Spazio Oberdan (viale Vittorio Veneto 2)
20 febbraio - 5 maggio 2013
Orari
martedì e giovedì h 10 – 22; mercoledì, venerdì, sabato, domenica h 10 – 19.30; lunedì chiuso
Informazioni al pubblico:
Provincia di Milano/Spazio Oberdan, tel. 02 7740.6302/6381; www.provincia.milano.it/cultura
http://www.cinetecamilano.it/
Mercoledì 13 marzo 2013 ore 19.30, inaugurazione del nuovo ristorante TAIYO di Viale Monza 23.
A fare gli onori di casa la famiglia Wu, presente da molti anni sul territorio milanese, vanta una lunga esperienza in ristorazione asiatica e fusion. È nel mix tra modernità e tradizione che si rispecchia la nuova cucina di Taiyo. Una versione contemporanea del classico ristorante giapponese, dove i piatti sono sapientemente combinati in un equilibrio di sapori, dalla cucina giapponese classica a incontri più raffinati come gamberi rossi di Sicilia, tonno impanato al sesamo, ricciola al pistacchio, carpaccio di angus, sweat heart maki, exotic roll, astice roll, ikkameshi, calamaro ripieno, tempura, manzo alla coreana.
I ristoranti Wu Taiyo si distinguono per lo speciale connubio tra cucina orientale di alta qualità e preziose location.
In particolare, nella nuova location di Viale Monza il legame tra tradizione e modernità è rafforzato dal design, magistralmente curato dall’architetto, scenografo e designer Maurizio Lai. Di forte impatto visivo, il sushi Restaurant Taiyo si ispira a un’estetica internazionale e all’avanguardia. Ricco di molteplici elementi scenografici che ne caratterizzano le atmosfere, l’ambiente è formato da una grande sala centrale e due sale secondarie, fortemente impreziosito di allestimenti luminosi e materici. Degno di nota il particolare del soffitto in maglia metallica a disegno geometrico retroilluminato.
Wu Taiyo risulta essere, quindi, non solo un ristorante, ma un percorso itinerante attraverso tutti i sensi.
Il grafema TAIYO significa sole, ma anche Levante e arancio (il caldo leit motiv che decora i ristoranti Wu-Taiyo) ed è sinonimo di felicità e di fantasia. Il Sole, quindi, per la famiglia Wu include una sfera di significati che rappresentano il lato positivo della vita e, ovviamente, l ’amore per il cibo.
Questa la filosofia Wu Taiyo, amore per la cucina, per i clienti (tutto il personale del ristorante giapponese Taiyo parla correttamente italiano, per meglio comprendere le singole esigenze del cliente), amore per l’estetica e per i dettagli, e, soprattutto, amore generato dall’incontro tra cultura orientale e occidentale, specchio della realtà attuale, che Wu Tayio si propone di rappresentare in tutto il suo splendore.
Il nuovo ristorante di Viale Monza è un oasi pacifica situata nel centro di Piazzale Loreto, un’occasione per prendersi una pausa dal traffico cittadino e assaporare deliziose creazioni, facilmente raggiungibile con i mezzi.
Ad accompagnare la serata l’intervento musicale dei Deejay WestBanhof e Hell’s Shoes.
L'evento è realizzato in collaborazione con Uber, sito: www.uber.com
Taiyo Sushi Restaurant
Viale Monza 23, Milano
02-26113972 Sito: http://www.wutaiyo.com
Creature di Nerospinto spingetevi a vedere questa drammatizzazione: noi amiamo le storie di dandy falliti, sognatori senza scrupoli e privi di qualsiasi senso pratico. In fondo non è capacità di Rameau quella di ribaltare le prospettive?
Il nipote di Rameau di Denis Diderot, capolavoro satirico della seconda metà del settecento, è la parabola grottesca di un musico fallito, cortigiano convinto, amorale per vocazione.
Nella sua imbarazzante assenza di prospettive edificanti, nella riduzione della vita a pura funzione fisiologica, riesce in maniera paradossale a ribaltare la visione del bene e del male, del genio e della mediocrità, della natura umana e delle possibilità di redimerla.
Rameau si è offerto attraverso i secoli come un nitido archetipo di libero servo, innocua foglia di fico per padroni a tolleranza variabile.
Scorgiamo dietro la sua perversità le paure del filosofo del perdere se stesso e i propri riferimenti etici nell'affrontare un primo embrione di libero mercato delle idee che intuiva stesse nascendo in quel turbolento e fervido scorcio di secolo.
Rameau manca dai nostri teatri dagli inizi degli anni novanta, un ventennio di profonde mutazioni nel corpo della nostra società civile, le sue contorsioni intellettuali quindi assumono nuovo e violento impatto e nuovi motivi di aspro divertimento.
Il nipote di Rameau
di Denis Diderot adattamento Edoardo Erba e Silvio Orlando
regia Silvio Orlando
con Silvio Orlando, Amerigo Fontani, Maria Laura Rondanini
clavicembalista Luca Testa
scene Giancarlo Basili, costumi Giovanna Buzzi
produzione Cardellino srl
Dal 26 febbraio al 10 marzo - Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33, Milano - Mart/sab. ore 21.00, dom. ore 15.30 - Biglietteria: tel. 02.0066.06.06 - Prezzi: Intero € 30.50 - Martedì € 20 - Ridotto giovani e anziani € 16 - scuole € 12
TOUR: Pordenone 15/17 marzo, Monfalcone 18/19 marzo, Forlì 21/24 marzo e Teramo 26/27 marzo
Sempre più appassionante la serie The Following in onda in Italia in contemporanea con gli Stati Uniti. Molti i punti di forza che tengono alto l’interesse e il coinvolgimento degli spettatori, dalla straordinaria bravura degli attori protagonisti, Bacon e Purefoy, alla scelta delle location e delle singole storie da raccontare in ogni episodio.
In realtà la serie è scritta in evoluzione, gli eventi e le narrazione seguono quanto già detto e fatto vedere, come se ci si trovasse ogni settimana a leggere un capitolo nuovo del medesimo romanzo, solo che, a ogni nuovo episodio, lo spettatore scopre avvenimenti e persone nuove che contribuiscono al senso della storia ma soprattutto ne diventano determinanti (come la sorella dell’agente Ryan Hardy, apparsa solo negli ultimi due episodi e immediatamente diventata fondamentale per rivelare agli spettatori qualcosa in più sul protagonista della serie e sulla sua vita privata).
The Following, infatti, segue l’indovinata scelta registica della costruzione in flash back, dove la tensione e la suspense di quello che viene narrato al momento, comprese le scene di azione e di violenza, hanno sempre un fondamento e una ragione nella vita passata dei protagonisti e dei personaggi della serie.
Gli ultimi quattro episodi sono stati fondamentali, perciò, per conoscere la vita dei protagonisti prima del loro incontro, il legame che li unisce e l’occasione in cui l’agente Hardy e il serial killer Carroll si sono guardati in faccia la prima volta.
Altrettanto importante è stato conoscere la vita e gli incontri degli altri personaggi della serie, ovvero i following, i seguaci del serial killer che continuano a operare in un clima di violenza e terrore pur con il loro leader in carcere, proprio come se fossero estensioni fisiche e mentali del killer. Quello che viene mostrato allo spettatore è un gruppo di persone che prima di diventare membri della setta criminale di Joe Carroll avevano comunque una vita, dei legami familiari e un lavoro. Gente normale, comune e anonima, proprio per questo più facile da plasmare e più propensa a divenire parte di un progetto o di un gruppo. L’intelligenza del serial killer è tutta qui: scegliere da chi farsi seguire e obbedire. La prima e più pericolosa tra i seguaci di Carroll non a caso è Emma, Ragazza anonima e timida, con una madre opprimente e molto sicura di sé che non le risparmia umiliazioni e frecciatine ironiche e mortificanti. Quando Carroll incontra Emma, egli comprende subito che la ragazza ha le potenzialità per diventare la sua maggiore sostenitrice nel progetto criminale, la sua follow più importante, praticamente il suo “braccio destro”.
La incanta, la plagia, le insegna. E quando l’agente speciale Hardy cattura il serial killer, Carroll ha già il suo gruppo di seguaci, può contare su Emma e gli altri complici.
E infatti sono loro a coordinare tutti gli altri following e a perpetrare crimini e violenze.
The Following è scritto e diretto con grande maestria, e niente è lasciato al caso. E così risulta indovinata anche la scelta di presentare agli spettatori italiani sempre due nuovi episodi, uno in lingua italiana e uno in lingua originale con i sottotitoli. Una formula moderna e vincente che fa appassionare ancora di più alla serie e che permette di ascoltare la vera voce degli attori protagonisti, registrata in presa diretta nel momento in cui sono state girate le scene. Una vera chicca per intenditori.
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